martedì 18 aprile 2017

Epoca di dissolte e convulse certezze

di Renzo Balmelli

NOTTE. In tempi calamitosi come questi, uno Snoopy dei nostri giorni, come al suo solito inchiodato davanti all'incipt più famoso nella storia dei fumetti, direbbe che ci attende una lunga notte buia e tempestosa. A bloccarlo tuttavia questa volta non sarebbe l'ansia della pagina bianca, bensì l'incubo di non riuscire, lui come tutti noi, a immaginare cosa potrebbero riservarci i futuri assetti geo politici in mano a leader poco rassicuranti quali dimostrano di essere Trump, Assad e Putin che se ne contendono la spartizione quasi fossero gli unici a bordo. Mondo bipolare, tripolare o multipolare, il disordine internazionale non è una novità. Soltanto che, rispetto ad altre situazioni, la differenza è che oggi sono in circolazione qualcosa come ventimila testate nucleari in grado di sprofondarci non solo in una lunga notte buia e tempestosa, ma infinita, quale ultimo capitolo di un'epoca di dissolte e convulse certezze.

RUGGITI. Molti si chiedono se il bellicoso balletto inscenato dalle grandi potenze con la complicità di comprimari di seconda fila, ma non per questo meno insidiosi, sia soltanto una esibizione muscolare op­pu­re il preludio a scontri di ben altra natura. Un po' come accade con i ma­schi del branco che per delimitare il territorio prima di attaccare emettono ruggiti spaventosi. In questo contesto il caso più emble­ma­tico, dopo il dramma siriano, è rappresentato dalla partita a scacchi che si sta giocando nel Pacifico tra Washington e Pyongyang. Vi è da spe­rare che quello di Trump sia solo un bluff seppure ad altissimo rischio. Basterebbe infatti un banale incidente per offrire pretesti a iosa al par­tito della guerra che nella Corea del Nord surriscalda gli animi e al­l'in­terno dell'amministrazione americana sta riportando indietro le lancette della storia. Come la prima degli anni cinquanta, una seconda guerra di Corea nell'era atomica avrebbe conseguenze devastanti tanto da poter affermare che, se non si corre ai ripari, da diversi decenni la pace nel mondo non è mai stata così a rischio.

SPERANZA. Come nel pentolone in cui ribollono tutti gli intrugli del­la strega cattiva, la drammatica cronaca degli ultimi eventi, tra mano­vre navali, minacce di ogni tipo, bombardamenti, armi chimiche, at­ten­ta­ti, evidenzia come il mondo stia correndo sul filo del rasoio. In que­sto inquietante, cacofonico, stridente concerto che il Papa ha definito la “terza guerra mondiale a pezzi” si fatica a però a sentire la voce del­l'Eu­ropa che da l'impressione di stare a guardare, incapace persino di par­lare. Eppure sarebbe compito proprio del Vecchio Continente, da secoli modello di civiltà, cogliere l'attimo per lanciare un forte mes­sag­gio ai regimi che mettono a repentaglio l'incolumità della gente. Già sessant'anni fa l'Europa compiva un passo decisivo per non più farsi la guerra. La valenza morale di un simile passo sarebbe fondamentale per mostrare all' umanità che esiste ancora l'altro volto della speranza, per il quale vale la pena resistere e lottare con le armi della ragione.

OBBIETTIVI. Se la diplomazia europea dà l'impressione di muoversi in ordine sparso proprio come in questi giorni in cui tira vento di burrasca, qualche ragione ci sarà. Anzi, più di una. Disincanto, scarsa fiducia reciproca, legami sempre più sfilacciati con l'eredità dei padri fondatori formano un reticolo pregiudiziale teso a indebolire se non addirittura cancellare i così detti "acquis comunitari", ossia l'insieme dei doveri, dei diritti e degli obbiettivi che accomunano i Paesi membri dell'UE. La Brexit ispirata dalla formula nota come “cherry pickers”, ossia prendere solo ciò che ci aggrada, ne è un classico esempio negativo. L'altra minaccia, più insidiosa, è rappresentata dall'azione corrosiva degli schieramenti eurofobici e xenofobi capaci di provocare disastri immani se dovesse andare persa la scommessa di ripensare l'Europa.

MONITO. Laddove proliferano le destre ultra nazionaliste bisogna sempre aspettarsi qualcosa di più e di peggio quando si va a rovistare con mano pesante nel passato che non passa. E sono guai. La foga con la quale Marine Le Pen, candidata all'Eliseo ben messa nei sondaggi, ha cercato di assolvere la Francia sul rastrellamento e la deportazione degli Ebrei ha avuto l'effetto di un pugno allo stomaco che potrebbe costarle caro. Come dimenticare infatti che al parigino Velodromo d'inverno venne scritta una delle pagine più vergognose del pur vergognoso regime di Vichy. Il tentativo rozzo e strumentale di riscrivere la storia dimostra tuttavia quali frutti bacati possa dare il revisionismo. A trent'anni dalla morte di Primo Levi, testimone degli orrori nel lager nazista e per tutta la vita in lotta contro l'oblio, è più che mai attuale il suo monito rivolto a chi pensa di avere chiuso i conti con il male assoluto. "E avvenuto – ha scritto l'autore torinese – quindi può accadere di nuovo". Meditate gente, meditate!

INGIUSTIZIA. Non sono le prime e purtroppo non saranno neppure le ultime. Col cuore in tumulto ci ribelliamo davanti alle immagini della terribile siccità che devasta la Somalia e minaccia l'esistenza di migliaia di persone in uno dei paesi africani più poveri al mondo. Per vincere lo scoramento e il senso di impotenza di fronte a certe situazioni incancrenite, non potendo fare altro ci affidiamo all'obolo caritatevole nella speranza di lenire almeno le sofferenze più acute e di contribuire a salvare una vita. Ma quanto accade in questa regione, depredata senza scrupoli, è il risultato di sciagurate politiche che hanno lasciato in eredità carestie, terrorismo e instabilità politiche difficilissime da rimuovere, così come non si è ancora riusciti a debellare la fame endemica che colpisce 800 milioni di persone, private dei necessari mezzi di sussistenza per condurre una vita sana e attiva. Pensando ai miliardi sperperati nella folle corsa agli armamenti cresce la rabbia all'idea di quanto cose si potrebbero fare per dare sollievo alle popolazioni denutrite anche solo con un paio di missili in meno.

DANNO. Non appena si è diffusa la notizia che la vicenda in cui è stato coinvolto il padre di Renzi potrebbe essere la conseguenza di una bufala giudiziaria, è iniziata sui giornali e nei salotti televisivi una gara piuttosto singolare per stabilire chi ha più diritto degli altri all'indennizzo per i torti subiti. Per Berlusconi che si ritiene perseguitato dalle toghe rosse, i suoi chiedono l'immediato risarcimento morale e la pubblica riabilitazione di fronte alla nazione. Sull'altro fronte si stigmatizza l'uso spregiudicato della giustizia – uguale per tutti ma per taluni un po' più uguale – in modo da colpire il padre per pugnalare il figlio. Stranamente tuttavia nessuno, occupato in primis tutelare il proprio orticello, riflette sul danno d'immagine che tutto ciò, tra falsi e insinuazioni, causa ai sentimenti del cittadino probo e onesto a sua volta travolto dalla bufera piombata sulle istituzioni nelle quali avere fiducia, ma ora messe a mal partito.

SPUNTO. Galeotta fu la canotta. Sarebbe risultata gradita a Totò l'esibizione del candidato alla segreteria de Pd che si è presentato con l'indumento già collaudato da altri, noti esponenti politici per apparire “umano” e non ingessato nel solito abito di circostanza. Al principe della risata, di cui ricorre il cinquantenario della morte, la scelta di Michele Emiliano in ospedale per la rottura di un tendine, avrebbe suggerito svariate analogie con il suo mitico "vota Antonio, vota Antonio", uno dei personaggi indimenticabili e così ricchi di umanità usciti dalla fantasia e dall'inventiva del grande, grandissimo artista. Pezzo forte di Antonio de Curtis, primo nome di una chilometrica biografia, è stata appunto la capacità di saper cogliere gli aspetti minuti, divertenti, ma anche tristi e dolorosi dell'esistenza che fanno di lui uno dei maggiori interpreti italiani del Novecento. Di sicuro quindi non gli sarebbe sfuggito lo spunto ammiccante della canotta grazie alle sue qualità, uniche nel loro genere, ancora oggi tanto amate dal pubblico.

martedì 11 aprile 2017

Strategie disumane

di Renzo Balmelli

ORRORE. Negli occhi stravolti dei bimbi siriani martoriati dal gas ner­vino, in quei loro corpicini stremati dallo sforzo di continuare a re­spirare, si rispecchia l'orrore senza fine di una guerra consumata al ri­paro da sguardi indiscreti in nome di bacate e disumane strategie. Una guerra assurda, pazzesca, come assurde e pazzesche sono tutte le guer­re, che dura ormai da oltre sei anni e che sta segnando attraverso il ri­corso al gas Sarin già usato dai nazisti, uno dei punti più bassi e più atroci della follia umana al servizio della prevaricazione e del potere. E come se non bastassero a scuoterci dall'indifferenza, le immagini di quel­la sperduta provincia siriana, centro nevralgico di atrocità spa­ven­tose, ecco che ad aggiungere orrore all'orrore ci pensano le tediose, stru­mentali e quindi tanto crudeli quanto insensate speculazioni sul rimpallo delle responsabilità per una tragedia umanitaria, oltre che di­plomatica, in cui nessuno può proclamarsi innocente. Martoriato dalle telluriche convulsioni del regime di Damasco rese possibili da un rete di complicità inaudite e inconfessabili il Medio oriente, ostaggio del terrorismo jihadista, sta precipitando in un buco nero in cui è andato perso anche l' ultimo barlume della ragione. E che nella sua demoniaca disgregazione potrebbe trascinare il mondo intero.

COLONNE. Tutto si poteva supporre dal ritorno allo splendido iso­la­zionismo del Regno Unito, ma non che la Brexit tra le tante e fragorose scosse di assestamento, avrebbe finito col fare tremare nientemeno che le colonne d' Ercole. Ovvero il baluardo invalicabile che secondo la mi­­tologia segnava nello specchio > di mare dove sorge Gibilterra i li­mi­ti estremi del mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mor­tali. Invece è successo. Quando si scuote la storia come sta facendo il referendum britannico per il divorzio dall'UE può accadere di tutto. Con ricadute tanto pesanti da far volare piatti , coltelli e dichiarazioni bellicose tra Londra e Madrid a proposito delle sovranità del territorio che riapre un contenzioso mai veramente risolto nonostante i trattati internazionali. Quanto questo aspetto del voto rimasto finora scono­sciuto possa riaccendere nuove fiammate di nazionalismo è un inter­ro­gativo fonte di comprensibili inquietudini per gli abitanti della Rocca, un po' spagnoli, un po' inglesi, che temono di restare strangolati dalla caduta del mito. E pensare che i negoziati per la Brexit non sono nem­meno cominciati.

SCHELETRI. A un certo punto di un suo famoso romanzo, Somerset Maugham scrive che "l'ipocrisia è il vizio più difficoltoso e snervante che un uomo possa coltivare; richiede una vigilanza continua e una rara abnegazione". Vivesse ai nostri tempi, il grande autore inglese avrebbe più di un motivo valido per vedere confermata l'esattezza della sua af­fermazione. Per rendersene conto basterebbe misurare il "carico da un­di­ci" col quale certi ambienti politici si danno da fare senza sosta per ammantare di considerazioni pseudo-filosofiche le ipocrite iniziative editoriali tese a conferire una patina di rispettabilità al passato che non passa e nel contempo a delegittimare, con martellante e inquietante in­si­stenza, sia la Resistenza che l'imminente 25 aprile. Quel salto al­l'in­dietro costruito con sapiente e ambigua intenzione da chi tiene i fili del dilagante populismo di destra dà ragione a Somerset Maugham che non a caso ha intitolato il suo capolavoro Lo scheletro nell'armadio (Adel­phi).

PREGIUDIZI. Non c'è soltanto Trump a vellicare gli istinti più riposti con iniziative tese a rendere più difficile la libera circolazione degli uo­mini e delle idee sancita dalla Dichiarazione di Helsinki. Magari sono in pochi a ricordarsi di quella famosa conferenza che a metà degli anni settanta del secolo scorso fissò i punti nevralgici della cooperazione e la sicurezza in Europa, e non solo. Sono tanti invece a fingere che non sia mai esistita e ad aggirarla con provvedimenti sempre più restrittivi. Se il tycoon medita ora di imporre oltre ai dazi assurde tagliole ai turi­sti in provenienza dall'Europa, non meno pedanteschi appaiono i prov­ve­dimenti di stampo leghista che penalizzano i frontalieri al confine italo-svizzero con la chiusura di alcuni valichi e l'obbligo del casellario giudiziario , quasi fossero criminali e non onesti e indispensabili lavo­ra­tori per l'economia locale. Con i muri che hanno imitatori un po' ovun­que non si innaffiano i fiori, ma si concimano i pregiudizi!

SEGNALE. Quando è circolata la prima foto, invero un po' sfocata, del presunto attentatore responsabile della strage nella metropolitana di San Pietroburgo, ha fatto una certa impressione la sua rassomiglianza con certi personaggi che ci sono stati tramandati dalla letteratura russa. Con il copricapo rotondo, la lunga barba e un nero pastrano, quell'im­ma­gine non mancava di evocare certi figuri alla Rasputin che si aggira­vano alla corte degli zar nella città dove “delitto e castigo” marciavano di pari passo. Già allora attentatori e dinamitardi tramavano contro il potere, esattamente come evidenzia l'attentato di alcuni giorni fa che è un chiaro segnale intimidatorio nei confronti dell'attuale uomo forte del Cremlino. Dal­l'indipendentismo locale alla rete internazionale del­l'e­ver­sione di matrice islamista la Russia di Putin, non di rado paragonato a un novello zar, tra minacce vere, crisi geopolitiche e repressioni sta affrontando in un clima di manifesto disagio la prova più difficile del post-comunismo, nel momento in cui molto spesso le manifestazioni di protesta coincidono con atti terroristici.

CROLLO. I populisti tedeschi stanno perdendo terreno. Come nella vecchia canzone, piange Frauke Petry, e ora se la sogna la popolarità da capogiro che alla sua prima, frastornante apparizione da leader del­l'estrema destra dalla “faccia pulita” lasciò esterrefatta non soltanto la Germania. Ma le ideologie bacate non sono eterne. Così com'era stata folgorante l'ascesa della leader della Alternative fuer Deutschland sul­l'onda del livore anti-immigrati, altrettanto rapido è stato il crollo che ne ha dimezzato il consenso e consegnato l'AfD agli esponenti se pos­sibile ancor più estremisti dell'impresentabile schieramento. Dalla di­scesa in campo di Schulz, con il suo forte accento sui temi sociali, e con la ricandidatura della Merkel, il baricentro politico della Repub­bli­ca federale, dopo qualche sbandamento, ha ritrovato il suo equilibrio ponendosi in controtendenza rispetto, per esempio, alla Francia, che ben presto andrà alle urne e dove gli eurofobici puntano alla fine del­l'UE. A meno che l'esempio di Berlino non faccia scuola anche sotto la Torre Eiffel. Speriamo!

giovedì 30 marzo 2017

Di lui non si sente più parlare

di Renzo Balmelli

NEMESI. Specchio dello stato confusionale in cui versa la così detta società liquida teorizzata da Bauman, l'universo anonimo dei blogger, in special modo se orientato a destra, crea e distrugge i propri miti come cambia il vento. L'ultima vittima della sarabanda ideologica è stato Geert Wilders, il leader populista olandese idolatrato fino alla vigilia delle elezioni e dopo la sconfitta riportato ai piedi della scala senza una parola di commento. Di lui non si sente più parlare. Visto l'andazzo, pare che anche Marine Le Pen, convinta di essere sulla cresta dell'onda, stia molto più attenta alle bizze della rete che non ai sondaggi, nel timore di fare la stessa fine. Forse avrà qualche vaga reminiscenza del Manzoni, il quale “pour cause” ammoniva i francesi che dall'altare alla polvere il passo è breve. D'altronde non è una novità che la nemesi storica non fa sconti a nessuno. E chi sparge livore prima o poi se lo ritrova in casa come un boomerang.

 

BREXIT. “Give me my money back”, ridateci i nostri soldi non si stancava di ripetere la battagliera Margaret Thatcher con quella grinta che faceva venire i sudori freddi agli alleati europei. Le parole della Lady di ferro di nome e di fatto tornano d'attualità mentre prende il via ufficialmente la procedura per attivare la Brexit che segna una rottura senza precedenti e forse insanabile tra Londra e Bruxelles. Gli artefici del referendum anti-UE esultano, ma al di la dei fuochi d'artificio della propaganda nessuno si nasconde che i due anni necessari per sancire la separazione potrebbero costare lacrime e sudore. Come spesso accade nei divorzi, saranno infatti le questioni finanziarie e molto meno quel­le ideali a dominare i negoziati che si preannunciano molto duri (hard Brexit ) e con le parti in causa per niente disposte a fare con­cessioni. Nella loro euforia gli euroscettici celebrano il giorno dell'indi­pendenza, l “Indipendence Day” del film che segnò la sconfitta dei marziani, in questo caso d'oltre Manica. Ma sull'altro fronte si teme un salto nel­l'ignoto che la Scozia per prima vuole evitare approvando un voto bis per l'indipendenza dal Regno Unito. Un altro guaio dai drammatici contorni legali e costituzionali per il governo di Sua Maestà.

 

IMMAGINE. In politica un conto è annunciare provvedimenti fanta­sma­gorici, altra cosa è governare. Se ne sta rendendo conto a sue spese Do­nald Trump, colui che venne per liquidare la riforma sanitaria di Oba­ma e che di colpo, vicino al giro di boa dei primi, fatidici cento giorni, si trovò a sua volta liquidato dai compagni di merenda, sempre più insofferenti verso certi suoi atteggiamenti da guascone. A un certo punto, volendo forzare troppo la mano ai tre poteri classici della de­mo­crazia, esecutivo, legislativo, giudiziario, si finisce inevitabilmente col farsi male, anche se ci si trova nella confortevole situazione di control­la­re il Congresso. Ora resta da capire fin dove il tycoon , leone ferito nell'orgoglio e quindi vieppiù pericoloso, persisterà nel braccio di ferro con le istituzioni, incaponendosi in progetti controversi che potrebbero costare alla sua presidenza, al suo partito e alla Casa Bianca un danno politico e di immagine incalcolabile.

 

SPOSSATA. Né Washington né Mosca possono essere annoverate tra gli amici incondizionati del Vecchio Continente. Al vertice per i ses­sant'anni dei Trattati di Roma, sebbene mai evocate ufficialmente, le due capitali erano però nella lista dei convitati di pietra che allunga­va­no la loro ombra inquietante sui litigiosi eredi dei padri fondatori. Su questa sponda dell'Atlantico non c'è per fortuna un Trump, ma pallide imitazioni populiste che della UE farebbero volentieri un falò come quan­do si bruciavano i libri sgraditi al potere. Gli euroscettici per contro pare abbiano cambiato orizzonte simpatizzando maggiormente con Putin di cui ammirano l'autoritarismo, indifferenti alla sorte riser­va­ta all'opposizione russa. Per un verso o per un altro sembra comun­que di essere tornati alla prosecuzione del bipolarismo d'antan con altri mezzi che potrebbe condizionare il cammino dell'Unione Europea, spossata, ma decisa a rinnovarsi.

 

GERUNDIO. Presidente del Consiglio dopo Caporetto, Vittorio Emanuele Orlando venne preso di mira dalla critica, lesta a ricordargli che “mal comincia un periodo con un gerundio”. Non è dato a sapere se Martin Schulz, candidato SPD alla Cancelleria, conosca questo episodio, ma anche per lui il primo banco di prova nella rincorsa ad Angela Merkel, dimostratasi ancora capace di vincere malgrado le difficoltà, è iniziato con lo stesso tempo verbale. Nella Saar, piccolo Land con una storia importante, brusca e inattesa è stata la frenata per le speranze del leader socialdemocratico e la coalizione di sinistra che i sondaggi davano in grande spolvero. Certo, le elezioni federali di settembre sono ancora lontane e c'è tutto il tempo per rimediare e preparare lo sprint finale. Ma qualcosa non ha funzionato, a dimostra­zione del fatto che nei prossimi mesi servirà qualcosa di più per cambiare non soltanto il gerundio, ma anche il governo nazionale.

 

PANE. Sull'ultimo numero della rivista pubblicata da Caritas-Ticino è apparsa la presentazione di un video realizzato sulla base del volume “Non avete pane a casa vostra” dello studioso Alberto Gandolla. Libro che in 180 pagine analizza alcuni aspetti dell'emigrazione italiana in Sviz­zera, soffermandosi in particolare sui lavoratori frontalieri, " vitali per lo sviluppo economico del cantone, ma anche fonte di odio, resi­sten­ze e pregiudizi" ancora oggi duri a morire. “Uno sguardo indietro” – si legge nell'articolo – "è sempre utile per comprendere la trasfor­ma­zione del presente". Martin Scorsese, immigrato di terza generazione, ne diede una dimostrazione eloquente nel suo “Gangs of New York”, film che mette a fuoco diversità culturali ed etniche in apparenza in­sa­na­bili, che però – citiamo – non impedirono alla città di diventare un polo mondiale di integrazione. Guardare oltre i rancori che la propa­ganda xenofoba tende ad attizzare rende meno amaro il pane degli altri.

giovedì 23 marzo 2017

Per non avere un futuro alle spalle

di Renzo Balmelli 

SFIDA. Adesso tocca alla Francia. Con una metafora sportiva le elezioni olandesi sono state i quarti di finale della delicata partita per l'Europa. Fra poco a Parigi andrà in scena la semi­finale di primavera sul cui esito gravano non poche incognite. Detto così sembra un paradosso, ma il Vecchio Continente per non avere un futuro alle spalle deve riconciliarsi col suo passato, alla spinta ideale del 1957 che lo fece rifiorire. Per contrastare l'avanzata delle forze anti sistema e neo fasciste bisogna badare al sodo, non al soldo, al risultato utile che magari farà torcere il naso ai puristi del calcio spumeggiante, ma senza il quale la finale di settembre in terra tedesca potrebbe riservare amarissime sorprese. Come negarlo, d'altronde: i disagi e i bisogni sono reali e per non perdere la sfida cruciale servono idee nuove e leadership autorevoli, appunto come quelle raccolte sessant'anni fa attorno al Trattato di Roma che sancì la nascita della Comunità europea e che oggi come ieri rappresenta l'unica alternativa al salto nel buio.

ODORE. “Pecunia non olet”. Fino a che punto si è disposti a scendere a patti con la propria coscienza pur di intascare tanti soldi facili è una questione che ha antiche radici, ma sempre attuali. Malgrado lo sdegno sollevato dal muro al confine col Messico che Trump ha collocato ai primi posti del suo programma , sono tante le imprese che si sono lanciate nella gara degli appalti per portare a termine la barriera di cemento che avvilisce la storia dell'umanità. A concorrere non sono dieci e neppure cento, bensì 640 le ditte pronte a mercanteggiare i diritti della grande muraglia in salsa repubblicana senza provare nessun scrupolo di ordine etico e morale. Proprio come accadeva nella corrotta Urbe di Vespasiano con la tassa sulle latrine che ingrossava l'erario e dalla quale ebbe appunto origine l'espressione del denaro che non ha odore. O che forse ne ha troppo e piuttosto cattivo considerata la provenienza.

IRONIA. Felicità. Tutti la vogliono, tutti la inseguono. A qualcuno è venuta addirittura la singolare idea di misurarla usando più o meno gli identici criteri coi quali si annotano le oscillazioni della borsa o gli exit-poll elettorali. Grafici alla mano, scienziati e studiosi hanno provato a elaborare una sorta di termometro della felicità mondiale denominato “edonimetro” che lascia piuttosto allibiti. Come si fa, infatti, a inquadrare in una tabellina un sentimento che in realtà è uno stato d'animo volubile, scandito da molteplici circostanze, e quindi impossibile da valutare con il calcolo delle probabilità? Tant'è vero che l'Italia situata attorno al quarantesimo posto di una precedente classi­fica, balza invece al primo di un'altra graduatoria in cui la valutazione fa perno attorno alle aspettative di vita in buona salute, considerate un parametro indispensabile per stabilire quanto si è felici. I ricercatori sono ovviamente consapevoli del fatto che la felicità non è facile da definire e che ogni risultato può essere utilizzato e interpretato con significati diversi. Magari mettendoci quel pizzico di ironia che non guasta mai e aiuta a strappare un sorriso.

OMERO. Parlare in un modo, scrivere in un altro. In letteratura, da Beckett a Nabokov, da Conrad a Koestler, non mancano gli autori che hanno dato il meglio di se esprimendosi in una lingua diversa dalla loro. Anche il premio Nobel Derek Walcott scomparso recentemente, appartiene alla categoria degli autori che pur senza rinnegare le origini si è spinto oltre la visione restrittiva di poeta caraibico. L'Omero dei nostri tempi aveva scelto di scrivere in inglese nel solco di una dedi­zione multiculturale impastata di identità multiple. Un inglese, il suo, limpido ed elegante che ne accentua l'universalità e lo colloca ai primissimi posti tra gli scrittori del Novecento. Oltre alla centralità della lingua, dalle sue opere emergono gli interrogativi di fondo sul tema dell'appartenenza che proprio ora, per motivi non sempre nobili, sta tornando di attualità e al quale Walcott rispose a modo suo dichia­rando di avere una sola nazione: l'immaginazione.

PROFETA. A novant'anni se n'è andato Chuck Berry, rivoluzionario, turbolento e spesso inguaiato alfiere del rock'n'roll di cui è considerato il profeta prima che sulla scena comparissero Elvis Presley e altri di­scepoli. Chi ha visto Pulp Fiction certo non ha dimenticato una delle scene cult di un film altrettanto cult. A interpretarla sono Uma Thur­man e John Travolta, lei a piedi nudi, lui coi calzini neri, che danzano sulle punte muovendosi al ritmo di “You never can tell”, omaggio del regista al leggendario chitarrista. Quel folk libertario travolse l'Ame­ri­ca ancora segregata e diede voce alla ribellione giovanile che scan­da­liz­zò i parrucconi benpensanti dell'epoca avvinti ai loro privilegi e in­ca­paci di capire, pur nella levità del mitico twist di Pulp Fiction, che la vita cambiava e che, per dirla con l'autore, "ti mostrerà cose che non po­trai mai raccontare", lasciandoti a bocca aperta. Come in effetti ac­cad­de e accade ancora ai nostri tempi non meno inquieti.

martedì 14 marzo 2017

Da Zurigo a Pietroburgo

di Renzo Balmelli

SCINTILLA. Lenin è tornato a Zurigo, ma non la rivoluzione. La lotta di classe ormai non abita più qui: il quadrilatero delle banche e dell'alta finanza può dormire sonni tranquilli. Sarà invece interessante e istruttivo rivivere il clima turbolento di quell'epoca attraverso il percorso iconografico della mostra allestita al Museo nazionale della città per rievocare i legami con l'esule russo che dalla Svizzera partì sul famoso treno blindato per andare ad accendere la scintilla rivoluzionaria di Pietroburgo. Sul continente soffiavano venti impetuosi in tutti i campi, lo sforzo bellico aveva acuito le tensioni sociali e Zurigo, neutrale ma aperta e curiosa, era un palcoscenico formicolante di idee e personaggi illustri che provavano a incanalare le nuove tendenze. Lenin fu tra costoro nel pianificare le giornate che cambiarono l'esistenza di milioni di persone, accesero speranza inaudite, ma conobbero anche l'inesorabile violenza della Storia.

FRAGILITÀ. In Francia, Paese che in tema di rivoluzioni non è secondo a nessuno, pare che tutto congiuri, alla vigilia delle presidenziali, per agevolare il cammino del Fronte Nazionale. Dopo il quasi suicidio delle forze costitutive della Quinta Repubblica e l'ennesimo autodafé della sinistra, tale opzione ormai non è più soltanto una ipotesi, ma un pericolo reale che lascia aperte possibili svolte da brivido, come un successo di Marine Le Pen. La leader del FN cresce non solo nei sondaggi, per quanto abbiano perso di credibilità, ma anche nel ballottaggio e può sognare l'Eliseo sebbene la strada resti ancora impervia. D'accordo, non significa ancora che le elezioni siano già decise, ma considerando la fragilità che turba la Francia degli scandali e dei colpi di scena a questo punto nulla è impossibile, nemmeno il peggiore degli scenari immaginabili. D'altronde nessuno credeva a Trump e alla Brexit,

LOOK. Com'è ristretta la visuale se basta indossare una più sobria cravatta regimental al posto dell'orribile modello rosso shocking, per regalare a Trump una settimana di grazia e per rivalutarne l'immagine agli occhi dell'opinione pubblica. Ma è soltanto un effetto mediatico. Ad la dell'apparenza la sostanza non cambia poiché la “filosofia” della Casa Bianca a trazione repubblicana ricalca esattamente i punti centrali del programma presidenziale. Anzi, caso mai, ne ha aggiunto uno ancor più preoccupante e che deve fare riflettere. Nel suo discorso Trump ha infilato quasi di straforo l'annuncio che l'America ricomincerà a vincere le guerre. La qual cosa potrebbe significa che intende farle. Un clamoroso dispetto a Obama, determinato a dire basta alle guerre americane e che potrebbe costare molto caro. Gli accordi sulla riduzione delle armi nucleari ora rischiano di finire nel cestino della carta straccia. Alla faccia del nuovo look.

DISAGI. Che la Brexit non fosse soltanto una semplice operazione contabile con la quale Londra sperava di divorziare dall'UE a costo zero era una favoletta del governo che i dati stanno clamorosamente smentendo. Non solo il prezzo da pagare sarà alto, ma i disagi e i danni collaterali rischiano di aprire ferite difficili da cicatrizzare. Oltre alle ricadute sul piano umano che poco alla volta stanno discriminando i cittadini dell'UE attivi nel Regno Unito e sottoposti a un crescendo di pignolerie burocratiche, anche i rapporti con i vicini, come evidenzia il risultato delle elezioni nord-irlandesi e come testimoniano le frizioni con la Scozia, potrebbero uscirne talmente compromessi al punto da rinfocolare antichi e mai sopiti conflitti. Da Edimburgo a Belfast, dove le tensioni si sono acuite proprio a causa della Brexit bocciata a netta maggioranza dalla popolazione, il Regno unito per uscire dall'Europa rischia di diventare un regno disunito e litigioso.

FUTURO. Se nel film dei fratelli Coen l'America non era un paese per vecchi, nel suo di film Giovani Veronesi presenta un'Italia che invece, a parti inverse, "Non è un paese per giovani" proprio come indica il titolo del lungometraggio. Il regista scava dentro le pieghe di un fenomeno che sta assumendo proporzioni drammatiche e fa perdere qualsiasi punto di riferimento. Per sfuggire a una vita priva di prospettive certe, sempre più giovani se ne stanno andando all'estero in cerca della stessa cosa: un futuro che a casa non hanno. Per il potere evocativo della sceneggiatura, la visione della pellicola dovrebbe essere resa obbligatoria per tutta la classe politica che magari comincerebbe a pensare che cosa fare per fermare la fuga anziché dilaniarsi nei suoi angusti orticelli. L'uscita del film è programmata allo scoccare della primavera, ma con i giovani che partono se ne vanno anche la bellezza e l'entusiasmo di una generazione nel fiore degli anni.