giovedì 18 aprile 2019

Un ministro che offende l’Italia

 

di Renzo Balmelli 

 

COSTERNAZIONE. Poco alla volta cadono le maschere. Nell'imminenza del 25 aprile Matteo Salvini ha deciso con uno strappo duro e inatteso di disertare le celebrazioni per la festa della Liberazione. Che cosa lo abbia spinto a compiere un simile atto è una domanda che l'interessato dovrà porre in primo luogo alla sua coscienza. Nessuno fino ad ora aveva mai osato tanto nello svelare i propri stati d'animo nei confronti di un tema che continua a fare discutere e ad alimentare polemiche strumentali nei confronti della lotta partigiana. Con questo suo gesto a dir poco sconcertante, il ministro dell'Interno in un sol colpo offende la Patria, di cui i leghisti si considerano gli unici depositari, fa un affronto alla memoria di chi si è sacrificato per il bene degli italiani, minimizza il valore della Resistenza, lancia un pessimo segnale al Paese e viene meno al suo ruolo istituzionale. Anziché escludere con frasi irritanti e derisorie la possibilità di sfilare "qua e là con i fazzoletti rossi", il leader del Carroccio avrebbe dovuto essere invece in prima fila a celebrare una data fondamentale che segna la rinascita della democrazia e la fine dell'infame giogo nazifascista. Sottrarsi a questo onore equivale è una rottura col passato importante che lascia perplessi e attoniti. La storia non si cancella con esibizioni muscolari di fronte alle quali, come sosteneva una collega che aveva già capito tutto, ti "kafkano" le braccia dalla costernazione.

 

CAOS. Per ovvie considerazioni di carattere storico, quando la Libia torna a occupare le prime pagine, a Roma, più che altrove, si finisce inevitabilmente col toccare il tasto sensibilissimo di una ferita mai veramente sanata. Non appena i venti di guerra riprendono a soffiare violenti come ora, torna alla memoria il ricordo sbiadito, ma non troppo, dell'assurda mistica colonial-patriottica consumata sulle note di "Tripoli bel suol d'amore" e conclusa al rombo ben poco amoroso dei cannoni. Descrivendo quell'avventura, D'Annunzio evoca "l'odore acre dei dromedari" con una licenza poetica che oggi, con qualche rigurgito nostalgico, restituisce altri effluvi; quelli ben poco seducenti di un Paese conteso da milizie, etnie e tribù varie che si combattono in nome di interessi enormi e di dubbia moralità. Nel caos generale, incombe all'orizzonte la minaccia di un lungo conflitto a bassa intensità dalle conseguenze imprevedibili, senza che la comunità internazionale, prigioniera delle proprie titubanze, si dimostri capace di trovare le risorse per rendere meno fragile il filo al quale è appeso l'incerto futuro del popolo libico.

 

PASSATO. Più che altro sembravano compagni di merenda in gita finiti lì per caso. Sta di fatto che a Milano il grande Barnum del sovranismo inscenato da Salvini alla fine è risultato uno spettacolino con alcune comparse minori ma senza i primattori della nuova piattaforma politica pronta a dare l'assalto all'UE. Le assenze più o meno giustificate di Marine Le Pen, Viktor Orban e altri tenori della compagnia hanno tolto un bel po' di smalto alla sbandierata, oceanica adunata nazional-populista. Tuttavia è presto per parlare di crepe o divisioni all'interno della coalizione di Visegrad. Il pericolo c'è e preoccupa. Se le prossime elezioni confermassero i sondaggi, il fronte assente nel capoluogo lombardo potrebbe ricompattarsi e dare vita presto a un populismo autoritario di destra, quale si va d'altronde delineando. Con un solo obbiettivo: demolire l'Europa per farla tornare al passato sempre in agguato dietro l'angolo.

 

APPELLO. Per contrastare validamente la deriva reazionarie non bastano le buone intenzioni, per quanto di tutto rispetto. Senza indugi in previsione del voto europeo occorre procedere a un ripensamento della politica che sappia affrontare le paure delle persone, a cominciare dalla precarietà del lavoro nell'ottica di una voce apertamente e onestamente progressista. Questo compito spetta in primo luogo alla sinistra che deve ritrovare sé stessa senza abbracciare tesi neoliberiste che non le appartengono. L'Europa da conquistare a maggio è soprattutto l'Europa della pace e dei valori che sappiano restituirle e consolidarne le vere ragioni per la quale esiste, affinché non ricada nei suoi vecchi mali. La sinistra che nel corso della storia più di una volta è stata chiamata in soccorso della democrazia per ovviare ai disastri degli altri, non può certo ignorare l'appello proprio ora, in tempi tanto calamitosi.

 

UTOPIA. Diceva Giorgio Strehler che il teatro "è il racconto di un uomo che diventa racconto di tutta l'umanità". Sul palcoscenico, fonte inesauribile di comunicazione diretta e di coinvolgimento, si dipanano storie di straordinaria intensità che si fanno metafora come nell'opera di Brecht L'anima buona di Sezuan, considerata uno dei capolavori del teatro epico, ora ripresa e adattata in una versione di stupefacente attualità. Nel suo lavoro, concepito durante l'ascesa del nazismo, il celebre drammaturgo sviluppa il tema della bontà e la difficoltà di metterla in pratica proprio come accade adesso. Alla parabola si ispira l'attrice Monica Guerritore, splendida figlia d'arte del grande regista milanese, che sviluppa il confronto tra bene e male in un mondo intriso di ferocia e reso intollerante dagli istinti "ringhianti". E giustappunto viene da dire con che cosa, se non con la cultura, è lecito sperare nell'utopia di un mondo migliore.

 

LEZIONE. Durante il ventennio il termine fake news non era stato ancora inventato. Ma se anche fosse esistito sarebbe stato cancellato come tutte le parole straniere. Comunque si chiamassero, le notizie false avevano ad ogni modo un loro corrispettivo in italiano non meno efficace. Erano le bufale con le quali venivano spacciate le bugiarde vanterie del regime date in pasto ai creduloni. Un pamphlet di Francesco Filippi appena pubblicato da Bollati Boringhieri e commentato sul Corriere della Sera da Corrado Stajano, fa giustizia delle leggende diffuse dalla propaganda mussoliniana che attribuisce al regime meriti non suoi. Dal balcone di Piazzale Venezia venivano irradiati insensati teoremi per spacciare scelte rivelatesi poi disastrose come quando Mussolini decise di invadere l'Albania imitando il suo emulo germanico. Da quel tragico evento, preludio della seconda guerra mondiale, sono trascorsi ottant'anni, ma a volte, ascoltando certi linguaggi, sembra proprio che la lezione non sia stata ancora recepita come si dovrebbe.

 

TENSIONE. In Israele cercansi laburisti disperatamente. Mentre si va configurando il quinto governo dell'era Netanyahu, la sinistra vive uno dei suoi più gravi momenti di debolezza. E non c'è da stare tranquilli. Con l'avvento di un esecutivo sostenuto dalle frange estremiste, il declino del partito che fu di Yitzak Rabin, grande e rimpianto tessitore di pace assassinato dai terroristi, priva il Paese di una reale alternativa alla deriva più a destra della sua storia. D'altronde se a imporsi fosse stato Benny Gantz la situazione non sarebbe stata molto diversa. Sui dossier cruciali come il negoziato con i palestinesi, il leader del neonato movimento "Bianco-blu" che ricalca il colore della bandiera nazionale, non si discosta dalla rigida ortodossia ufficiale della maggioranza. Netanyahu nonostante gli scandali politico-finanziari che lo hanno coinvolto, rimane dunque, a meno di clamorosi rovesci, ancora il re, il "King Bibi" di una nazione che noi tutti amiamo, ma che lontana dai riflettori deve fare i conti sul piano interno con le crescenti disuguaglianze sociali e l'aumento della povertà tra i ceti più sfavoriti. Quanto ai già convulsi rapporti internazionali, dopo il verdetto delle urne che assegna la vittoria seppure di stretta misura al Likud, non è da escludere che fra non molto si farà sentire di nuovo la mano ancora più pesante di Trump. Con i suoi interventi a gamba tesa, il riconoscimento di Gerusalemme capitale e il dono controverso della sovranità israeliana sul Golan, il presidente americano non solo ha scombussolato i già precari equilibri geo-politici della regione, ma ha compiuto il "capolavoro" di aggiungere un carico enorme di tensione emotiva, tipica dei sovranisti, all'interno di un contesto già potenzialmente esplosivo. Viste le premesse e considerato il clima incandescente nei territori occupati, d'ora in poi affrontare il tema dominante della sicurezza e della stabilità non solo sarà più difficile, ma quasi impossibile da concretizzare se non muovendo da posizioni di forza radicali e intransigenti di cui si è sempre fatto interprete il premier in pectore. Ormai la ricerca dell'unica soluzione possibile, ovvero la creazione di due Stati, si fa sempre più flebile e sembra appartenere definitivamente alla preistoria.

 

INCERTEZZA. C'era una volta la Brexit. Forse non è ancora il punto di caduta definitivo, ma l'ipotesi di un rinvio senza data di scadenza appare sempre più probabile. Si scherza sulle manfrine della "perfida Albione", che tra l'altro non sono imputabili alla presidenza del Consiglio europeo, ma alla prova dei fatti la situazione è maledettamente seria. Alla fine del suo "tour" della disperazione in varie captali, la premier Theresa May sarebbe riuscita a ottenere il rinvio del divorzio in base a una procedura che però cambia completamente le carte in tavola. La fase di stallo potrebbe alla peggio potrebbe durare più di un anno, la qualcosa, come si può facilmente intuire, non sapendo esattamente che cosa accadrà nei prossimi mesi, rimetterebbe addirittura in discussione persino l'uscita della Gran Bretagna dall'UE. A Londra i fautori del leave di fronte a questa prospettiva già sono sul piede di guerra e minacciano tuoni e fulmini per salvarsi dal caos che loro stessi hanno creato. Colmo dell'ironia, la proroga flessibile della separazione senza un accordo del Parlamento britannico obbligherà il Regno Unito, che non ne voleva più sapere, a organizzare e tenere le elezioni di fine maggio mantenendo così, in un clima di totale incertezza, i legami istituzionali con il continente al quale ha voltato sdegnosamente le spalle.

 

 


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domenica 10 marzo 2019

Una grande manifestazione antirazzista e un’ottima riuscita delle primarie pd

 
di Renzo Balmelli 

 

SORPRESA. Quanto rosicano a destra. Erano impazienti di celebrare i funerali in pompa magna della sinistra, con tromboni e grancassa come a New Orleans. Il jazz però non è roba per tutti. Richiede passione, sentimenti, non il cacofonico spartito giallo verde. Così chi venne per suonare rimase suonato e ammutolito dalla sorpresa. Il Pd ci ha messo un anno per elaborare il lutto elettorale, ma la bella manifestazione antirazzista di Milano e l'ottima riuscita delle primarie lasciano intendere che forse lentamente il partito sta uscendo dalla crisi depressiva. Certo, è prematuro suonare le campane a festa. Ma il risveglio dell'opposizione non può che fare bene al Paese e all'intero sistema democratico. In un clima di generale fragilità economica che a dispetto dell'iper mediatizzato reddito di cittadinanza vede calare la fiducia della gente, un colpo di timone per raddrizzare la barca sarebbe più che auspicabile. 

 

INTELLIGENZA. Dire che il principale nemico del Pd sia il Pd stesso è quasi un'ovvietà. Sarebbe quindi tutto olio che cola se la luna di miele con il nuovo segretario Zingaretti desse buoni frutti. Il condizionale però è d'obbligo. Forse lo lasceranno lavorare in pace per qualche mese, ma dietro la cortina dei sorrisi è facile che la litigiosità riprenda il sopravvento. Guai se accadesse. Stando ai sondaggi l'Italia dovrebbe essere l'unico Paese dell'UE in cui i nazionalisti potrebbero vincere le elezioni europee. Un primato di cui non andare fieri. Allora mettiamola in questo modo, un pò fantasioso. Nicola Zingaretti è fratello di un bravissimo attore che a sua volta interpreta un imbattibile commissario creato dal genio di Camilleri. Il rapporto tra politica e letteratura è difficile e complesso, ma entrambe legate alla stessa radice che consente di sbrogliare anche i casi più intricati. Dal terzetto allargato a quartetto potrebbero nascere con l'apporto dell'intelligenza sviluppi davvero inediti. Dopotutto perché no?

 

COMPLESSO. Non è soltanto una questione di linguaggio, ma anche delle intenzioni di chi lo usa in un dato modo. Da quando sovranisti e nazional-populisti sono alla guida della nazione, termini come immigrazione, che finora non aveva mai scandalizzato nessuno, di colpo si sono trasformati in parolacce vendute all'ingrosso per fare voti. In un panorama politico sconcertante, il degrado della lingua favorisce il moltiplicarsi di interventi infarciti di espressioni aggressive, se non addirittura di indole bellica. Le forze ora al governo sono riuscite a far diventare nemici coloro che in realtà sono i naturali e inoffensivi alleati di Palazzo Chigi. In tal modo si alimenta la percezione, per altro assurda, che Roma, sia in guerra con tutti, con l'UE, con la Germania, con la Francia, accusate di complottare per impoverire il Paese. Dietro il complesso del "vittimismo nazionale" prende così forma un carico di sentimenti negativi con il solo risultato di isolare l'Italia dal resto del mondo. 

 

TRACOTANZA. Da tempo si conoscono gli abusi insiti nell'allargamento del principio della legittima difesa. Ma chi auspica la supremazia della Colt sullo stato di diritto mostra di non farci caso. Paradossalmente la legge ora al vaglio del Parlamento più che migliorare metterebbe a rischio la sicurezza del cittadino. Il possesso di armi da usare liberamente senza nessun controllo rischia infatti di attaccare i principi consolidati dall'ordinamento che conferisce alle Forze di polizia il compito basilare della lotta alla criminalità. Laddove questi limiti sono stati by-passati, le conseguenze sono subito apparse catastrofiche. Non a caso l'Associazione nazionale magistrati ha messo in guardia rispetto a una deriva da Far West, ma la reazione di Salvini è sempre stata sprezzante. Dove possa portare una simile deriva è una questione che non dovrebbe fare dormire sonni tranquilli a chi teme, a giusta ragione, le conseguenze della giustizia sommaria come modello di tracotanza e di vita.


Beste Grüsse
 
Gregorio Candelieri
 
Im Feldtal 2, 8408 Winterthur
T  +41 (0)76 498 09 20


domenica 3 marzo 2019

Che il vento stia leggermente girando?


 
di Renzo Balmelli 

 

TONICITÀ. Con la brutta aria che tira, sarebbe stato da ingenui attendersi un miracolo della sinistra in Sardegna. A bocce ferme tuttavia le cose non sono andate così male. Anzi. Stando ad alcuni timidi indizi, si avverte l'impressione che il vento stia leggermente girando. Come nelle precedenti regionali, anche sull'isola l'opposizione ha dato qualche segno incoraggiante di risveglio che rende meno pesante il fardello dell'apatia che ne ha segnato i recenti travagli. Gli uomini, le idee, le forze e la ritrovata tonicità per porre un argine alla marea nera del sovranismo ci sono. Basta non disperderle nella litigiosità, bensì investirle, come in Sardegna, su candidati all'altezza quale si è rivelato il sindaco Pd di Cagliari Massimo Zedda che pur avendo perso – è vero – ha saputo mettere in campo un modello di nuova sinistra capace di riconquistare un elettorato deluso. 

 

PD PRIMO. In Sardegna, dopo il tonfo clamoroso degli exit poll, la credibilità delle previsioni ha incassato un brutto colpo. A quanto pare nella Lega sono volati gli stracci per l'esito del voto di lista di gran lunga inferiore ai numeri pronosticati e sbandierati. Senza il concorso del centrodestra, nel quale Salvini sdegnosamente non si identifica, il risultato sarebbe stato addirittura peggiore. E anche il cappotto tennistico che il Carroccio, a sentire il suo leader, avrebbe inflitto al Pd, sembra piuttosto un parto della fantasia per addolcire la pillola. Il partito democratico, di cui la destra si preparava a celebrare i funerali, è difatti il primo nella classifica delle preferenze, con grave scorno dei suoi rivali. Non trapela nulla, ma pare che la cosa sia stata all'origine di non pochi travasi di bile tra i leghisti. 

 

DIVERSA. Era un'altra Italia, che ora non c'è più, quella di Marella Agnelli, scomparsa a novantun anni, dopo una vita accanto all'avvocato Gianni, grand patron della FIAT. Difficile dire se migliore o peggiore dell'attuale, ma sicuramente molto diversa dal Paese in cui il "cigno" del Lingotto ha trascorso la sua esistenza guadagnandosi nelle cronache del jet-set il titolo di ultima regina senza corona del dopoguerra. Era l'Italia che pur tra le sue vistose contraddizioni cercava, trovandolo, un posto conforme al suo ruolo quale fondatrice dell'Unione europea. Era l'Italia che cresceva, ma anche l'Italia in cui la lotta di classe c'era, eccome se c'era, e dove l'emigrazione viaggiava non sui barconi, ma spesso con le valige di cartone alla ricerca di un posto al sole. Ma era anche l'Italia in cui, al contrario di quanto accade oggi, l'età del rancore, come ha sottolineato il Corriere della Sera, non era neppure all'orizzonte. E dite se è poco.

 

LUPI. Nel verminaio della pedofilia sono ancora molte le domande che restano in sospeso anche dopo il vertice vaticano. Riconosciuta la volontà della Chiesa di dare un segnale inequivocabile senza più nascondersi, ci si chiede se davvero esiste la possibilità di cambiare le cose. L'omertà con la quale per anni e anni sono stati consapevolmente soffocati i soprusi commessi contro minori indifesi ha lasciato una bruttissima eredità morale da gestire. Da coloro che per vocazione avrebbero dovuto essere i solerti guardiani della virtù era lecito attendersi il più rigoroso rispetto del "sinite parvulos venire ad me" rivolto da Gesù ai discepoli. Quante volte invece è stato disonorato. Sarebbe un passo avanti se il summit voluto dal Papa "per proteggere i piccoli dai lupi voraci" aiutasse a capire fino in fondo la portata del male e delle ferite incurabili che hanno stravolto l'esistenza delle giovani vittime oltraggiate dalla pedofilia. 

 

INGERENZA. Per il Venezuela si può soltanto sperare che sappia trovare la sua strada tenendosi alla larga dalle ingerenze esterne e dalle sirene golpiste. Ormai il regime di Maduro a causa dei disastri economici sembra avere, se non le ore, i giorni contati. Ma dipende come. Il sostegno della popolazione, provata dagli stenti, andrà a chi risolverà per primo la gravissima emergenza umanitaria e dell'accesso agli aiuti. Inquieta, però, la mano pesantissima di Trump che fra le tante interferenze non ha mai escluso del tutto l'opzione di un intervento militare che avrebbe conseguenze incalcolabili. Alla Casa Bianca non sta tanto a cuore la sorte della democrazia nel Paese, quanto la propria strategia politico-militare per il Sud America che gli Stati Uniti a guida repubblicana si ostinano a considerare il loro giardino di casa. In questo rigurgito di guerra fredda, molti esperti sono preoccupati dall'ipotesi che si stiano creando le condizioni di un conflitto armato simile a quello che travolse il Cile di Allende. Una tragedia che per molti anni sotto il regime di Pinochet fu all'origine di gravissime violazioni dei diritti umani e di non meno gravi squilibri negli assetti internazionali. 

 

SFIDE. Si dice che nel solco delle regionali sia tornata la nostalgia del vecchio bipolarismo. A guardar bene però non è mai scomparso. È stato soltanto sostituito da un nuovo bipolarismo che mette a confronto un modo assai diverso di interpretare le sfide del mondo che cambia. È il bipolarismo tra i sovranisti e chi crede invece nell'Europa senza frontiere, tra chi accoglie e chi colpevolizza i migranti, tra chi ha una visione aperta e plurale della società e chi alimenta sentimenti estremi. Il bipolarismo di oggi è tra l'insegnante che mette alla gogna due bimbi di colore ridicolizzandoli davanti agli altri "per quanto sono brutti e simili a scimmie" e la classe che si ribella e si schiera con i compagni umiliati da un maestro imbecille. In queste ore cresce l'allarme per l'aumento del razzismo e la domanda che in tanti si pongono è se l'Italia stia diventando un Paese isolato e incattivito. Per trovare la risposta non bisogna cercare lontano: l'hanno già data gli alunni di quella scuola mostrando di sapere da che parte stare. Da quella giusta.

 

CICATRICI. Ai tempi del "maccartismo" Hollywood era considerata un covo di comunisti al servizio dell'Unione Sovietica per sabotare il sogno americano. Sabotaggio riuscito invece benissimo ai seguaci del senatore McCarthy con le loro insensate epurazioni. Ma, qualunque cosa si inventassero, né le loro accuse false né l'isteria di massa che provarono a scatenare, riuscirono a mettere la museruola alla creatività dei registi e dei loro protagonisti. A quasi ottant'anni dalla comparsa della red scare, la "paura rossa", il cinema rimane un formidabile strumento contro l'intolleranza e gli eccessi del potere. Che all'ultimo Oscar il trofeo più ambito sia andato a Green Book è un potente segnale antirazzista nell'epoca trumpiana dei muri e degli attacchi alle minoranze. A Giulio Andreotti non piaceva il neorealismo. Sosteneva che i panni sporchi vanno lavati in casa. Probabile che anche Trump non abbia gradito la pellicola di Peter Farrelly. Ma la scena in cui l'immigrato Tony Vallelonga si fa dare "dell'italiano-mezzo negro" dal poliziotto razzista dell'Alabama è un capolavoro assoluto. In quelle sequenze sono riassunte tutte le cicatrici delle discriminazioni che oggi come ieri non potranno mai essere lavate via dalle coscienze.



Non solo soliti idioti

di Renzo Balmelli  

 

AGGRESSIONE. Che oggi non vi siano più limiti a pescare nel torbido e nel servirsi degli istinti più riposti per creare consenso, è dimostrato ampiamente dagli episodi di intolleranza che si ripetono con allarmante frequenza. Con la sua logica perversa e con la sua cultura della violenza, l'antisemitismo dilaga e guadagna terreno in Europa come se la memoria collettiva fosse stata cancellata. Lo "JUDEN" che a Parigi ha imbrattato le vetrine di un negozio ebraico, e, pochi giorni dopo, l'insultante "sporco ebreo" rivolto al filosofo Alain Finkielkraut, sono lo specchio del degrado morale attribuibile non soltanto ai soliti idioti. Fomentatori di ideologie bacate si sono insinuati nei molteplici e insospettabili gangli della società mostrandone il loro lato oscuro. Con l'aggressione allo studioso francese, i gilet gialli, che godevano di una certa simpatia, sono riusciti a gettare discredito sul loro movimento nato con ben altri intenti. Tutti sappiamo come l'odio antisemita è cominciato, ma la virulenza con la quale è tornato a diffondersi sta a dimostrare che ancora non è finito e forse non finirà mai se lo si lascerà fare girando lo sguardo dall'altra parte. 

 

MANETTE. Nel corso dei secoli il tintinnar delle sciabole e quello delle manette non ha mai portato nulla di buono. Entrambe hanno lo stesso suono metallico, truce, simile a quello delle porte che si chiudevano dietro i tribunali dell'Inquisizione. Sciabole a parte, anche oggi le vicende giudiziarie che hanno avuto quali protagonisti, seppure per motivi diversi, i genitori di Renzi e Matteo Salvini, - la cui attività in veste di ministro detto per inciso ci è del tutto estranea- lasciano in bocca l'amaro sapore della sconfitta per tutti. In democrazia vi sono altri mezzi per esprimere il proprio dissenso: il voto, i partiti, il Parlamento, la piazza, le manifestazioni, la civile protesta, le inchieste giornalistiche. Tentare altre strade o provare subdole manovre dai contorni sempre opachi per screditare l'avversario è un misero stratagemma che da un lato non fa che ingrandire il vuoto della politica e dall'altro mostra l'imperizia di coloro che invece la dovrebbero amministrare all'insegna del buon governo. La giustizia ha altri compiti.

 

TRAGEDIA. Com'è suo costume, Gianpaolo Pansa non ha perso l'abitudine di provocare. Col suo ultimo libro intitolato "Quel fascista di Pansa" (Rizzoli), il noto e controverso giornalista lancia il classico sasso nello stagno mettendo in copertina una sua fotografia in divisa littoria. Affari suoi, nessun glielo ha impedito. Nella sua urticante rilettura della Resistenza e nel riscrivere, con la puntigliosità del cronista schierato, la storia dell'immediato dopoguerra, l'autore muove però da una posizione che non è corretto presentare come una fondamentale "opera di verità". Mettersi dalla parte di coloro che hanno perso e hanno sofferto è una scelta editoriale che non è di per sé biasimevole, bensì del tutto legittima nell'ambito della libertà di espressione e di coscienza. A patto però di non dimenticare che i "vinti" di cui Pansa ha preso le difese stavano dalla parte sbagliata della Storia e ci sono rimasti anche quando non potevano più invocare la buona fede. I morti sono tutti uguali e tutti degni di rispetto, ma chi ha servito il fascismo fino all'ultimo è stato complice della tragedia. 

 

TORCIA. Alla fine di maggio mancano poco più di tre mesi, ma in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo il fuoco sotto la miccia sta ormai ardendo con crescente intensità. Nella politica europea si è aperta una stagione di conflitto al calor bianco che tiene le Cancellerie col fiato sospeso. Tra populismo e sovranismo crescono i timori per un possibile sconvolgimento degli attuali equilibri nell'Eurocamera. I sondaggi tendono a escludere questa ipotesi catastrofica, ma le scosse di assestamento della Brexit, la tempesta che agita la Spagna di nuovo alle prese con la spinosa questione catalana, l'incerta identità del gruppo di Visegrad, gli interrogativi legati all'asse franco-tedesco e le spinte populiste dell'Italia non consentono di formulare pronostici rassicuranti. La torcia dell'indipendentismo e delle frontiere strettamente sorvegliate come i treni di Menzel e Hrabal è in mano a una eccitata torma di conservatori dalla quale ci si può attendere di tutto.

 

TREDICI. Ho fatto tredici! Persino l'irreprensibile Peppone non seppe resistere, oltre che allo sguardo languido della bella segretaria venuta dalla città, alla tentazione della schedina del Totocalcio che prometteva vincite sbalorditive. La sera in cui seppe di avere azzeccato la cifra magica che valeva dieci milioni, una somma enorme per quell'epoca in cui la lira era grande come un fazzoletto, il sindaco non ebbe più pace e con Don Camillo, rivale, ma anche complice, escogitò vari stratagemmi per non farsi scoprire. Sei milioni alla famiglia, uno al partito e tre alla Chiesa sancirono il patto tra il sacro e il profano volto a "santificare" l'intesa tra il combattivo Reverendo e il pugnace comunista. Dai fasti di quel passato ormai non resta quasi più nulla e il Totocalcio, soverchiato da Internet e da decine di pronostici, rischia di scomparire in seguito alla nuova legge sulle lotterie. Con quella schedina che prometteva di cambiarti la vita se ne va un altro spaccato dell'Italia che si stava faticosamente riprendendo dalle follie mussoliniane cullando la speranza di un futuro migliore. Nel ricordo di quegli anni non stupisce che la scomparsa di uno dei concorsi a premi più popolari del secolo scorso sia stata accolta con unanimi sentimenti di stupore e tristezza.

 

ELETTI. Nell'ambiente convulso, elitario e carissimo dell'alta moda si aggirano personaggi fuori dal comune capaci di trasformare un pezzo di stoffa qualunque non soltanto in un abito prezioso, ma anche in un piccolo oggetto d'arte presente a volte nei musei. In questa galleria spiccano, accanto a Karl Lagerfeld, scomparso a 85 anni, i nomi di moltissimi italiani che hanno segnato un'epoca nella storia del costume e reso famoso in tutto il mondo il "made in Italy" a volte costretto a subire le fanfaronate della politica. Erede designato di Coco Chanel, lo stilista tedesco, al pari della creatrice del famoso tailleur e del non meno celebre profumo, diffidava del romanticismo e delle convenzioni dell'epoca. Si dice che fosse il solo che poteva rendere il bianco e il nero pieno di colori, travalicando i limiti del suo lavoro. Ma siamo pur sempre in un campo riservato a pochissimi eletti che con il valore di un solo vestito potrebbero cambiare la sorte di coloro che sono nati nel cono d'ombra del benessere e per i quali sarebbe invece molto necessario quel "politicamente corretto" che Lagerfeld invece detestava cordialmente dall'alto della sua imponente figura.



martedì 19 febbraio 2019

Chi si accontenta gode?

 di Renzo Balmelli

 

DELUSI. Per dirla con un vecchio adagio, chi si accontenta gode. Però col rischio di non goderne mai e di restare delusi. Dopo la tornata elettorale in Abruzzo è quanto potrebbe accadere alla sinistra che dalle urne è uscita ancora zoppicante. Però è presto per capire se queste regionali faranno tendenza. Il numero dei votanti è troppo esiguo per essere un test nazionale. Certi segnali tuttavia parlano chiaro. La strada è ancora lunga prima di riuscire a riconquistare l’elettorato nauseato dai litigi e che si è lasciato ammaliare dalla facile demagogia di destra, come accadeva ai marinai stregati dalle sirene della Loreley. Le prossime verifiche saranno in Sardegna, Basilicata e Piemonte, ma soprattutto in Europa. A meno di miracoli, merce piuttosto rara in politica, l’ora purtroppo sembra già indicare un minuto dopo mezzanotte. Lasciamoci sorprendere.

 

SEGRETO. Vincono, litigano, strillano e combinano disastri. Questo è lo specchio dell’Italia a trazione leghista dopo il voto abruzzese. Per il resto sotto il vestito poco, quasi niente. La vittoria non è certo frutto dei programmi, quasi evanescenti, ma piuttosto della paura e altri sentimenti meno nobili. Da “Capitano”, definizione che ai vignettisti suggerisce lo spot di un dentifricio, Salvini assurge ora al ruolo di “Maschio Alfa” del governo. Ma avrà il suo bel daffare per calmare l’aspra lotta di identità all’interno della coalizione che non fa bene al Paese. Anzi fa malissimo, tanto che a causa dell’instabilità della situazione, i risparmiatori hanno già portato in Svizzera oltre 13 miliardi di euro. E senza segreto bancario.

 

AVVISAGLIE. Si dice che una mela al giorno toglie il medico d’attorno. In politica per togliersi dai mali si inventano i nemici. Vecchia come il cuculo, la tecnica di trovare uno scaricabarile per le cose che non vanno, è stata largamente riesumata dall’esecutivo giallo-verde. Prima sul piano interno contro gli alleati permalosi, poi dirottata verso altri bersagli: i migranti, l’Europa, Bruxelles, Frau Merkel e adesso la Francia di Macron. Nella vulgata leghista tutti coalizzati per affondare l’Italia. In realtà non esistono al mondo due popoli come il francese e l’italiano la cui storia sia più strettamente intrecciata. Ma queste purtroppo sono le avvisaglie più antipatiche di quanto potrebbe accadere se riuscisse l’assalto sovranista al fragile fortino europeo.

 

BAGEL. Erano letteralmente impietriti dall’orrore i parigini fermi davanti alle vetrine di un negozio di specialità ebraiche su cui spiccava a caratteri gialli la parola “Juden”. Nella capitale francese quella scritta, che in tedesco assume un carattere ancor più infame, ha riportato alla memoria l’immane tragedia dell’occupazione nazista durante la vergognosa repubblica di Vichy. “Juden” è un insulto che non si era mai più visto dopo Auschwitz, nemmeno nelle ricorrenti esplosioni di antisemitismo che ultimamente si sono fatte sempre più impetuose. Gli autori del gesto sapevano dove colpire per toccare il doloroso nervo scoperto di sentimenti ambivalenti e inconfessabili. Quello imbrattato in maniera tanto scellerata non era un emporio qualunque, ma un negozio specializzato nella produzione e la vendita dei “bagel”, ciambella tipica della cucina ebraica che nei romanzi del premio Nobel Isaac Singer assume una forte valenza simbolica quale fattore di aggregazione e identificazione all’interno della comunità ebraica. Ciò rende ancora più odioso il gesto, come se le lezioni più tragiche della storia lasciassero indifferenti le coscienze. Con il revisionismo strisciante che guadagna terreno c’è davvero di che inquietarsi.

 

VALIGIE. Sotto i velami dei danteschi versi strani, il festival di San Remo e il commissario Montalbano, diversissimi nei contenuti, sono finiti entrambi nel tritacarne di una volgare polemica di stampo nazional-populista per avere teso una mano ai migranti. Secondo l’ottica deformata di una certa mentalità ostile a prescindere, sia il vincitore di origini egiziane sia l’ultimo caso risolto dal famoso commissario sarebbero sconfinati in territori che non dovrebbero essere di loro competenza. E invece lo sono, eccome se lo sono, quando affrontano tra una canzone e un’inchiesta, il dramma dell’emigrazione e dei morti in mare dal profilo della solidarietà e non col linguaggio impietoso che li descrive come un’orda di criminali, anziché vittime della follia umana. Ormai è chiaro. Chi fa perno sui peggiori istinti non intende certo mollare la ghiotta preda che sfruttata a dovere è una fonte inesauribile di consensi dubbi a costo zero. Da questa prospettiva, sloggiare chi ne intralcia gli stolti propositi e provare a trasformare Strasburgo in avamposto per erodere le istituzioni UE dall’interno, rimane l’inquietante obbiettivo finale dell’insensata ideologia sovranista. Inquietante, ma ahinoi non impossibile nel clima di intolleranza in cui si stanno preparando le valigie all’Europa. Vediamo di non farla salire sul treno.

 

 


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giovedì 7 febbraio 2019

Butta la colpa su un nemico

 di Renzo Balmelli

 

POLEMICHE. Quando le cose non vanno per il verso giusto, inventa un nemico cui dare la colpa. Così si ragionava già ai tempi dell’antica Grecia, ed a questa massima, mai caduta in disuso, sembra ispirarsi il ruvido attacco di Roma alla “perfida” Francia e al presidente Macron. Quale molla abbia davvero determinato la dura filippica al punto da creare un momento di forte tensione diplomatica tra due Paesi amici da lungo tempo, non è molto chiaro. Si può immaginare che il nuovo patto franco- tedesco possa risultare sgradito a Palazzo Chigi per mille e svariati motivi. E non concorre a rasserenare l’atmosfera il pesante taglio alle stime di crescita per l’Italia, definita a rischio dal FMI, che ribalta le ben più rosee previsioni del governo Ma da lì a crearsi nemici con le proprie mani anziché prediligere la via del dialogo non pare una scelta molto giudiziosa. A maggior ragione in una fase come questa che richiede prudenza e nervi saldi considerando tra l’altro ciò che accade oltre Atlantico. All’annuale Forum economico di Davos manca infatti l’America a causa della cocciutaggine di Trump. Presentarsi nella località grigionese, dove si incontrano i grandi pianeta, preceduti da un episodio poco gradevole, di sicuro non giova all’Italia che ha invece un ruolo centrale da svolgere sul piano internazionale anziché avventurarsi in polemiche che non portano da nessuna parte.

 

TRUCCO. Quando in sala volano i miliardi promessi dal governo come fossero bruscolini, tra il pubblico si leva un mormorio di disappunto. Basta con i giochi di prestigio. Lo spettacolo è vecchio, visto e rivisto mille volte, senza neppure avere la grazia vittoriana della commedia che a Londra va in scena da quasi mezzo secolo. Neanche il cambio degli attori sotto le luci cangianti dal giallo al verde del palcoscenico romano è riuscito a strappare gli applausi. C’è stato sì qualche tentativo di aggiungere un po’ di pepe alla rappresentazione con alcuni accorgimenti plateali. Ma il loro effetto mediatico ha avuto vita breve. Né l ‘enfasi esagerata del “decretone”, né la trovata del mega-show per l’arresto di un terrorista come Cesare Battisti, hanno provveduto a cancellare le ombre della crisi. Tra felpe d’ordinanza e giubbotti della polizia indossati all’uopo, sembrava di assistere a una sceneggiata come ai tempi dell’infausta stagione berlusconiana. Ma oggi, dopo il primo, fugace attimo di stupore, quei trucchi ormai non se li beve più nessuno.

 

PAROLE. Fra i tanti e meritati tributi riservati a Fabrizio De André a vent’anni dalla scomparsa, molti a giusta ragione hanno voluto sottolineare il grande rispetto che l’artista aveva per le parole. Nelle sue composizioni non una è fuori posto. Le usava con delicatezza, quasi con pudore, per quei suoi testi tutti diversi dagli altri che fanno di lui un Poeta della canzone nel senso più vero del termine. Se tornasse in vita adesso, in un’epoca in cui perdono peso anche i voltafaccia più clamorosi, l’autore di Marinella e altri capolavori resterebbe sconvolto dall’utilizzo sconsiderato delle parole di cui si macchia il potere. Nei suoi versi De André parlava di diseredati, di emarginati che appartenevano a un mondo di cui nessuno voleva occuparsi. Vent’anni dopo, tra notizie false e lo sciacallaggio elettorale sulla pelle dei migranti, quelle parole così dense di significati troppo spesso si perdono nel vuoto, trasformandosi in un cinico strumento per raccogliere consensi.

 

MEMORIA. Si poteva pensare che dopo l’Olocausto l’umanità fosse vaccinata contro il virus dell’odio antisemita. Ora col pianto nel cuore e la tristezza nell’anima scopriamo che l’antidoto non è ancora stato prodotto. L’ intolleranza contro gli ebrei, stuzzicata ad arte dai cattivi maestri, anziché diminuire d’intensità sta diventando tragicamente normale. In un crescendo inaudito di idiozia e becera violenza, gli istinti più riposti dell’uomo vengono a galla tra incontrollate esplosioni di razzismo che trovano non solo negli stadi ma anche fuori un terreno fertile al colmo dell’abiezione. Come aveva intuito Primo Levi è accaduto e può ancora accadere. La banalità del male sopravvive nel tempo alla tremenda lezione di coloro che ne furono i consapevoli artefici. È una questione di mentalità, di scarsa educazione e poca cultura che va combattuta con la massima determinazione. A questa deriva va posto un argine. E se qualcosa dev’essere fatto subito è di impedire che la Giornata della Memoria, celebrata in questi giorni, venga soverchiata, nella totale indifferenza, dalla normalizzazione dell’antisemitismo e finisca col diventare la Giornata della Memoria smarrita.

 

SFIDUCIA. Basta leggere le cronache quotidiane per rendersi conto che non è poi così fuori luogo la domanda sul pericolo rappresentato dal fantasma del fascismo e di un suo possibile riapparire. La “vexata quaestio” è tornata alla ribalta con l’irruzione sulla scena di movimenti che fanno della difesa identitaria dalle ondate migratorie uno dei cardini della loro azione fondata su una discutibile pretesa di superiorità. Finora, grazie agli ammortizzatori democratici di cui dispone la società, le minacce incombenti sono state rintuzzate e non si sono mai realmente concretizzate. Il discorso tuttavia potrebbe mutare radicalmente se nell’opinione pubblica dovesse prevalere il pessimismo sulla possibilità di cambiare il mondo e renderlo migliore. Troppe volte infatti si è avuta la dimostrazione che la sfiducia può essere l’anticamera dei peggiori sistemi totalitari.

 

RESISTENZA. Europa si, Europa no. La sfida è lanciata. Ormai è dietro l’angolo l’appuntamento con il cruciale voto di maggio per il Parlamento di Strasburgo che non sarà un duello in punta di fioretto bensì un tintinnare di spade tra due concezioni inconciliabili sul modo di intendere e volere la Comunità. Una aperta e votata alla solidarietà tra i popoli. L’altra retrograda e ossessionata dai muri, dalle frontiere e dai porti ermeticamente chiusi. Se non si correrà ai ripari il rischio sarà di risvegliarsi un giorno in un continente a trazione sovranista. Ovvero alla mercé di quel movimento seguace dell’intolleranza che malgrado i tardivi ripensamenti elettorali dei suoi leader, in realtà non ha nessuna intenzione di riformare l’UE, ma solo di affossarla. L’Europa come la immaginiamo, come la amiamo e come vorremmo che fosse, non è mai stata in così grave pericolo da quando l’occidente sembra avere perso la bussola. Dalla prova delle urne se ne esce in un modo solo, spazzando via le idee false e bacate e rimettendosi in sintonia con una parola chiave che più di una volta si è rivelata decisiva per salvare i valori nei quali crediamo: Resistenza. Che non è retorica, ma un principio irrinunciabile.

 

AFFIDABILITÀ. Per avere dato a questo particolare tipo di opere due capiscuola come Beckett e Pinter è venuto quasi naturale paragonare l’incredibile caos della Brexit al teatro dell’assurdo. La situazione è talmente bizzarra da arrivare al punto di paragonare l’incidente stradale occorso al Principe Filippo all’impatto frontale che avrebbe il divorzio di Londra da Bruxelles nelle peggiori condizioni. Il confronto tra le vicende a volte burrascose della Casa reale e la bufera in cui si trova impegolato il governo conservatore, non ha mancato di suggerire irriverenti e pungenti metafore sulle condizioni in cui versa il Regno Unito alla vigilia di quello che è stato definito il “Car crash Brexit”. Confusione, smarrimento e frustrazione sono i sentimenti che predominano tra gli elettori favorevoli o contrari all’uscita dall’UE, ma tutti convinti, in un modo o nell’altro, che nulla potesse guastare l’atmosfera un po’ retrò e tanto british dell’immancabile e tè delle cinque da consumare nell’atmosfera di letizia e serenità. Atmosfera che ora si è smarrita tra la nebbia d un incerto futuro. Profonda è quindi la delusione dei sudditi di Sua Maestà per il declino di quel simbolico rito su cui poggiava la certezza inossidabile nelle istituzioni e nella loro granitica affidabilità.

 

 

 


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