martedì 17 marzo 2009

Regime a rischio Weimar?

 
di Renzo Balmelli

WEIMAR - Viene ricordata come una sfortunata opera incompiuta la breve eppure esaltante stagione della Repubblica di Weimar. Il perché si sia arresa al rullo compressore delle camicie brune è ancora oggi la questione maggiormente dibattuta dagli storici. Tanto più che come sottolinea Eric Weitz, uno dei massimi esperti di quel periodo, nel suo libro uscito da poco (La Germania di Weimar. Utopia e tragedia, Einaudi) non c'era alcunché di inevitabile nella marcia trionfale del nazismo. Nulla, tranne la colpevole condiscendenza delle varie gerarchie che voltarono la testa dall'altra parte in nome di interessi inconfessabili.

    Il volume di Weitz, docente all'università del Minnesota, ha il grande merito, grazie a una ricca e dotta documentazione, di cogliere la centralità della scuola weimariana nella storia delle idee del ventesimo secolo, quando la Germania era il fulcro del pensiero mondiale. Poi la luce si spense e l'eredità di quella che fu la culla della prima democrazia liberale tedesca riuscì a scampare alla morte certa cui l'aveva condannata la bacata ideologia del Terzo Reich solo grazie agli esuli che ne piantarono i semi un po' ovunque. 

    Weimar è stata simbolo del sapere fin dai tempi di Goethe e Schiller, per poi conoscere una nuova, esaltante fioritura col Bauhaus e le spinte più innovative della modernità. La sofferta esistenza di quella inesauribile fucina di creatività ci è stata tramandata non solo come eredità spirituale, ma anche come monito affinché non si scordi mai di quali follie sono capaci le dittature, di quali piaceri perversi riescono a macchiarsi i regimi totalitari per soffocare la cultura . In questo senso la lezione di Weimar rimane una pietra miliare per esortarci a tenere alta la guardia contro le prevaricazioni del potere, quelle di ieri e quelle di oggi.


REGIME - Ha fatto rumore l'editoriale di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera che butta la croce sulla "stupefacente inazione" della sinistra e di D'Alema nel bloccare Berlusconi quando verso la metà degli anni novanta esistevano le condizioni per farlo. Secondo il ficcante " j'accuse", anziché escogitare efficaci contromisure sono stati commessi sbagli colossali fino a " regalargli" l'impero tv, tutto quanto, pubblico e privato, da cui è partita la sua irresistibile ascesa. E fu lì che cominciò pure la lenta, inesorabile crisi della sinistra. L'ipotesi è destinata a riaccendere il fuoco della polemica, considerando che sulla vicenda si sono sprecate le speculazioni. Senza esito.

    Con quali subdole manovre il Cavaliere sia riuscito a impadronirsi delle reti, è uno dei tanti misteri italiani che si perdono nelle nebbie del sottobosco politico. In eredità resta l'anomalia mai risolta del colossale conflitto di interessi che impedisce di governare in modo sereno, imparziale. Il partito elettoralistico di Silvio esiste soltanto - è sempre Sartori che parla - "per vincere le elezioni e catturare il governo".

    Prova a tenergli testa quello che il politologo definisce il "partito-testimone" che si costituisce per affermare valori etico-politici di cui si vanno perdendo le tracce. Se il tempo sarà galantuomo un giorno forse tornerà a vincere. Per ora il paese deve fare i conti con le pulsioni autoritarie del Cavaliere che riemergono ciclicamente come un fiume carsico in simultanea con la classifica dei suoi redditi che Forbes stima in 6,5 miliardi di dollari. Oddio, che il Berlusconi Paperon de Paeroni nutrisse un totale disinteresse per la cultura costituzionale e il suo spirito, non si scopre oggi. Se pero' gli alleati di una certa destra post-fascista trovano " divertente e interessante" la proposta di fare votare in Parlamento soltanto i capigruppo, forse sarebbe ora di trasferire le ronde a difesa della democrazia.

    Nasce il sospetto di assistere a una prova di regime coi fiocchi e controfiocchi. Se come pare probabile il premier stravincesse le europee non avrebbe piu' rivali e potrebbe fare cose inimmaginabili per svuotare l'Aula dalle sue prerogative. Finché un giorno voterebbe soltanto lui. Nei meandri della potere è difficile vederci chiaro, ma se davvero dovesse prevalere la tesi che il parlamento dopotutto non è che una scocciatura, allora che Dio salvi l'Italia.


SEGRETO - La crisi non si ferma nemmeno davanti ai santuari un tempo inaccessibili dell'alta finanza. Attorno al segreto bancario si è verificato nell'arco di pochi giorni un "effetto domino" che ha portato vari paesi ad annunciare un allentamento progressivo di tale principio.
    Era un atto dovuto. La pressione dei governi maggiormente colpiti dalla fuga di capitali si era fatta insostenibile. Non c'era altra via d'uscita che adeguarsi all'osservanza rigorosa dei criteri OCSE in materia di frode ed evasione fiscale, senza fare distinzione tra un'infrazione e l'altra. Chi sgarra finirà sulla lista nera dei paradisi fiscali. La decisione di snellire le procedure di assistenza giudiziaria in caso di reati patrimoniali non è ancora pero' il preludio al funerale di prima classe del segreto bancario.
    All'opposto pare invece un espediente strategico per guadagnare tempo nella speranza che la bufera passi in fretta. D'altra parte, conveniamone, è difficile credere che malgrado la buona volontà un sistema avvezzo a stare in equilibrio sul crinale delle convenzioni internazionali abbia di colpo tanta voglia e tanta fretta di iniziare un percorso virtuoso da cui non ha nulla da guadagnare.
    In questo braccio di ferro dove la moralità conta meno di un soldo bucato, la posta in palio è troppo alta per rassegnarsi a uccidere la gallina dalle uova d'oro.
    La partita resta dunque aperta. Dai forzieri di Zurigo alle isolette dell'Atlantico, il segreto bancario forse non è piu' il totem intoccabile che era prima della crisi, ma rimane comunque, sintetizzato in una battuta, un servizio provvisorio, soggetto anche a mutamenti, che pero' dura nel tempo. Che dire: sembra un saggio della scuola di pensiero di gattopardesca memoria.