lunedì 13 novembre 2017

Baruffe e batoste

di Renzo Balmelli

RISCATTO. Basta batoste. Basta brutte figure. Basta baruffe tanto sciocche quanto infantili. E basta ai regali nell'urna, buoni soltanto ad aizzare il gioco al massacro degli avversari. Dalla Sicilia arriva un monito ineludibile per la sinistra prossima al collasso. Diversamente dallo sbarco dei Mille in camicia rossa, essa poco a poco è affondata nel mare procelloso del suo pazzesco marasma interno, trascinando nei gorghi una certa idea dell'Italia moderna, aperta e dinamica, ormai sempre più soverchiata dalle forze della reazione. Peggio della controprestazione, lascia però trasecolati il tentativo di liquidarla come l'inevitabile conclusione di una sconfitta annunciata che ha tutto il cattivo sapore di una resa senza condizioni. Ma vi pare possibile! E come se non bastasse, quando il disastro si era già consumato, avanti con i rimbrotti, le faide, le rese dei conti che oltre a indebolirla sono anche un elemento di disaffezione degli elettori. Se è nel solco di questo spettacolo indecoroso che la sinistra, litigiosa e indecisa, intende avvicinarsi alle prossime elezioni nazionali senza dare segni di risveglio, è inutile chiedersi come andrà a finire. La sua sarà davvero una Caporetto però senza il riscatto del Piave.

TRACCE. Silvio c'è! Torna il grido di esultanza della destra (scritta volutamente senza centro) a tal punto baldanzosa che , previo il consenso dei Cinque stelle, autoproclamatisi vincitori morali , già si vede insediata a Palazzo Chigi, nel cuore del potere, da cui l'uomo di Arcore, non fosse per i guai con la giustizia che ne impediscono la rielezione, vorrebbe cacciare coloro che considera alla stregua di usurpatori. Certo è che l'ola trionfante del quartetto vittorioso sull'isola è un serio indizio di come potrebbe diventare il Paese se di colpo si trovasse con un glorioso futuro alle spalle e un incerto passato davanti a se. Nello scenario che ripropone alcuni passaggi dell'infausta era berlusconiana manca soltanto il celeberrimo “meno tasse per tutti” , poi sconfinato nel sarcastico “meno tasse per Totti”, e la tavola per una “cena elegante” sarebbe già bella che imbandita. A quei tempi le magniloquenti promesse del Cavaliere si vendevano un tanto al chilo , ma nonostante i risultati disastrosi, non sembrano avere lasciato tracce, al punto da riproporsi tale e quali come prima, però con una aggravante di peso: l'avanzata delle frange estreme che crescono in maniera inquietante nelle periferie abbandonate dalla politica senza che siano state escogitati i necessari rimedi.

DIALOGO. Al giro di boa del diciassettesimo anno del nuovo millennio, se c'è una immagine che non si immaginava di vedere negli Stati dell'Europa comunitaria è quella che mostrava il corteo dei neri cellulari con a bordo i ministri catalani rinchiusi in galera per il loro sostegno alla causa dell'indipendenza da Madrid. A prescindere da come ci si ponga di fronte agli interrogativi sollevati dalle controverse, problematiche e divisive spinte autonomiste di Barcellona, scene simili, malgrado le divergenze, non hanno nulla da spartire con i principi della civile convivenza. Da quando sono state rimosse le rovine della guerra, all'interno dell'Unione Europea, garante del più lungo periodo di pace nel continente, i contenziosi, per quanto gravi , si regolano attraverso il dialogo e non con le misure coercitive. Cose simili accadevano il secolo scorso, quando il continente era percorso dalle orde con gli scarponi chiodati. Adesso, per fortuna, da noi non si imprigiona più nessuno per le sue idee, giuste o sbagliate che siano. Altri scenari lontani dalla nostra cultura umanista e dal nostro sentire comune potrebbero avere ricadute perniciose nel momento in cui sono all'opera movimenti ispirati da ideologie bacate che mirano a sovvertire l'ordine democratico, l'unico che ci pone al riparo dai conflitti di una volta.

 

SHOPPING. L'America ha smesso di sognare. Mentre Trump attraversa l'Estremo oriente con la furia di un ciclone per puntellare la sua traballante Presidenza, il suo Paese si trovava esposto una volta ancora all'altra faccia dell'attualità: quella più dura segnata dal terrore, sia esso politico o personale. Come appunto sembrerebbe essere la strage di fedeli nella chiesa battista di Sutherland Springs, nel Texas, imputabile al gesto di un folle. Ma per quelle 27 vittime non cambia assolutamente nulla che la loro fine sia da mettere sul conto del fanatismo ideologico e religioso oppure il frutto di una mente bacata .Perché con le armi a portata di mano come fossero giocattoli, la violenza seriale da qualunque parte venga ha un effetto contagioso che colpisce sia la spumeggiante Las Vegas che la quieta campagna di provincia. Tutti gli autori di queste infamie contro l'umanità si considerano, a modo loro, dei vendicatori e non dei volgari assassini quali sono. Per ammazzare basta che facciano shopping indisturbati al discount di pistole e fucili. L'inquilino della Casa Bianca invoca la protezione di Dio sulla gente, ma se provasse a dargli una mano mettendo un freno alla lobby delle armi, la Nazione a stelle e strisce potrebbe ricominciare a sognare. Ma è risaputo che i sogni muoiono all'alba.

IMBARAZZO. Quando la Svizzera era il forziere del mondo, era impossibile perforare la cortina di riserbo che circondava i titolari dei conti cifrati, protetti dal segreto bancario e custoditi, sotto il manto di graziosi “nickname” , non soltanto negli istituti delle principali piazze finanziarie, ma anche nelle più piccole e insospettabili filiali alla periferia della Confederazione. Se ciò avvenga ancora oggi non si sa, ma quanto si può dire in proposito è che di quella centenaria discrezione non v'è traccia nell'enorme flusso di denaro che ora si muove in tutt'altre direzioni, alla ricerca di ospitali paradisi fiscali in grado di fornire lo strumento giuridico necessario alla pratica dello sport preferito da chi manovra centinaia, forse migliaia di milioni: evadere le tasse. In quelle oasi dove il comune cittadino, operaio o salariato, non metterà mai piede se non vedendole al cinema, l'affollamento di personalità in vista è pari a quello delle ore di punta. Un continuo andirivieni svelato per l'occasione dai “ Paradise Papers”, documenti scottanti che lambiscono addirittura la Regina delle Regine, nonché capi di Stato, ministri, star della politica e dello spettacolo. I loro portavoce si affrettano a sottolineare che ovviamente non v'è nulla di illegale in tutto ciò. Sarà vero, ma intanto le carte mettono in imbarazzo l'Occidente.

VALORI. Come accade in tutte le democrazie consolidate, anche negli Stati Uniti è nelle urne, e solo lì, che si misurano gli umori e la temperatura del Paese. Da face book a twitter, i social saranno senz'altro un elemento del termometro, ma alla fine sono i voti i criteri che contano realmente. E Trump, alle prese con un primo test importante e con una popolarità ai minimi storici, si trova confrontato ad una nuova erosione di consensi su cui cerca di sorvolare, ma che solleva altri interrogativi sul suo operato a un anno dalla campagna che lo ha condotto alla Casa Bianca. Quelli incassati ad opera dei democratici eletti governatori in Virginia e nel New Jersey, ossia due Stati non propriamente progressisti, senza essere decisivi sono comunque due colpi che fanno male; così come lascia un segno il successo dell'italo americano Bill De Blasio, confermato sindaco di New York, ovvero la metropoli da dove Trump è partito per dare la scalata al potere senza però condividerne i valori. Perché è proprio sui valori che si è giocata questa partita significativa per ridare tono e fiducia ai democratici e che può essere un segnale di ripresa in vista delle elezioni di metà mandato. Se ti rivolti contro i valori della tua città e pretendi di sfidarli – ha commentato De Blasio rivolgendosi al Presidente – la tua città risponde a tono. E così è stato!

lunedì 6 novembre 2017

New York reagisce compostamente

di Renzo Balmelli  
 
PAURA. Chi in cuor suo aveva sperato che la caduta di Raqqa tagliasse l'erba sotto i piedi non soltanto al sedicente e declinante stato islamico, ma soprattutto al suo crudele braccio armato, ha dovuto amaramente ricredersi. Il terrorismo di matrice jihadista non è stato debellato ed è sempre pronto a colpire nel mucchio. Nell'autoproclamata capitale dell'ISIS non sventola più la bandiera nera, questo è vero, e di pari passo il califfato sta perdendo buona parte dei suoi territori: però l'attacco omicida di New York dell'altro giorno evidenzia che il gruppo può ancora avvalersi di una rete di terroristi decisi a uccidere innocenti e passanti inermi. Sono elementi infidi perché spuntano improvvisamente dall'ombra dopo essere passati inosservati, più o meno come l'attentatore uzbeko con quell'aspetto inquietante alla Rasputin. Per la prima volta dopo l'11 settembre, New York è di nuovo teatro di un sanguinoso gesto di follia e l'episodio apre un altro, drammatico e doloroso capitolo nella storia di tutto il mondo. Un gesto che riporta la paura nella metropoli, dove ancora sono visibili le cicatrici del precedente trauma. Ma nel contempo la città manda pure un coraggioso segnale di resistenza e reagisce con compostezza alla sfida del terrore, ossia con l'unica maniera per non cedere al ricatto e per non darla vinta a chi intende impadronirsi delle nostre vite.
SCONTRO. Parafrasando il titolo di un famoso romanzo di Osvaldo Soriano, pare proprio che l'aspra contesa tra Barcellona e Madrid si stia avviando verso un "Triste, solitario y final". Verso una conclusione incattivita dalle divergenze che nessuno, qualunque sia la sua posizione nel merito della questione, si sarebbe mai augurato. Non fa bene alla Catalogna, non fa bene alla Spagna e non fa bene all' Europa , già di suo attraversata da inquietanti fermenti, questo scontro a muso duro tra le opposte fazioni . E tanto per complicare la vicenda, nel vortice dei colpi di scena si inserisce pure l'Aventino in terra belga di Puigdemont. Un atto desueto dal sapore antico, quasi un vago segnale di resa, come ai tempi lontani dei regnanti in esilio. Per arrivare all' ordine europeo nel quale viviamo ci sono voluti milioni di morti. Il solo pensare non di scardinare, ma anche soltanto di incrinare le basi di questo tanto delicato quanto insostituibile edificio comune avrebbe conseguenze difficili da riassorbire.
CONVERGENZA. Quando si legge che il futuro Cancelliere austriaco, destinato a diventare il più giovane capo di governo al mondo, si appresta a coalizzarsi con l'estrema destra, ossia quanto di più vecchio vi sia in circolazione, è lecito chiedersi in che direzione intenda muoversi l'esecutivo viennese. La contraddizione in termini tra il dire che il prossimo governo " sarà europeista o non sarà " e la prevista convergenza con alleati radicalmente eurofobici è in effetti talmente palese da rendere ardua la ricerca di similitudini nei rispettivi programmi. In queste condizioni il comune desiderio di un cambiamento fondamentale dell'Austria da parte di schieramenti che nulla dovrebbe unire, porta a citare Beuamarchais quando diceva di affrettarsi a ridere di tutto per la paura di essere costretto a piangere. Che è poi quanto aveva già intuito in tempi non sospetti quel genio insuperabile di Mozart che ne musicò l' opera sulla folle giornata delle nozze di Figaro
 
PATRIE. Non soltanto nella penisola iberica, ma anche in Italia sono tornate a manifestarsi spinte autonomiste che hanno trovato il loro sbocco nei due referendum lombardo-veneti. Ora che le urne hanno parlato ed espresso un verdetto inoppugnabile, sorge immediata una domanda delle cento pistole: e adesso? Adesso i promotori della consultazione che uso faranno del mandato, seppur consultivo, uscito dalle urne? Da voci che si odono in giro pare che le richieste autonomiste non bastino a coloro che si proclamano vincitori e sembrano determinati a ottenere altri poteri ancora tutti da definire. I fermenti avvertiti nel Verbano Cusio Ossola per passare con armi e bagagli dal Piemonte alla Lombardia se non altro per la vicinanza geografica sono a questo proposito un indicatore da non sottovalutare mentre cresce la voglia delle piccole patrie. Voglia che non è garante di federalismo e maggiore democrazia. Se l'Italia anziché proclamare l'unità si fosse smembrata non sarebbe oggi la "settima potenza".
ESCALATION. Negli Stati Uniti, stando ai sondaggi, pare che il numero di coloro che svegliandosi al mattino si mettono le mani nei capelli al pensiero di avere Trump come presidente stia aumentano in modo vertiginoso. E di riflesso in modo altrettanto vertiginoso cala la popolarità dell'inquilino della Casa Bianca che a un anno dalla sua elezione ha toccato il punto più basso con percentuali mai registrate prima dai suoi predecessori. Adesso con la pesante irruzione del Russiagate, che potrebbe scavare solchi più profondi del Watergate e soprattutto l'escalation nella crisi tra Stati Uniti e Nord Corea il vento sta cambiando per il peggio mettendo a dura prova la leadership del Presidente. In realtà nessuno vuole la guerra., ma intanto gli esperti concordano nel ritenere che il punto di non ritorno di uno scontro nucleare non sia soltanto una mera ipotesi. E dal capo della maggiore potenza gli americani si aspettano che quel punto non venga mai raggiunto, pena l'indecorosa uscita di scena dalla Storia. Per la verità non soltanto loro.
SEXIT. Altro che Le allegre comari di Windsor di shakespeariana memoria che fecero ballare il rubicondo Falstaff. In questa fase non proprio "very british" per i sudditi di Sua Maestà a tenere banco sotto il cielo di Londra, più grigio del solito, sono gli allegri compari di Westminster che ne hanno combinato di tutti i colori allungando troppo le mani. Tra molestie sessuali e altri comportamenti indecenti di ministri, sottosegretari e deputati, l'austero palazzo del Parlamento non ha nulla da invidiare alle alcove hollywoodiane. Sembra di essere tornati al caso Profumo e la squillo che gli stroncò la carriera. Nel momento meno opportuno per la povera Theresa May, lo scandalo investe in pieno il suo governo già traballante, mettendone a rischio la tenuta. I vizietti di taluni personaggi pubblici, virtuosi solo in apparenza, e che invece di occuparsi dei dossier si concentravano sulle scollature e le gambe delle collaboratrici sono tutto oro che cola per chi ha in animo di destituire la premier. Tanto da far dire ai soliti buontemponi che per il futuro politico dell'inquilina di Downing Street più della BREXIT poté la SEXIT.

venerdì 3 novembre 2017

200 milioni… di "cene eleganti"

di Renzo Balmelli  
 
CENE. Che l'iperbole sia uno dei principali nutrimenti della politica non si scopre oggi. Di affermazioni magniloquenti e promesse mirabolanti sono piene le fosse. A volte però l'uso della figura retorica sconfina negli spropositi. Si arriva così alla mastodontica quota di 200 milioni di voti, tanti quanti ne avrebbe raccolti Berlusconi nella sua non proprio esaltante carriera. Più o meno come se l'intera popolazione italiana, neonati compresi, avesse votato per lui quattro volte di fila. Cose da fare impallidire la famosa maggioranza bulgara. Se non è una bufala colossale (fake news come si dice oggi) poco ci manca. D'altronde anche i turibolieri meglio indottrinati ammettono, seppure a denti stretti, che il calcolo è un po' forzato. Ma dopotutto che cosa non si farebbe per un posticino alle "cene eleganti" di cui i sostenitori agognano il ritorno.
 
MONTAGNA. Col passare del tempo e volatilizzata l'euforia post referendaria, la Gran Bretagna è tormentata dai dubbi. La Brexit non è esattamente come l'avevano prospettata i suoi promotori. Costa una barca di soldi ed è soggetta a regole che allontanano la prospettiva di divorziare dall'UE senza perdere i vantaggi riservati ai Paesi membri. La stessa Theresa May, costretta a far buon viso a cattiva sorte, contribuisce ad aumentare l'incertezza non sapendo che pesci pigliare tra lo "exit" e il "remain" se si dovesse rivotare. La sua speranza è che sotto l'albero di Natale possa esserci un accordo che le risparmi di essere scalzata dai secessionisti più radicali. Ma oggi come oggi a Londra nessun bookmaker accetta scommesse su come andrà a finire questa storia, più impervia delle montagne che nell'ottocento gli alpinisti inglesi scalavano con albionica baldanza. 
 
IDENTITÀ. Soltanto grazie a una grande forza socialista l'Europa riuscirà a navigare in acque più tranquille. Ultimamente la sinistra europea dava l'impressione di essersi assopita, anziché elaborare le necessarie contromisure per fare argine all'onda nera e sovranista. Indubbiamente le controprestazioni elettorali, pesanti come macigni, hanno frenato gli ardori. Per fortuna, a furia di squillare sempre più forte, il campanello d'allarme è stato recepito e la gloriosa famiglia del PSE, a dispetto delle sconfitte, è ora determinata a ricostituire una forte identità tanto nazionale quanto a livello internazionale. È un grande sfida democratica – ha detto il presidente Pittella alla Convention di Togheter – una sfida per sottrarre i cittadini a un senso di abbandono e solitudine che finirebbe col dividere e non a cambiare l'Europa in senso progressista.
 
CASACCA. Erano quegli anni la, quando il "Libretto Rosso" di Mao andava a ruba anche in occidente. È stata l'opera che ha avuto la maggior diffusione con oltre 300 milioni di copie, ma quanto ancora resti di quella bibbia del comunismo ritenuta in grado di risolvere tutti i problemi della vita, è una questione rimasta irrisolta. Se una immagine vale più di mille parole, quella che mostra le hostess elegantissime che a passo marziale servono il tè al recente congresso del partito comunista cinese da la misura di quanto sia cambiato il Paese. Eppure, nonostante le apparenze, sembra di scorgere una sottile linea di continuità tra la politica dei cento fiori del "Grande timoniere" e il leader attuale che promette "una vita migliore e più felice" al suo popolo. Ora più nessuno indossa la casacca d'ordinanza, ma l'abito sartoriale non sempre è sinonimo di democrazia.


martedì 31 ottobre 2017

200 milioni… di “cene eleganti”

di Renzo Balmelli

CENE. Che l'iperbole sia uno dei principali nutrimenti della politica non si scopre oggi. Di affermazioni magniloquenti e promesse mirabolanti sono piene le fosse. A volte però l'uso della figura retorica sconfina negli spropositi. Si arriva così alla mastodontica quota di 200 milioni di voti, tanti quanti ne avrebbe raccolti Berlusconi nella sua non proprio esaltante carriera. Più o meno come se l'intera popolazione italiana, neonati compresi, avesse votato per lui quattro volte di fila. Cose da fare impallidire la famosa maggioranza bulgara. Se non è una bufala colossale (fake news come si dice oggi) poco ci manca. D'altronde anche i turibolieri meglio indottrinati ammettono, seppure a denti stretti, che il calcolo è un po' forzato. Ma dopotutto che cosa non si farebbe per un posticino alle “cene eleganti” di cui i sostenitori agognano il ritorno.

 

MONTAGNA. Col passare del tempo e volatilizzata l'euforia post referendaria, la Gran Bretagna è tormentata dai dubbi. La Brexit non è esattamente come l'avevano prospettata i suoi promotori. Costa una barca di soldi ed è soggetta a regole che allontanano la prospettiva di divorziare dall'UE senza perdere i vantaggi riservati ai Paesi membri. La stessa Theresa May, costretta a far buon viso a cattiva sorte, contribuisce ad aumentare l'incertezza non sapendo che pesci pigliare tra lo “exit” e il “remain” se si dovesse rivotare. La sua speranza è che sotto l'albero di Natale possa esserci un accordo che le risparmi di essere scalzata dai secessionisti più radicali. Ma oggi come oggi a Londra nessun bookmaker accetta scommesse su come andrà a finire questa storia, più impervia delle montagne che nell'ottocento gli alpinisti inglesi scalavano con albionica baldanza.

 

IDENTITÀ. Soltanto grazie a una grande forza socialista l'Europa riuscirà a navigare in acque più tranquille. Ultimamente la sinistra europea dava l'impressione di essersi assopita, anziché elaborare le necessarie contromisure per fare argine all'onda nera e sovranista. Indubbiamente le controprestazioni elettorali, pesanti come macigni, hanno frenato gli ardori. Per fortuna, a furia di squillare sempre più forte, il campanello d'allarme è stato recepito e la gloriosa famiglia del PSE, a dispetto delle sconfitte, è ora determinata a ricostituire una forte identità tanto nazionale quanto a livello internazionale. È un grande sfida democratica – ha detto il presidente Pittella alla Convention di Togheter – una sfida per sottrarre i cittadini a un senso di abbandono e solitudine che finirebbe col dividere e non a cambiare l'Europa in senso progressista.

 

CASACCA. Erano quegli anni la, quando il “Libretto Rosso” di Mao andava a ruba anche in occidente. È stata l'opera che ha avuto la maggior diffusione con oltre 300 milioni di copie, ma quanto ancora resti di quella bibbia del comunismo ritenuta in grado di risolvere tutti i problemi della vita, è una questione rimasta irrisolta. Se una immagine vale più di mille parole, quella che mostra le hostess elegantissime che a passo marziale servono il tè al recente congresso del partito comunista cinese da la misura di quanto sia cambiato il Paese. Eppure, nonostante le apparenze, sembra di scorgere una sottile linea di continuità tra la politica dei cento fiori del “Grande timoniere” e il leader attuale che promette "una vita migliore e più felice" al suo popolo. Ora più nessuno indossa la casacca d'ordinanza, ma l'abito sartoriale non sempre è sinonimo di democrazia.

martedì 17 ottobre 2017

Banale dettaglio della Storia?

di Renzo Balmelli 
 
ALLARME. È inutile menare il can per l'aia. Solo quando si darà all'AfD la definizione più consona al suo inquietante e oscuro Dna, si potrà cominciare a ragionare seriamente sul vespaio in cui rischiano di trovarsi la Germania in particolare e l'Europa in generale dopo l'esplosiva avanzata dello schieramento ultrà. Tutti gli altri tentativi di addolcire la pillola sono scappatoie per non prendere atto di una deriva torbida e allarmante. Quasi cento deputati in un solo colpo non sono una bazzecola e neppure un casuale incidente di percorso, bensì l'espressione di uno stato d'animo alterato che non soltanto si ribella ai migranti e all'euro, ma che affonda le sue radici in un pantano maleodorante. Definire la Alternative un movimento di estrema destra pare quindi riduttivo. Per capirne la reale portata si pensi agli abitanti di quel villaggio tedesco che pur non avendo in casa un solo profugo hanno votato in massa per il partito che in appena quattro anni, a riprova della sua strisciante e contagiosa ramificazione, ha sbancato il tavolo delle elezioni al Bundestag. Magari sarà vero che l'AfD resterà tagliata fuori dalle alleanze, ma intanto l'allarme suona mentre si allarga il fronte di chi scalpita per "resettare" la democrazia. Il suo vero nome? Lo scopriremo presto, molto presto, e non sarà come soleva dire il vecchio Le Pen un banale dettaglio della storia. 
 
SINISTRA. In passato, quando la destra tracimava (e adesso sta tracimando come un fiume in piena), toccava alla sinistra dare prova di saggezza per riportare le acque dentro il loro alveo naturale. Ma qualcosa ci dice che questa volta non sarà così. Dopo l'esito della tornata elettorale che ha messo a soqquadro la Berliner Republik, i margini di manovra della SPD, che porta con orgoglio il primato di più vecchio movimento della classe operaia e internazionalista, sono ormai piuttosto ridotti. Il crollo della compagine guidata da Martin Schultz evidenzia una crisi di programmi, leadership e consensi laddove, ai tempi di Willy Brandt, la SPD si poneva invece all'avanguardia nel contrastare le forze della reazione. Nell'intervista al Corriere della Sera il presidente emerito Giorgio Napolitano, al quale rubiamo le parole chiedendo venia per il plagio, sostiene che la sinistra «è in crisi ed ha smarrito la sua funzione». Giusto. L'analisi però non si limita al caso tedesco, ma punta i riflettori sulle condizioni in cui versa il socialismo europeo che ora, di fronte a questa sfida, ha l'impellente obbligo morale di ritrovare in sé la forza di reagire e di affrancarsi dalla litigiosità che lo paralizza nello svolgere appunto la sua naturale funzione. "Quale?", si dirà. Non cerchiamo lontano. Essere semplicemente di sinistra, per quanto banale ciò possa suonare.
 
DOLORI. Non sappiamo se nella cultura del Myanmar, nome moder­no dell'antica Birmania, vi sia un personaggio simile al Werther di cui Goethe cantò i dolori. In una chiave di lettura contemporanea, a tale ruolo, sicuramente non dei più facili da interpretare, potrebbe essere associata la figura di Aung San Suu Kyi che – da celebrata, citata e imitata Premio Nobel per la Pace – di colpo si è trovata nel mezzo di durissime contestazioni a causa delle persecuzioni di cui sono vittima i profughi della minoranza Rohingya. La posizione poco chiara assunta dalla leader birmana nei confronti della crisi dagli evidenti risvolti umanitari oltre che politici, ha finito col trasformarla da ammirata e indomita lottatrice contro i soprusi della dittatura militare in una eroina tragica che, proprio a causa dell'atteggiamento defilato, mostra la debolezza del processo di transizione democratica nel Paese dei mille templi. E in cui i generali, seppure nell'ombra, pare abbiano ancora l'ultima parola. Solo le azioni dei prossimi tempi potranno restituire a questa donna che ha incarnato le speranze di tutto un popolo il credito internazionale andato perso nel corso di una vicenda che rischia di esporre il Myanmar a nuove ondate di radicalizzazione e ad altri dolori.
 
STRUMENTO. Da più parti era stato annunciato che l'anno in corso avrebbe segnato la sconfitta del populismo e il riscatto dell'Europa. Come una puntata al lotto che raramente ci azzecca, anche questo pronostico, seppur dettato dalle migliori e più condivisibili intenzioni, è andato nella direzione opposta. Il populismo non ce lo siamo lasciato alle spalle e tutto il magma indigesto che gli fa da contorno pesa come un macigno sul cuore e sullo stomaco. Per fortuna nostra – al di là di chi senza arrossire fa l'apologia dei soldati di Hitler - a evitare di cadere nel baratro provvede instancabile e salvifica la missione della cultura che non conosce frontiere, razze e problemi di identità. Esemplare a tale proposito è stato il Festival musicale di Lucerna che nel solco tracciato da Claudio Abbado e dal suo insigne erede Riccardo Chailly, per la prima volta ha aperto le porte ai migranti, sottolineando così il valore universale della musica quale potente strumento – è proprio il caso di dirlo – per mettere in comunicazione popoli diversi. Questa iniziativa raccoglie nel senso dell'apertura al mondo la sfida che Toscanini lanciò all'egida nazista e che ora prosegue affinché la note sublimi dei grandi compositori possano essere ascoltate da tutti scavalcando le bacate ideologie dei costruttori di muri.