martedì 4 luglio 2017

Pedro, adelante con juicio

di Renzo Balmelli

LENTEZZA. Già nell'Italia del Quattrocento Lorenzo il Magnifico si poneva tra il serio e il faceto poetici e filosofici interrogativi sull'incertezza del domani. In pieno Rinascimento, ma prima della scoperta dell'America, andava alla ricerca della formula magica, salvifica, capace di fermare il tempo e di rispondere alle inquietudini dell'uomo. E oggi? Oggi il sentimento di precarietà che sembriamo avvertire di fronte a situazioni che cambiano dal giorno alla notte riporta alla memoria la lezione di un altro de' Medici, Cosimo, che come altri classici aveva intuito il piacere dimenticato della vera lentezza. Kundera ne aveva fatto l'elogio, Pirandello, di cui si celebra il 150° della nascita, sottolineava la precarietà delle certezze di un secolo, il Novecento, segnato dalle sofferenze e dagli angosciosi interrogativi della modernità, che non sempre significa progresso. Il poeta però ci consola: il tempo fugge e inganna, certo, ma a dispetto delle contingenze "chi vuol esser lieto, sia".

“CENTRO”. Senza confondere le comunali con le nazionali, ma senza neppure sottovalutare il significato dell'ultimo giro di valzer elettorale, durante l'estate, come nelle grigliate all'aperto, ci sarà parecchia carne al fuoco della politica. Ognuno rivendicherà il diritto di governare il Paese, ma giunti a questo punto conviene comunque riportare il campanile al centro del villaggio. Sorvolando sulle sconfitte, solitamente orfane, bisognerebbe per lo meno fare chiarezza sui vincitori che vengono identificati nell'area di centro destra. Ma è proprio quel “centro” a creare non poche perplessità. Se proprio, a scanso di equivoci, vogliamo chiamare le cose con il giusto nome, il successo sembra da ascriversi, caso mai, all'apporto fondamentale della destra, ma non quella liberale e risorgimentale, bensì quella peggiore in tutti i sensi attualmente in circolazione. Quella che altrove, in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda, in Austria, è stata frenata nelle urne, ma che in Italia vola sulle ali di un crescente consenso attraverso un processo in contro tendenza che incute paura e dovrebbe fare riflettere.

AVVENIRE. Se il Pd vuole provare a riprendersi da una pesante battuta d'arresto che non mancherà di lasciare varie ferite aperte, dovrà cominciare a ispirarsi alla famosa formula del “conosci te stesso”. Al pari della regina Elisabetta, che si presenta ai Comuni senza corona né carrozza, il partito appare in preda a una crisi d'identità dalla quale fatica a uscire e che la tradizionale coreografia post elettorale non riesce a mascherare. Le cause del fenomeno sono numerose e profonde, ma andranno affrontate con coraggio e forse con scelte dolorose per non trovarsi un giorno – come hanno già ammonito vari esponenti e addirittura Andrea Camilleri nei suoi commenti affilati come lame – fuori dalla storia e dall'avvenire. E va da sé, per coloro che si dichiarano di sinistra, che la parola Avvenire, posta tra l'altro nel nome di questa testata, ha un significato speciale sul quale non si può speculare.

IDENTITÀ. La troppa fretta, la fretta di recidere il cordone ombelicale con l'UE, potrebbe giocare un brutto scherzo al governo conservatore inglese ed ai fautori del leave, del divorzio ad ogni costo e contro ogni logica dalla casa comune europea. Nell'aria c'è infatti qualcosa di nuovo, sempre più lontano dall'euforia scoppiata dopo il referendum. L'impressione è che i consumatori britannici abbiano fiutato la trappola e capito che il magnificato ritorno allo “splendido isolazionismo” potrebbe avere un costo elevatissimo se non addirittura insopportabile. Tagliare tutti i legami con l'Europa non sembra più la panacea di tutti i mali come vien dato a bere dalla vulgata della destra populista e xenofoba. E il fatto stesso che in questo senso Jeremy Corbin venga considerato un premier più adeguato di Theresa May oltre che essere un ribaltone inimmaginabile fino a poco tempo fa , non dovrebbe lasciare indifferente l'italica sinistra alla ricerca di una nuova identità.

SOLIDARIETÀ. È come se un'intera nazione densamente popolata venisse svuotata di colpo. Il dato emerge dal Global Trends, rapporto dell'UNHCR, l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, sulla sorte degli sfollati e dei profughi nel mondo. Sono cifre che nella loro matematica crudezza mettono i brividi. Sul nostro pianeta ogni tre secondi una persona è costretta ad abbandonare la propria casa. E il grave fenomeno è destinato a crescere come evidenziano d'altronde senza possibilità di fraintendimenti le immagini delle migrazioni forzate che avvengono sotto i nostri occhi col loro corollario di privazioni e sofferenze. Lasciando parlare ancora le cifre, attualmente sono oltre 65 milioni le persone obbligate a fuggire dalla propria terra a causa di guerre e persecuzioni. Siamo di fronte a una situazione moralmente inaccettabile da cui emerge chiaramente la necessità di moltiplicare gli sforzi per prevenire e risolvere le crisi nel segno della solidarietà. E pensare che sul dolore c'è chi specula in modo abbietto per racimolare consensi elettorali: il voto della vergogna.

martedì 27 giugno 2017

No, davvero non si può

di Renzo Balmelli

VALORI. Arriva sempre un giorno in cui la democrazia presenta il conto. Dalla Brexit a Trump qualcosa di simile sta già accadendo in quella parte del pianeta chiamato occidente che sembra avere smarrito la retta via. Chi vi governa è immerso nei guai fino al collo e non sa come uscirne. Sotto la minaccia implacabile del terrorismo, inchieste sulle trame oscure del potere, palazzi che bruciano come fuscelli, la società civile si scopre smarrita, indifesa di fronte a leadership incapaci di dare risposte rassicuranti. Nella selva delle contraddizioni, sta crescendo una nuova élite senza scrupoli che si muove tra le pieghe di una svolta insidiosa in grado di disgregare i valori di riferimento del nostro vivere comune. Siamo al cospetto di una sfida epocale che non si affronta attraverso la miope visione degli slogan di facile suggestione di cui avvalgono i novelli costruttori di muri. No, davvero non si può, perché quando la fattura verrà consegnata sarà bella salata.

NEMICO. Al di la della classica contrapposizione tra destra e sinistra, al giorno d'oggi la vera dicotomia è tra apertura e chiusura. In quest'ordine di idee le discussioni più accese ruotano attorno al concetto di populismo, mantra dei nostri tempi usato a volte anche a sproposito. Nel fuoco del dibattito sulle possibili definizioni, spesso a fare la differenza è l'atteggiamento verso il nuovo, il diverso, che spaventa ed è visto come un nemico. Per restare all'attualità, l'indegna gazzarra di stampo leghista che ha profanato l'austera aula del Senato a proposito dello ius soli, cioè dell'apertura, ne è una dimostrazione eloquente. E non si tratta di un fatto isolato. Benché la pronosticata marcia trionfale dell'estremismo populista non si sia avverata, la battuta d'arresto non giustifica il cessato allarme: la quiete dopo la tempesta potrebbe essere ingannevole.

PASSATO. Non è una cosa semplice né indolore il superamento del passato liberticida. A tale proposito in Germania la "Vergangenheits­bewaeltigung", concetto usato per descrivere la riflessione critica sul periodo nazista, anche a distanza di anni continua a fornire spunti ine­diti su un tema sempre imbarazzante. È il caso delle, recenti rivelazioni sull'operato di Albert Speer, il cinico e spregiudicato architetto di Hitler che fin quando era in vita ha saputo celare le sue enormi respon­sabilità nei crimini del regime con biografie a lui favorevoli e accettate. Le ricerche hanno però portato alla luce un cumulo di menzogne su tutte le falsificazioni della storia di cui Speer e gli altri complici dell'universo nazista si sono macchiati senza mostrare ne vergogna ne pentimento, fingendo di non sapere quanto stesse avvenendo negli infernali laboratori dell'Olocausto. Ora giustizia è fatta.

RISORSE. Passano i mesi, gli anni addirittura, ma il tragico scenario in cui si consuma l'esodo biblico e forzato dei profughi è rimasto immutato nel tempo. Semmai, per quanto possa sembrare impossibile di fronte agli episodi di inaudita sofferenza cui sono sottoposte le vittime della follia umana, il fenomeno si è fatto ancor più crudele. Respingimenti, filo spinato, traversate spesso letali e l'odioso sfruttamento ad opera di bande criminali formano la cornice della più grave tragedia umanitaria del secolo. In fuga da conflitti, violenze, persecuzioni i migranti sono anche esposti a frequenti manifestazioni di fastidio se non di aperta intolleranza che concorrono ad aggravare la loro situazione. La Giornata mondiale del rifugiato contribuisce a dissipare paure e ideologie distorte ed a gettare un ponte verso coloro che hanno avuto la disavventura di nascere nel cono d'ombra del benessere. Non si potrebbe fare torto più grande ai profughi che esporli all'assuefazione senza cogliere le risorse offerte dall'incontro personale con loro e che contribuiscono a farne un fattore di crescita per tutti noi.

EN MARCHE. Ora che la marcia della Repubblica può iniziare con tutti i crismi esecutivi e legislativi, la Francia che l'ha voluta e votata si augura che non sia così lunga e difficile come quella che nel nome evoca lontane reminiscenze cinesi. All' occhio critico dell'osservatore non sfuggono tuttavia le asperità che il titolare di quella monarchia repubblicana che è sempre stato l'Eliseo dovrà affrontare presto e bene. In effetti se il successo di Macron è incontestabile, resta comunque la consapevolezza che il verdetto delle urne è stato tra i meno partecipati del post-gollismo. Leggere quel' enorme tasso di astensione per individuarne le ragioni sarà tra i primi non facili compiti del nuovo Presidente. Con una tale eredità sulle spalle, gli toccherà recuperare la fiducia dei tanti che sono rimasti a casa e che pur non gettandosi nella braccia dell'estrema destra, come avevano fatto in precedenza con un moto di stizza, manifestano tuttavia il loro malcontento , se non addirittura la più totale indifferenza verso la politica, buttando la scheda nel cestino. Chi come Macron arriva giovane al potere ha il tempo di illudere, ma anche di deludere se i risultati tarderanno ad arrivare e le promesse faticheranno a mettersi in marcia e concretizzarsi secondo le attese.

martedì 20 giugno 2017

Derive di pessimo gusto

di Renzo Balmelli

“E ORA?” Già la malaugurata ipotesi che un giorno Salvini, reso euforico dalle comunali, possa dettare i modi e i tempi della politica italiana dovrebbe mettere sul chi vive l'intero schieramento progres­sista. In assenza di un Macron, sul quale però i pareri non sono univo­ci, e senza una sinistra unita e federata, al leader leghista potrebbe riuscire, non per merito suo, ciò che invece alla Le Pen e agli altri schieramenti populisti è clamorosamente mancato alla prima, seria prova. Per fortuna, aggiungiamo noi. Certamente il voto delle ammini­strative non va esagerato. Eppure nel clima di incertezza che prevale un po’ovunque, il responso di nove milioni di elettori, sebbene solo a “livello locale”, lancia segnali politici sulla temperatura del Paese che non possono essere liquidati con una scrollata di spalle per non trovarsi un giorno a chiedersi "E ora?" di fronte a derive di pessimo gusto.

TEST. Bello, indovinato e molto pirandelliano il titolo di Repubblica che parla del Pd in cerca d’autore in vista dei ballottaggi. Anziché gongolare per il tracollo dei grillini, prevedibile poiché iscritto nel dna dei movimenti analoghi che prima illudono e poi quasi subito deludono, è piuttosto sulla prestazione non proprio esaltante del partito di Renzi che andrebbero puntati i riflettori. Mentre inizia una nuova campagna elettorale proiettata a livello nazionale, non si può nascondere che la destra giocata sull'asse Lega/FI ha fatto meglio ed è uscita rafforzata dalle urne, addirittura in grado di vincere. Magari sarà vero che le amministrative non sono state un test determinante per i partiti. Intanto però la tornata elettorale ha messo in scena tra gli aspetti più visibili un ritorno al bipartitismo che riapre la partita delle alleanze. Quanto basta per fare sudare freddo tanti democratici per niente inclini a tirare un sospiro di sollievo pensando a quanto potrebbe accadere.

VERGOGNA. Pur non sottovalutando la situazione di emergenza legata al flusso ininterrotto di donne, uomini e bambini che affidano la loro sorte a natanti fatiscenti in balia del mare, c’è di che arrossire dalla vergogna nel leggere i commenti di scherno per la mancata rielezione della sindaca di Lampedusa. Sui blog e altri vettori, l'esultanza rozza e sgangherata e il disprezzo di certi giudizi pari soltanto all’ignoranza siderale di chi li ha formulati, offendono l’immagine che nel mondo si ha e dell’isola simbolo dell’accoglienza dei migranti e di Giusi Nicolini che più di ogni altro ha aperto le porte della solidarietà umana. Sono individui spregevoli che certamente non rappresentano la maggioranza dell'Italia e dei tanti volontari che si prodigano per salvare i profughi. Compongono tuttavia uno spaccato seppur minimo della società che plagiata dai cattivi maestri diffonde odio e livore grazie al vile anonimato di stampo fascista.

SUONATA. In politica ed a maggior ragione in democrazia sarebbe cosa buona e giusta se chi venne per suonare e rimase suonato, riponesse lo strumento nella custodia e si dedicasse ad altre attività. E suonata Theresa May lo è stata sotto ogni punto di vista forse per avere peccato di presunzione. È vero che a poker si può battere un full servito con una doppia coppia, ma bisogna essere di una abilità mostruosa. La premier palesemente non ha indovinato né le carte né lo spartito e ora che il piatto piange si trova in mano un Parlamento in bilico senza maggioranza con cui gestire uno dei peggiori pasticci elettorali dell’era Brexit. Da “morta che cammina” a “Mayexit”, ormai l’attuale titolare di Downing Street è seduta su un seggiolino catapultabile che il suo partito non vede l'ora di azionare. I conservatori non amano lo sconfitte e in passato ne fece le spese persino un mostro sacro come Winston Churchill. Quando ci si mette, la storia sa essere una matrigna inflessibile.

“IL VECCHIO”. A sentire i suoi detrattori tanto di destra che di sinistra non conta più di un ferro vecchio da rottamare. Troppo socialista (sic). Troppo novecentesco, dicono. Che poi vai a capire che cosa significa esattamente. Tanto più che se Jeremy Corbyn alla soglia dei settant’anni è riuscito, come l’arzillo senatore del Vermont Bernard Sanders, ad affascinare i giovani e a consegnare ai laburisti un successo insperato che non si vedeva da anni, qualcosa vorrà pur dire. O no? Forse può semplicemente significare che alle nuove generazioni, confrontate con il problema del lavoro e le incognite del futuro scritto sulla sabbia, la rapacità delle élite economiche risulta insopportabile e smisuratamente ingiusta. Nel suo programma Corbyn ha usato rivendicazioni ragionevoli disegnando il modello di una società equa per tutti e non solo per pochi a difesa dello stato sociale. Ha messo insomma nel suo discorso una sorsata di socialismo “rosso antico”, corroborante come un bicchiere di buon vino ben conservato. Il socialismo d'antan: una idea che non muore.

TRAPPOLE. Ha voluto la bicicletta, ora pedali. Pochi personaggi di spicco della Quinta Repubblica che al pari di Macron sono riusciti a rivoltare la Francia come un guanto e a sollevare una ondata di speranze in così pochi mesi. A meno di un terremoto, il ballottaggio di domenica prossima dovrebbe consegnare al Presidente, dopo la trionfale cavalcata per la conquista dell’Eliseo, tutti gli strumenti per governare senza incontrare ostacoli. Solo Mitterrand all'apice del successo era riuscito nell'impresa, che richiede doti non comuni. Macron, attorniato da uno stuolo di scalpitanti debuttanti della politica, deve ancora dimostrare di possederne in ugual misura. Avere messo un argine all'estrema destra gli consegna un atout importante da usare con oculatezza e perspicacia per non cadere nelle molte trappole che si porranno lungo il suo cammino. L’elettore attende ora fatti concreti senza i quali l'idillio con i presunti “rottamatori innovatori” della vecchia politica e dei vecchi partiti può incrinarsi in fretta. Roma docet!

martedì 13 giugno 2017

Quel che l'Isis teme è il dialogo delle civiltà

di Renzo Balmelli 

DIALOGO. Al di là dell'orrore provato di fronte al terrorismo barbaro e cinico di matrice jihadista, sarebbe un grave sbaglio se la società civile dimenticasse che la sua forza si basa sullo stato di diritto, sul rifiuto della cieca prevaricazione e sulla costante disponibilità al dialogo. Ovunque ha radici l'Islam si presenta assai variegato nelle sue manifestazioni e non è certo l'interpretazione che vuol darne l'Isis che potrà contribuire a rimuovere lo scoglio, in apparenza insormontabile, di una specie di guerra santa che esclude a priori qualsiasi possibilità di disinnescare la truce minaccia terroristica. La sola via per risparmiarci la visione terrificante di un'altra Manchester è la possibilità di dialogare, ovvero l'ipotesi che i “fighter” del presunto Califfato temono di più non disponendo del corredo dialettico e culturale per uscire dal cerchio infernale della violenza. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi fintanto che il mondo mussulmano proclamatosi moderato non si deciderà a tagliare di netto il cordone con certe escrescenze. Ma questo è uno spazio tutto da costruire.

LOGORIO. Obnubilati dalla ricerca di facili consensi elettorali, coloro i quali insistono con argomenti pretestuosi nel tentativo di indebolire e smantellare l'Europa forse nemmeno si rendono conto dei rischi insiti nel loro pervicace populismo. Oltre a fare perdere prestigio all'UE e alla sua capacità negoziale nel momento in cui una raffica micidiale di attentati pesa sui nostri destini, il costante logorio delle strutture comunitarie non fa che aggiungere insicurezza all' insicurezza, paura alla paura. Che è poi lo scopo dichiarato del terrorismo. Frutto dello strano cocktail in cui si mescolano le inquietudini della Brexit e le incognite delle elezioni anticipate, la Gran Bretagna, duramente provata dalle stragi, è in queste ore il riflesso degli interrogativi che si pongono in termini drammatici sul futuro del Vecchio Continente. Consola se non altro la risposta della musica giovane alla violenza, un inno alla vita per dire “no pasaran”.

TAMBURI. Se regge la teoria del terzo conflitto mondiale a pezzetti, quanto sta accadendo nei regimi sunniti del Golfo, dove all' improvviso sono risuonati i tamburi di guerra, anche se per ora soltanto a colpi di comunicati, dimostra che l'ipotesi attribuita a Papa Francesco è tutt'altro che infondata. Sauditi e alleati concordi nel rompere i rapporti con il Qatar, accusato di sostenere i terroristi, ridisegnano con questa loro mossa uno scenario strategico tutto politico e per nulla religioso, ma non meno insidioso in una regione dove anche in passato non sono mancati i motivi di una resa dei conti. Oltre all' appoggio di Doha alla Fratellanza mussulmana, sotto accusa sono pure le sue timide aperture nei confronti dell'Iran che l'Arabia Saudita considera un nemico mortale. Ma che Riad a sua volta acquisti dall'America di Trump armi per miliardi di dollari è un “dettaglio” che rammenta il motto secondo il quale il tintinnar delle spade è la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi.

PIRATI. A dispetto del prodigarsi di tanti, infaticabili volontari che giorno e notte non lesinano gli sforzi per salvare quante più vite possibili, non c'è pace nel Mediterraneo. Nel mare nostrum che sulle sue sponde ha celebrato l'incontro e il fiorire di civiltà e culture tra le più importanti nella storia dell'umanità, oggi si è formata una catena ininterrotta di tragedie da mettere sul conto dei nuovi pirati del mare e dei loschi burattinai che dietro le quinte tirano le fila di un turpe mercato di esseri umani. La lotta impari con i trafficanti di ogni risma è un segno tangibile della degenerazione che ci riporta all' epoca buia dello schiavismo e dei negrieri senza scrupoli. E non è finita in quanto si stima che quasi un milione di migranti in attesa sulla costa libica si accinga nei prossimi mesi a imbarcarsi su natanti che in realtà sono bare destinate a una fine orrenda, simbolo spietato della follia umana al servizio di politiche bacate.

martedì 6 giugno 2017

Ma vi pare possibile!?

di Renzo Balmelli 

REBUS. Rosatellum, Verdinellum, Cinquestellum. Con i primi caldi la politica, che sembra morsa dalla tarantola, prova a risolvere l'antico re­bus della riforma elettorale e toglie dall'armadio gli scheletri di vecchie e nuove terminologie. Ora è la volta del proporzionale alla tedesca con soglia di sbarramento al cinque per cento, riveduta, italianizzata e già al centro di sottili e machiavellici intrighi di palazzo per costruire o di­sfare alleanze che vengono, vanno e a volte ritornano. Un vero incubo per i “cespugli” che a cuore non hanno tanto il bene della società, bensì la rielezione, minacciata appunto dallo sbarramento, e le confortevoli poltrone parlamentari che garantiscono non pochi vantaggi.  L' impeto riformista potrebbe essere comunque salutare se fosse dettato solo dal­l'altruismo al servizio della comunità. Invece non ci vuole molto per in­tuire che il merito della riforma è secondario rispetto alla voglia di ele­zio­ni anticipate, esplosa come un temporale estivo, e che rappresenta il vero filo conduttore della questione. Con l'ipotesi affatto peregrina di rimettere in gioco Berlusconi. Ma vi pare possibile!

SPIRALE. Che l'osservanza delle regole e il rispetto della presunzione di innocenza siano il perno dello stato di diritto è un principio acquisito per non cadere nel giustizialismo forcaiolo. Già Pasternak sosteneva di nutrire scarsa considerazione per coloro che si accanivano contro chi era caduto, chi aveva sbagliato. Però, soprattutto a livello istituzionale, se il tasso di corruzione diventa un problema endemico che il Paese si trascina da troppi anni, le dotte citazioni per quanto rispettabili non migliorano le cose. Anche in questi giorni nella capitale è sotto inchiesta un personaggio eccellente che ha occupato cariche di grande prestigio. Come uscire dal giro vizioso è un quesito rimasto finora senza soluzione. Il contributo maggiore rientra comunque tra le priorità della classe politica che per rispetto verso gli elettori dovrebbe fare di tutto e di più per stare alla larga dalle tentazioni ed evitare di finire indagata. Sarebbe già un grande passo avanti per districarsi dalla molesta spirale che nuoce all'Italia.

SVOLTA. La sinistra non sta attraversando il suo miglior periodo e nemmeno io – direbbe Woody Allen – mi sento tanto bene. Non tutti i pazienti però versano nelle stesse condizioni. In Gran Bretagna, a meno di due settimane dalle elezioni anticipate volute ad ogni costo da Theresa May per consolidare la sua forza negoziale con l'UE , il partito laburista non sembra per niente rassegnato a svolgere un ruolo di figurante nella spinosa e snervante marcia di avvicinamento alla Brexit. Sotto la spinta di giovani e donne, la compagine di Jeremy Corbin, il leader che con la sua barbetta alla Lenin disturba il sonno dei moderati, ha recuperato consensi su consensi e ora è pronto al sorpasso sui conservatori al governo. Sarebbe una svolta clamorosa che ha incontrato il favore di ampie fette dell'elettorato, stufe di una leadership che non vince più elezioni e si accontenta di un'opposizione talmente blanda da sembrare inesistente. Forse dalle urne non uscirà un ribaltone a Downing Street, ma in casa laburista in futuro ci sarà parecchio da discutere e molte saranno le cose da cambiare.

AMICO. Se pensiamo di indebolire il ciclone Trump facendo della facile ironia sulla figlia Ivanka e le sue scarse conoscenze calcistiche, siamo sulla strada sbagliata. Che la pargoletta prediletta del Presidente in una trattoria romana abbia “canonizzato” l'ex laziale Chinaglia cre­den­dolo un santo, alla sua età e completamente a digiuno di italiche leggende sportive, è del tutto normale. Nell'era del gossip sfrenato e delle fake news non saranno certo queste banalità a scalfire le difese dello spigoloso inquilino della Casa Bianca. A dargli fastidio, caso mai, e a metterlo in crisi è l'ombra del suo predecessore che ovunque si presenta viene accolto da una folla festante che gli riconosce una ca­pa­cità di cui il tycoon è del tutto sprovvisto: la capacità di imma­gi­na­re e far sognare un mondo migliore. A Berlino, dove mai si è spenta l'eco dello storico discorso di Kennedy, Obama ha ricevuto un'ac­co­glien­za trionfale che ricordava per calore ed entusiasmo quella riser­va­ta al Pre­si­dente assassinato a Dallas e al quale lo uniscono alcune si­gni­ficative affinità. La Realpolitik però non fa sconti e, per quanto amato e rim­pian­to, Obama resta sì l'amico americano, ma disoccupato. L'inter­locutore sull'altra sponda dell'Atlantico è un altro. Almeno per ora

AURA. Un giorno quattro ragazzi di Liverpool mentre attraversavano Abbey Road, l ' immortalata strada del quartiere londinese di Camden dove sorgeva il loro studio, ebbero una ispirazione che avrebbe rivoluzionato i canoni della musica contemporanea. Erano i Beatles, i famosissimi Fab Four, che non accontentandosi di essere diventati un fenomeno di comunicazione di massa senza precedenti, decisero che era giunta l'ora di dare uno scossone alla loro già consolidata produzione. Sotto l'impulso creativo vide così la luce il mitico Sgt. Pepper che proprio in questi giorni compie cinquant'anni. Mezzo secolo di vita di un disco intramontabile diventato il simbolo di un'intera generazione, delle sue ambizioni, delle sue paure e dei suoi desideri. A che a dispetto dell'anagrafe continua ad esserlo anche ai nostri giorni. La nuova edizione rimasterizzata per festeggiare il compleanno sta andando a ruba, mentre chi possiede la copia in vinile risalente al 1967 la conserva gelosamente come un prezioso oggetto da collezione nel ricordo di John Lennon e George Harrison, non più tra noi, e Ringo Starr e Paul McCartney, che non smettono di lasciarci  a bocca aperta grazie all'aura che li circonda.