martedì 19 febbraio 2019

Chi si accontenta gode?

 di Renzo Balmelli

 

DELUSI. Per dirla con un vecchio adagio, chi si accontenta gode. Però col rischio di non goderne mai e di restare delusi. Dopo la tornata elettorale in Abruzzo è quanto potrebbe accadere alla sinistra che dalle urne è uscita ancora zoppicante. Però è presto per capire se queste regionali faranno tendenza. Il numero dei votanti è troppo esiguo per essere un test nazionale. Certi segnali tuttavia parlano chiaro. La strada è ancora lunga prima di riuscire a riconquistare l’elettorato nauseato dai litigi e che si è lasciato ammaliare dalla facile demagogia di destra, come accadeva ai marinai stregati dalle sirene della Loreley. Le prossime verifiche saranno in Sardegna, Basilicata e Piemonte, ma soprattutto in Europa. A meno di miracoli, merce piuttosto rara in politica, l’ora purtroppo sembra già indicare un minuto dopo mezzanotte. Lasciamoci sorprendere.

 

SEGRETO. Vincono, litigano, strillano e combinano disastri. Questo è lo specchio dell’Italia a trazione leghista dopo il voto abruzzese. Per il resto sotto il vestito poco, quasi niente. La vittoria non è certo frutto dei programmi, quasi evanescenti, ma piuttosto della paura e altri sentimenti meno nobili. Da “Capitano”, definizione che ai vignettisti suggerisce lo spot di un dentifricio, Salvini assurge ora al ruolo di “Maschio Alfa” del governo. Ma avrà il suo bel daffare per calmare l’aspra lotta di identità all’interno della coalizione che non fa bene al Paese. Anzi fa malissimo, tanto che a causa dell’instabilità della situazione, i risparmiatori hanno già portato in Svizzera oltre 13 miliardi di euro. E senza segreto bancario.

 

AVVISAGLIE. Si dice che una mela al giorno toglie il medico d’attorno. In politica per togliersi dai mali si inventano i nemici. Vecchia come il cuculo, la tecnica di trovare uno scaricabarile per le cose che non vanno, è stata largamente riesumata dall’esecutivo giallo-verde. Prima sul piano interno contro gli alleati permalosi, poi dirottata verso altri bersagli: i migranti, l’Europa, Bruxelles, Frau Merkel e adesso la Francia di Macron. Nella vulgata leghista tutti coalizzati per affondare l’Italia. In realtà non esistono al mondo due popoli come il francese e l’italiano la cui storia sia più strettamente intrecciata. Ma queste purtroppo sono le avvisaglie più antipatiche di quanto potrebbe accadere se riuscisse l’assalto sovranista al fragile fortino europeo.

 

BAGEL. Erano letteralmente impietriti dall’orrore i parigini fermi davanti alle vetrine di un negozio di specialità ebraiche su cui spiccava a caratteri gialli la parola “Juden”. Nella capitale francese quella scritta, che in tedesco assume un carattere ancor più infame, ha riportato alla memoria l’immane tragedia dell’occupazione nazista durante la vergognosa repubblica di Vichy. “Juden” è un insulto che non si era mai più visto dopo Auschwitz, nemmeno nelle ricorrenti esplosioni di antisemitismo che ultimamente si sono fatte sempre più impetuose. Gli autori del gesto sapevano dove colpire per toccare il doloroso nervo scoperto di sentimenti ambivalenti e inconfessabili. Quello imbrattato in maniera tanto scellerata non era un emporio qualunque, ma un negozio specializzato nella produzione e la vendita dei “bagel”, ciambella tipica della cucina ebraica che nei romanzi del premio Nobel Isaac Singer assume una forte valenza simbolica quale fattore di aggregazione e identificazione all’interno della comunità ebraica. Ciò rende ancora più odioso il gesto, come se le lezioni più tragiche della storia lasciassero indifferenti le coscienze. Con il revisionismo strisciante che guadagna terreno c’è davvero di che inquietarsi.

 

VALIGIE. Sotto i velami dei danteschi versi strani, il festival di San Remo e il commissario Montalbano, diversissimi nei contenuti, sono finiti entrambi nel tritacarne di una volgare polemica di stampo nazional-populista per avere teso una mano ai migranti. Secondo l’ottica deformata di una certa mentalità ostile a prescindere, sia il vincitore di origini egiziane sia l’ultimo caso risolto dal famoso commissario sarebbero sconfinati in territori che non dovrebbero essere di loro competenza. E invece lo sono, eccome se lo sono, quando affrontano tra una canzone e un’inchiesta, il dramma dell’emigrazione e dei morti in mare dal profilo della solidarietà e non col linguaggio impietoso che li descrive come un’orda di criminali, anziché vittime della follia umana. Ormai è chiaro. Chi fa perno sui peggiori istinti non intende certo mollare la ghiotta preda che sfruttata a dovere è una fonte inesauribile di consensi dubbi a costo zero. Da questa prospettiva, sloggiare chi ne intralcia gli stolti propositi e provare a trasformare Strasburgo in avamposto per erodere le istituzioni UE dall’interno, rimane l’inquietante obbiettivo finale dell’insensata ideologia sovranista. Inquietante, ma ahinoi non impossibile nel clima di intolleranza in cui si stanno preparando le valigie all’Europa. Vediamo di non farla salire sul treno.

 

 


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giovedì 7 febbraio 2019

Butta la colpa su un nemico

 di Renzo Balmelli

 

POLEMICHE. Quando le cose non vanno per il verso giusto, inventa un nemico cui dare la colpa. Così si ragionava già ai tempi dell’antica Grecia, ed a questa massima, mai caduta in disuso, sembra ispirarsi il ruvido attacco di Roma alla “perfida” Francia e al presidente Macron. Quale molla abbia davvero determinato la dura filippica al punto da creare un momento di forte tensione diplomatica tra due Paesi amici da lungo tempo, non è molto chiaro. Si può immaginare che il nuovo patto franco- tedesco possa risultare sgradito a Palazzo Chigi per mille e svariati motivi. E non concorre a rasserenare l’atmosfera il pesante taglio alle stime di crescita per l’Italia, definita a rischio dal FMI, che ribalta le ben più rosee previsioni del governo Ma da lì a crearsi nemici con le proprie mani anziché prediligere la via del dialogo non pare una scelta molto giudiziosa. A maggior ragione in una fase come questa che richiede prudenza e nervi saldi considerando tra l’altro ciò che accade oltre Atlantico. All’annuale Forum economico di Davos manca infatti l’America a causa della cocciutaggine di Trump. Presentarsi nella località grigionese, dove si incontrano i grandi pianeta, preceduti da un episodio poco gradevole, di sicuro non giova all’Italia che ha invece un ruolo centrale da svolgere sul piano internazionale anziché avventurarsi in polemiche che non portano da nessuna parte.

 

TRUCCO. Quando in sala volano i miliardi promessi dal governo come fossero bruscolini, tra il pubblico si leva un mormorio di disappunto. Basta con i giochi di prestigio. Lo spettacolo è vecchio, visto e rivisto mille volte, senza neppure avere la grazia vittoriana della commedia che a Londra va in scena da quasi mezzo secolo. Neanche il cambio degli attori sotto le luci cangianti dal giallo al verde del palcoscenico romano è riuscito a strappare gli applausi. C’è stato sì qualche tentativo di aggiungere un po’ di pepe alla rappresentazione con alcuni accorgimenti plateali. Ma il loro effetto mediatico ha avuto vita breve. Né l ‘enfasi esagerata del “decretone”, né la trovata del mega-show per l’arresto di un terrorista come Cesare Battisti, hanno provveduto a cancellare le ombre della crisi. Tra felpe d’ordinanza e giubbotti della polizia indossati all’uopo, sembrava di assistere a una sceneggiata come ai tempi dell’infausta stagione berlusconiana. Ma oggi, dopo il primo, fugace attimo di stupore, quei trucchi ormai non se li beve più nessuno.

 

PAROLE. Fra i tanti e meritati tributi riservati a Fabrizio De André a vent’anni dalla scomparsa, molti a giusta ragione hanno voluto sottolineare il grande rispetto che l’artista aveva per le parole. Nelle sue composizioni non una è fuori posto. Le usava con delicatezza, quasi con pudore, per quei suoi testi tutti diversi dagli altri che fanno di lui un Poeta della canzone nel senso più vero del termine. Se tornasse in vita adesso, in un’epoca in cui perdono peso anche i voltafaccia più clamorosi, l’autore di Marinella e altri capolavori resterebbe sconvolto dall’utilizzo sconsiderato delle parole di cui si macchia il potere. Nei suoi versi De André parlava di diseredati, di emarginati che appartenevano a un mondo di cui nessuno voleva occuparsi. Vent’anni dopo, tra notizie false e lo sciacallaggio elettorale sulla pelle dei migranti, quelle parole così dense di significati troppo spesso si perdono nel vuoto, trasformandosi in un cinico strumento per raccogliere consensi.

 

MEMORIA. Si poteva pensare che dopo l’Olocausto l’umanità fosse vaccinata contro il virus dell’odio antisemita. Ora col pianto nel cuore e la tristezza nell’anima scopriamo che l’antidoto non è ancora stato prodotto. L’ intolleranza contro gli ebrei, stuzzicata ad arte dai cattivi maestri, anziché diminuire d’intensità sta diventando tragicamente normale. In un crescendo inaudito di idiozia e becera violenza, gli istinti più riposti dell’uomo vengono a galla tra incontrollate esplosioni di razzismo che trovano non solo negli stadi ma anche fuori un terreno fertile al colmo dell’abiezione. Come aveva intuito Primo Levi è accaduto e può ancora accadere. La banalità del male sopravvive nel tempo alla tremenda lezione di coloro che ne furono i consapevoli artefici. È una questione di mentalità, di scarsa educazione e poca cultura che va combattuta con la massima determinazione. A questa deriva va posto un argine. E se qualcosa dev’essere fatto subito è di impedire che la Giornata della Memoria, celebrata in questi giorni, venga soverchiata, nella totale indifferenza, dalla normalizzazione dell’antisemitismo e finisca col diventare la Giornata della Memoria smarrita.

 

SFIDUCIA. Basta leggere le cronache quotidiane per rendersi conto che non è poi così fuori luogo la domanda sul pericolo rappresentato dal fantasma del fascismo e di un suo possibile riapparire. La “vexata quaestio” è tornata alla ribalta con l’irruzione sulla scena di movimenti che fanno della difesa identitaria dalle ondate migratorie uno dei cardini della loro azione fondata su una discutibile pretesa di superiorità. Finora, grazie agli ammortizzatori democratici di cui dispone la società, le minacce incombenti sono state rintuzzate e non si sono mai realmente concretizzate. Il discorso tuttavia potrebbe mutare radicalmente se nell’opinione pubblica dovesse prevalere il pessimismo sulla possibilità di cambiare il mondo e renderlo migliore. Troppe volte infatti si è avuta la dimostrazione che la sfiducia può essere l’anticamera dei peggiori sistemi totalitari.

 

RESISTENZA. Europa si, Europa no. La sfida è lanciata. Ormai è dietro l’angolo l’appuntamento con il cruciale voto di maggio per il Parlamento di Strasburgo che non sarà un duello in punta di fioretto bensì un tintinnare di spade tra due concezioni inconciliabili sul modo di intendere e volere la Comunità. Una aperta e votata alla solidarietà tra i popoli. L’altra retrograda e ossessionata dai muri, dalle frontiere e dai porti ermeticamente chiusi. Se non si correrà ai ripari il rischio sarà di risvegliarsi un giorno in un continente a trazione sovranista. Ovvero alla mercé di quel movimento seguace dell’intolleranza che malgrado i tardivi ripensamenti elettorali dei suoi leader, in realtà non ha nessuna intenzione di riformare l’UE, ma solo di affossarla. L’Europa come la immaginiamo, come la amiamo e come vorremmo che fosse, non è mai stata in così grave pericolo da quando l’occidente sembra avere perso la bussola. Dalla prova delle urne se ne esce in un modo solo, spazzando via le idee false e bacate e rimettendosi in sintonia con una parola chiave che più di una volta si è rivelata decisiva per salvare i valori nei quali crediamo: Resistenza. Che non è retorica, ma un principio irrinunciabile.

 

AFFIDABILITÀ. Per avere dato a questo particolare tipo di opere due capiscuola come Beckett e Pinter è venuto quasi naturale paragonare l’incredibile caos della Brexit al teatro dell’assurdo. La situazione è talmente bizzarra da arrivare al punto di paragonare l’incidente stradale occorso al Principe Filippo all’impatto frontale che avrebbe il divorzio di Londra da Bruxelles nelle peggiori condizioni. Il confronto tra le vicende a volte burrascose della Casa reale e la bufera in cui si trova impegolato il governo conservatore, non ha mancato di suggerire irriverenti e pungenti metafore sulle condizioni in cui versa il Regno Unito alla vigilia di quello che è stato definito il “Car crash Brexit”. Confusione, smarrimento e frustrazione sono i sentimenti che predominano tra gli elettori favorevoli o contrari all’uscita dall’UE, ma tutti convinti, in un modo o nell’altro, che nulla potesse guastare l’atmosfera un po’ retrò e tanto british dell’immancabile e tè delle cinque da consumare nell’atmosfera di letizia e serenità. Atmosfera che ora si è smarrita tra la nebbia d un incerto futuro. Profonda è quindi la delusione dei sudditi di Sua Maestà per il declino di quel simbolico rito su cui poggiava la certezza inossidabile nelle istituzioni e nella loro granitica affidabilità.

 

 

 


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domenica 23 settembre 2018

La riprovazione della comunità internazionale



 

di Renzo Balmelli  

 

INDECENZA. Quando Michelle Bachelet affronta il tema dei diritti umani violati, sa benissimo di che cosa parla avendone subito personalmente le conseguenze nel suo Paese, il Cile dello spietato Pinochet. Durante la feroce dittatura dei generali ha avuto il padre, altri familiari e molti amici morti nelle prigioni del regime in seguito alle torture subite. Non deve quindi scandalizzare se nel suo intervento all'ONU di Ginevra in veste di Alto commissario dei diritti umani per le Nazioni Unite, l'ex Presidente cilena eletta sulle liste del Partito socialista ha fatto a meno di usare la soave coloritura dello svagato linguaggio diplomatico ed è andata invece subito al cuore della più grave crisi umanitaria del momento: quella dei migranti. Sarebbe tuttavia riduttivo e soprattutto ingiusto nei confronti delle migliaia di volontari che si prodigano ogni giorno per questi infelici, circoscrivere il problema all'Italia, sebbene l'inqualificabile vicenda della Diciotti sia valsa al governo in carica la riprovazione della comunità internazionale. Le espulsioni ed i respingimenti in mare presentati come misure di cui andare orgogliosi per contrastare l'arrivo dei profughi hanno soltanto un cattivo retrogusto. Roma tuttavia non può essere lasciata sola ad affrontare un fenomeno che ha ormai assunto le dimensioni di un esodo incessante senza che si intravveda uno straccio di soluzione condivisa su scala mondiale e rispettosa dei diritti umani; diritti tra l'altro da mettere in atto senza indugi già nei Paesi d'origine. All'opposto farne un po' ovunque, come purtroppo avviene in maniera sempre più esplicita, il pretesto di bieche speculazioni elettorali alla mercé di interessi inconfessabili è un atteggiamento che va oltre l'indecenza e interpella le coscienze di tutti, nessuno escluso. 

 

VOTO STORICO. A proposito della politica ungherese, fonte di gravi apprensioni nella maggior parte delle capitali, giunge da Bruxelles la conferma che l'europarlamento non intende recedere dai suoi principi istituzionali e resta determinato a scendere  in campo contro i nemici interni della comunità.  Con una votazione storica a favore dello stato di diritto, Strasburgo avvia la procedura che potrebbe attivare l'articolo 7 del Trattato di Roma circa l'adozione di sanzioni contro Budapest. Al governo di Orban si rimprovera di minare i valori europei in merito alla libertà di stampa e contro la discriminazione verso i migranti messa in atto con la chiusura dei confini. Ora spetta ai capi di stato e di governo indicare la procedura da seguire per decidere se applicare o meno le sanzioni. Intanto però il messaggio del Parlamento va direttamente al cuore della questione e si rivolge in particolare ai Paesi che con varie sfumature sono sulla stessa linea delle autorità magiare. Dall'Europa essi esigono soltanto i vantaggi pecuniari sotto forma di svariati miliardi di euro senza offrire nulla in cambio se non astruse ideologie sovraniste del tempo che fu. La posta in palio invece è altissima in quanto chiama in causa i diritti fondamentali sui quali si regge la forza dell'Unione. Al di la dei meri interessi di bottega, a prevalere nelle considerazioni emerse dal lungo dibattito, sono altre motivazioni ; motivazioni etiche e morali affinché l'Europa resti tollerante, aperta, accogliente,  e non diventi una fortezza costruita sull'odio come negli anni Trenta.  In quest'ordine di idee la dinamica dell'eurovoto è già stata all'origine di crepe profonde all'interno della coalizione giallo-verde, con i 5stelle favorevoli alle sanzioni e la Lega schierata invece con Orban. Resta ora da vedere quanto le prossime mosse incideranno sulla compattezza del governo, non proprio solida, e dei suoi rapporti già difficili con Bruxelles. Affaire à suivre.

 

INTEGRITÀ. "No pasaran" era il grido di battaglia col quale la pasionaria Dolores Ibarruri incoraggiava i combattenti anti franchisti esortandoli a tenere duro. Le cose andarono diversamente, però adesso sappiamo che il Duce, Franco ed i loro degni compari, convinti di essere passati, alla fine dovettero ricredersi. Ai tempi nostri in cui l'attualità si mescola ai fantasmi più cupi del Novecento, il no pasaran arrivato da Stoccolma, faticoso ma deciso, è un balsamo per chi lotta al fine di porre un argine all'onda neo fascista. Giunta sull'orlo del precipizio, la Svezia seppur con qualche patema d'animo, per fortuna nostra si è rivelata salda nei suoi principi e non ancora disposta a rinnegare la sua storia ed i valori fondanti della socialdemocrazia che ne hanno fatto una Nazione all'avanguardia nel campo del welfare, della civiltà e della convivenza tra i popoli. La minaccia tuttavia non è ancora scongiurata. Certo, alla destra sempre più estrema e di chiara ispirazione razzista, non è riuscito lo sfondamento che i sondaggi le attribuivano. Ma ci riproverà alla prossima occasione da qualche altra parte e col dente vieppiù avvelenato. Ragion per cui nell'organizzare la Resistenza contro l'oscurantismo bisognerà fare propria la locuzione latina frangar non flectar intesa come uno stimolo per indicare una integrità morale che non si piega e non si spezza davanti a nessuna minaccia o pericolo.

 

SCORCIATOIE. Dopo i giorni neri della Sassonia e lo scampato pericolo scandinavo (ma fino a quando?), per i democratici europei si avvicina l'ora della verità in uno scenario pieno di trabocchetti e insidie di matrice populista e reazionaria. In Italia, mutatis mutandis, mentre Berlusconi, dimenticate le olgettine, prova a rilanciarsi tuffandosi nel calcio minore, sull'altro fronte il governo del cambiamento ha sempre più le fattezze di quello messo in campo dall'ex Cavaliere. Il suo leader in pectore, ovvero Matteo Salvini, non perde occasione di ripetere che lui e solo lui comanda e che non andrebbe a colazione coi magistrati. Frasi roboanti e inutili già sentite ai tempi di Arcore, ma buone per fare voti all'ingrosso. Quanto alla Lega che per anni ha suonato la grancassa di Roma ladrona, ora si scopre- ma guarda che coincidenza- che sui finanziamenti dentro le segrete stanze del Carroccio vigevano regole poco chiare e non tanto diverse da quelle denunciate con tanto accanimento. Un bel boomerang per i leghisti che con gli slogan facili, facili se la sono sempre cavata battendo il tasto sui migranti per sviare l'attenzione dai veri problemi , ma che adesso navigano in acque piuttosto agitate. Ciò nonostante sarebbe incauto da parte della sinistra fare conto sulle scorciatoie giudiziarie per invertire la rotta. Al punto in cui il Paese si trova, ovvero piuttosto basso, la vera sfida si giuoca sul piano culturale e civile, non sulla furbizia demagogica. 

 

VALORI. Per I leader dalle spiccate pulsioni autoritarie il futuro potrebbe avere in serbo un cammino lastricato non soltanto di rose e fiori. Le loro strategie fondate sulla insistente ricerca del capro espiatorio hanno una data di scadenza e tutto alla fine si scopre. Ad alzare i veli ha provveduto Obama che lasciando da parte l'abituale fair-play ha definito il suo successore alla Casa Bianca un rischio per la democrazia. L'affondo segna l'esordio dell'ex presidente nella campagna per le elezioni di metà mandato a novembre che potrebbero risultare fatali per Trump e il suo mandato. Il discorso, caduto non a caso sui demagoghi che cercano consensi a buon mercato sfruttando la paure e il risentimento, ha attraversato l'oceano ed è arrivato a destinazione mentre l'UE si appresta ad affrontare il nodo dell'Ungheria di Orban e decidere se avviare la procedura per la violazione dello Stato di diritto a causa delle sue leggi liberticide. È facile immaginare che nell'aula di Strasburgo si assisterà a una battaglia campale per affermare i valori europeisti che i sovranisti mostrano invece di volere distruggere.

 

VINILE. Strattonato dalle opposte fazioni e a più riprese accusato, senza prove attendibili, di simpatizzare per l'estrema destra, Lucio Battisti a vent'anni dalla scomparsa incanta ancora e ancora fa discutere chi vorrebbe inquadrarlo in un determinato contesto politico. Per la verità tutto ciò sembra piuttosto una polemica di lana caprina che nulla toglie alla musica di Battisti, genio visionario e popolare la cui lezione è sempre attuale. Tanto che le sue canzoni si fischiettano e si cantano a prescindere dalla scheda elettorale. Morto ad appena 55 anni per un male incurabile, il celebre artista ha lasciato in eredità pagine fondamentali della musica popolare italiana pubblicando canzoni che nulla hanno perso della loro attualità grazie anche ai testi che il grande Mogol ha saputo cucirgli sopra. Testi che hanno addirittura contribuito a insegnare l'italiano e nei quali ogni persona è in grado di specchiarsi. L'ultima chicca legate al suo nome è la riproduzione in vinile dei suoi pezzi più noti su un formato che sta risalendo la china e che ha mandato in visibilio i fan vecchi e nuovi di Battisti e del nostalgico e sempre emozionante giradischi.

sabato 22 settembre 2018

La riprovazione della comunità internazionale



 

di Renzo Balmelli  

 

INDECENZA. Quando Michelle Bachelet affronta il tema dei diritti umani violati, sa benissimo di che cosa parla avendone subito personalmente le conseguenze nel suo Paese, il Cile dello spietato Pinochet. Durante la feroce dittatura dei generali ha avuto il padre, altri familiari e molti amici morti nelle prigioni del regime in seguito alle torture subite. Non deve quindi scandalizzare se nel suo intervento all'ONU di Ginevra in veste di Alto commissario dei diritti umani per le Nazioni Unite, l'ex Presidente cilena eletta sulle liste del Partito socialista ha fatto a meno di usare la soave coloritura dello svagato linguaggio diplomatico ed è andata invece subito al cuore della più grave crisi umanitaria del momento: quella dei migranti. Sarebbe tuttavia riduttivo e soprattutto ingiusto nei confronti delle migliaia di volontari che si prodigano ogni giorno per questi infelici, circoscrivere il problema all'Italia, sebbene l'inqualificabile vicenda della Diciotti sia valsa al governo in carica la riprovazione della comunità internazionale. Le espulsioni ed i respingimenti in mare presentati come misure di cui andare orgogliosi per contrastare l'arrivo dei profughi hanno soltanto un cattivo retrogusto. Roma tuttavia non può essere lasciata sola ad affrontare un fenomeno che ha ormai assunto le dimensioni di un esodo incessante senza che si intravveda uno straccio di soluzione condivisa su scala mondiale e rispettosa dei diritti umani; diritti tra l'altro da mettere in atto senza indugi già nei Paesi d'origine. All'opposto farne un po' ovunque, come purtroppo avviene in maniera sempre più esplicita, il pretesto di bieche speculazioni elettorali alla mercé di interessi inconfessabili è un atteggiamento che va oltre l'indecenza e interpella le coscienze di tutti, nessuno escluso. 

 

VOTO STORICO. A proposito della politica ungherese, fonte di gravi apprensioni nella maggior parte delle capitali, giunge da Bruxelles la conferma che l'europarlamento non intende recedere dai suoi principi istituzionali e resta determinato a scendere  in campo contro i nemici interni della comunità.  Con una votazione storica a favore dello stato di diritto, Strasburgo avvia la procedura che potrebbe attivare l'articolo 7 del Trattato di Roma circa l'adozione di sanzioni contro Budapest. Al governo di Orban si rimprovera di minare i valori europei in merito alla libertà di stampa e contro la discriminazione verso i migranti messa in atto con la chiusura dei confini. Ora spetta ai capi di stato e di governo indicare la procedura da seguire per decidere se applicare o meno le sanzioni. Intanto però il messaggio del Parlamento va direttamente al cuore della questione e si rivolge in particolare ai Paesi che con varie sfumature sono sulla stessa linea delle autorità magiare. Dall'Europa essi esigono soltanto i vantaggi pecuniari sotto forma di svariati miliardi di euro senza offrire nulla in cambio se non astruse ideologie sovraniste del tempo che fu. La posta in palio invece è altissima in quanto chiama in causa i diritti fondamentali sui quali si regge la forza dell'Unione. Al di la dei meri interessi di bottega, a prevalere nelle considerazioni emerse dal lungo dibattito, sono altre motivazioni ; motivazioni etiche e morali affinché l'Europa resti tollerante, aperta, accogliente,  e non diventi una fortezza costruita sull'odio come negli anni Trenta.  In quest'ordine di idee la dinamica dell'eurovoto è già stata all'origine di crepe profonde all'interno della coalizione giallo-verde, con i 5stelle favorevoli alle sanzioni e la Lega schierata invece con Orban. Resta ora da vedere quanto le prossime mosse incideranno sulla compattezza del governo, non proprio solida, e dei suoi rapporti già difficili con Bruxelles. Affaire à suivre.

 

INTEGRITÀ. "No pasaran" era il grido di battaglia col quale la pasionaria Dolores Ibarruri incoraggiava i combattenti anti franchisti esortandoli a tenere duro. Le cose andarono diversamente, però adesso sappiamo che il Duce, Franco ed i loro degni compari, convinti di essere passati, alla fine dovettero ricredersi. Ai tempi nostri in cui l'attualità si mescola ai fantasmi più cupi del Novecento, il no pasaran arrivato da Stoccolma, faticoso ma deciso, è un balsamo per chi lotta al fine di porre un argine all'onda neo fascista. Giunta sull'orlo del precipizio, la Svezia seppur con qualche patema d'animo, per fortuna nostra si è rivelata salda nei suoi principi e non ancora disposta a rinnegare la sua storia ed i valori fondanti della socialdemocrazia che ne hanno fatto una Nazione all'avanguardia nel campo del welfare, della civiltà e della convivenza tra i popoli. La minaccia tuttavia non è ancora scongiurata. Certo, alla destra sempre più estrema e di chiara ispirazione razzista, non è riuscito lo sfondamento che i sondaggi le attribuivano. Ma ci riproverà alla prossima occasione da qualche altra parte e col dente vieppiù avvelenato. Ragion per cui nell'organizzare la Resistenza contro l'oscurantismo bisognerà fare propria la locuzione latina frangar non flectar intesa come uno stimolo per indicare una integrità morale che non si piega e non si spezza davanti a nessuna minaccia o pericolo.

 

SCORCIATOIE. Dopo i giorni neri della Sassonia e lo scampato pericolo scandinavo (ma fino a quando?), per i democratici europei si avvicina l'ora della verità in uno scenario pieno di trabocchetti e insidie di matrice populista e reazionaria. In Italia, mutatis mutandis, mentre Berlusconi, dimenticate le olgettine, prova a rilanciarsi tuffandosi nel calcio minore, sull'altro fronte il governo del cambiamento ha sempre più le fattezze di quello messo in campo dall'ex Cavaliere. Il suo leader in pectore, ovvero Matteo Salvini, non perde occasione di ripetere che lui e solo lui comanda e che non andrebbe a colazione coi magistrati. Frasi roboanti e inutili già sentite ai tempi di Arcore, ma buone per fare voti all'ingrosso. Quanto alla Lega che per anni ha suonato la grancassa di Roma ladrona, ora si scopre- ma guarda che coincidenza- che sui finanziamenti dentro le segrete stanze del Carroccio vigevano regole poco chiare e non tanto diverse da quelle denunciate con tanto accanimento. Un bel boomerang per i leghisti che con gli slogan facili, facili se la sono sempre cavata battendo il tasto sui migranti per sviare l'attenzione dai veri problemi , ma che adesso navigano in acque piuttosto agitate. Ciò nonostante sarebbe incauto da parte della sinistra fare conto sulle scorciatoie giudiziarie per invertire la rotta. Al punto in cui il Paese si trova, ovvero piuttosto basso, la vera sfida si giuoca sul piano culturale e civile, non sulla furbizia demagogica. 

 

VALORI. Per I leader dalle spiccate pulsioni autoritarie il futuro potrebbe avere in serbo un cammino lastricato non soltanto di rose e fiori. Le loro strategie fondate sulla insistente ricerca del capro espiatorio hanno una data di scadenza e tutto alla fine si scopre. Ad alzare i veli ha provveduto Obama che lasciando da parte l'abituale fair-play ha definito il suo successore alla Casa Bianca un rischio per la democrazia. L'affondo segna l'esordio dell'ex presidente nella campagna per le elezioni di metà mandato a novembre che potrebbero risultare fatali per Trump e il suo mandato. Il discorso, caduto non a caso sui demagoghi che cercano consensi a buon mercato sfruttando la paure e il risentimento, ha attraversato l'oceano ed è arrivato a destinazione mentre l'UE si appresta ad affrontare il nodo dell'Ungheria di Orban e decidere se avviare la procedura per la violazione dello Stato di diritto a causa delle sue leggi liberticide. È facile immaginare che nell'aula di Strasburgo si assisterà a una battaglia campale per affermare i valori europeisti che i sovranisti mostrano invece di volere distruggere.

 

VINILE. Strattonato dalle opposte fazioni e a più riprese accusato, senza prove attendibili, di simpatizzare per l'estrema destra, Lucio Battisti a vent'anni dalla scomparsa incanta ancora e ancora fa discutere chi vorrebbe inquadrarlo in un determinato contesto politico. Per la verità tutto ciò sembra piuttosto una polemica di lana caprina che nulla toglie alla musica di Battisti, genio visionario e popolare la cui lezione è sempre attuale. Tanto che le sue canzoni si fischiettano e si cantano a prescindere dalla scheda elettorale. Morto ad appena 55 anni per un male incurabile, il celebre artista ha lasciato in eredità pagine fondamentali della musica popolare italiana pubblicando canzoni che nulla hanno perso della loro attualità grazie anche ai testi che il grande Mogol ha saputo cucirgli sopra. Testi che hanno addirittura contribuito a insegnare l'italiano e nei quali ogni persona è in grado di specchiarsi. L'ultima chicca legate al suo nome è la riproduzione in vinile dei suoi pezzi più noti su un formato che sta risalendo la china e che ha mandato in visibilio i fan vecchi e nuovi di Battisti e del nostalgico e sempre emozionante giradischi.

lunedì 30 aprile 2018

Vittorio Taviani: “Perché il fascismo tenta di tornare”

di Renzo Balmelli  
 
RINTOCCHI. La storia in sé non è né buona né cattiva. L'uso che se ne fa invece sì. Con i suoi rintocchi di morte, quanto accade ogni giorno in Siria sotto i nostri occhi conduce inesorabilmente alla conclusione che l'uomo non ha imparato la lezione. Tra missili, che nonostante l'ondivaga vulgata trumpiana non sono né belli né intelligenti, e l'incubo degli attacchi chimici negati dal regime e dai suoi scaltri, cinici alleati, questo disgraziato paese, culla di una civiltà millenaria, è diventato il banco di prova delle peggiori infamie contro l'umanità. Macerie su macerie, lapidi su lapidi si accumulano senza che un solo gesto sia venuto a promuovere il bene della popolazione martoriata. Qui non soltanto si violano le norme che regolano la moralità individuale e collettiva, ma si compiono distruzioni e massacri che sollevano inquietanti interrogativi sulla salute mentale di chi ne porta la responsabilità e tiene il mondo sotto scacco. Quando verrà scritta l'ultima pagina di questa storia tristissima e frequentata da pessimi allievi a ricordarla resterà soltanto il racconto di infinite, assurde sofferenze. 
 
IMPUNITÀ. Sovrastate dal rombo incessante della nervosissima corsa agli incarichi, nell'ombra si perpetuano, ormai con quotidiana frequenza, le rozze esplosioni di razzismo e di antisemitismo. La casa dell'ex ministro Cécile Kyenge imbrattata di escrementi, l'uso blasfemo dell'immagine di Anna Frank e l'incisione nazista a Montecitorio sono gli ultimi episodi un fenomeno a questo punto non più ascrivibile soltanto ai soliti balordi. Gesti del genere, carichi di disprezzo verso i valori dell'integrazione, si inseriscono ormai in un'ampia, deliberata campagna di odio e intolleranza alimentata dall'impunità sui social media e forse, in una certa qual misura, anche dall''avanzata di forze che non di rado hanno assunto posizioni chiaramente razziste e xenofobe. La tendenza a compiere atti tanto vili non è un fenomeno isolato o soltanto italiano ma è presente in tutta Europa in misura crescente. Essa va perciò circoscritta con la massima fermezza poiché solo in questo modo si eviterà di precipitare nell'abisso morale di chi si ispira alle peggiori ideologie ereditate dal passato. 
 
OPINIONE. Che la Lega di Salvini veda Palazzo Chigi come un agognato miraggio, ormai l'hanno capito anche i neonati. Meno si capisce invece la presunzione di volere imporre la propria tabella di marcia ad ogni costo pur mancando i numeri sul piano nazionale, e fosse pure con l'aiutino della destra. Alla conta finale dei voti c'è difatti un dettaglio post elettorale tutt'altro che trascurabile che fa del Carroccio, nonostante l'innegabile messe di consensi, soltanto la terza forza in campo. Una mezza vittoria, insomma, che non basta per tagliare il traguardo in solitaria. In classifica lo schieramento leghista viene dopo il Pd, che certo ha preso una scoppola di quelle che lasciano il segno, ma che per quanto deprecato dagli avversari a rigor di percentuali rimane il secondo schieramento quantunque abbia scelto l'esilio volontario in quel suo strano Aventino di cui un giorno o l'altro dovrà rendere conto al Paese ai suoi disorientati elettori. Ma in politica si sa i margini di manovra sono elastici e capita spesso che la matematica sia soltanto un'opinione. 
 
PREZZO. Daniel Defoe viene frequentemente indicato come il padre del romanzo moderno, ma egli non è il solo nel mondo anglosassone ad avere contribuito in modo decisivo a dare un nuovo, fondamentale indirizzo all'arte del narrare unendo la grazia dello scrivere al rigore del reportage. Se Defoe, con Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders, può essere considerato un precursore della scuola freudiana, l'americano Januarius MacGahan, di cui si parla in varie recensioni grazie all'iniziativa editoriale di Laterza, spianò a sua volta la strada in pieno ottocento al moderno giornalismo d'inchiesta con pezzi da manuale che la casa editrice ha raccolto nel volume "Tredici giornalisti quasi perfetti". Inviato sui vari fronti MacGohan scosse il mondo e risvegliò le coscienze intorpidite rivelando crimini e misfatti sui campi di battaglia fin lì censurati. Le sue corrispondenze fecero tremare i governi dell'epoca e seppero toccare il cuore dei lettori come mai era accaduto prima che venissero portati alla luce gli effetti sconvolgenti del genocidio tra la povera gente che paga sempre, oggi come ieri, il prezzo più alto della follia guerrafondaia.
 
ILLUSIONI. Sarebbe riduttivo racchiudere i film di Milos Forman soltanto ai suoi celebri "Amadeus" e " Qualcuno volò sul nido del cuculo" senza inquadrare l'opera del regista, scomparso a 86 anni, nell'iniziale contesto della "Nova Vilna", la nouvelle vague di Praga che segnò una svolta nella cinematografia mondiale mentre la capitale cecoslovacca viveva la sua esaltante quanto breve primavera stroncata dall'invasione sovietica. Con "Gli amori di una bionda", primo lungometraggio di Forman e con "Treni strettamente sorvegliati" tratto dall'omonimo romanzo di Rabal che tenne a battesimo l'esordio di Jiri Menzel, andare al cinema in quell'epoca densa di eventi memorabili e di pellicole di straordinaria, polemica e dissacratoria vitalità era una gioia impagabile. Gli echi di quella ribellione culturale all'ottuso potere dei burocrati avrebbero contagiato migliaia di giovani che si davano appuntamento nei mitici Caffè lungo le rive della Moldava inseguendo il sogno di una società libera dalle costrizioni prima che il Cremlino scrivesse nel sangue la parola "FINE". La fine delle illusioni.
 
MAESTRO. Ironia del destino, la scomparsa di Vittorio Taviani a ventiquattro ore da quella di Forman, lascia orfana la settima arte di due eccelsi registi la cui traiettoria artistica ha segnato quella che molti critici concordano nell'indicare come l'epoca d'oro del cinema d'autore. Altri confronti sarebbero tuttavia azzardati nell'incrocio temporale di due percorsi che hanno si qualche punto in comune nell'impegno civile, ma che divergono sostanzialmente nella forma e nella ricerca. Il campo di attività ha visto il maggiore dei due fratelli toscani seguire una strada di totale coerenza nel raccontare la realtà, la storia e le contraddizioni dell'Italia, ma non solo, attraverso sequenze di ampio respiro culturale ed europeo. Cosa che invece era andata via via scemando durante l'esilio americano dell'autore di origine ceca sottoposto alla dura legge del mercato e del botteghino. Vittorio Taviani verrà ricordato come un grande Maestro capace di girare straordinari capolavori in cui i grandi eventi locali e universali si intrecciano con la vita di ogni giorno andando al cuore della gente e conquistando i favori del pubblico. Pellicole pluripremiate come "Padre Padrone" oppure lo stupendo "La notte di San Lorenzo" con la sua inimitabile cifra stilistica affrontano con coinvolgente, drammatica ed emozionante partecipazione ideale il tema della Resistenza che nell'ultimo film " Una questione privata", ritratto di Beppe Fenoglio del 2017, segna la chiusura di un cerchio, come l'avevano definita Vittorio e Paolo Taviani, "perché il fascismo torna o tenta di tornare".