martedì 21 febbraio 2017

Viltà sessista della trivialità

di Renzo Balmelli 

VOLGARITÀ. Poco alla volta, ma inesorabilmente, stiamo finendo nel gorgo della volgarità senza filtri. Sempre più abbiamo l'impressione che l'argine della decenza si sia perduto nel vortice di offese sessiste veicolate da testate orfane della deontologia o dai blog, spesso ricettacolo delle peggiori oscenità. L'epiteto irripetibile contro Virginia Raggi e quello non meno gretto indirizzato a Giorgia Meloni evidenziano a che punto è arrivato il degrado che col suo effetto a valanga porta all'emulazione e determina comportamenti ai margini della convivenza civile. Poi magari arrivano le scuse a scoppio ritardato, ma intanto l'escalation della trivialità prosegue senza sosta, mostrandoci il lato oscuro delle umane viltà nel discorso pubblico.

APOLOGIA. Un tempo le minacce correvano sul filo, oggi viaggiano sul web. Per avere sollevato alcune legittime preoccupazioni sul dila­ga­­re dell'odio che finisce in rete, Laura Boldrini si è vista piombare ad­dosso una valanga di improperi, tra i quali spicca, per "l'eleganza" del­lo stile, l'ossessivo ricorso all'insulto di “sboldrina”. La qual cosa con­ferma quanto l'allarme abbia toccato un nervo scoperto. Certo, la re­spon­sabilità del fenomeno non ricade direttamente sui social, bensì sul­l'uso sconsiderato che se ne fa. Simili turpiloqui hanno infatti nei mo­der­ni network un veicolo di diffusione potenzialmente universale. Tre­cento pagine in cui si rimpiange il fascismo, combinate con una ondata di revanscismo nostalgico, non sono soltanto lo sfogo di quattro balordi.

PIRATERIA. Come nella vecchia DDR, non c'è angolo della nostra esistenza al riparo dalla malsana curiosità del Grande fratello. Rispetto ad allora, la criminale ingerenza nella “Vita degli altri” ha registrato un preoccupante salto di qualità. E oggi può avvalersi di un armamentario tecnologico super sofisticato in grado di falsare il corretto funzionamento della democrazia. Elezioni presidenziali e politiche sono gli appuntamenti più delicati, occasioni per destabilizzare gli equilibri con il largo impiego di hacker governativi al servizio di vari progetti egemonici. Se Mosca è nel mirino dei sospetti, per la verità va detto che nessuno può proclamarsi innocente per gli atti di pirateria informatica che finiscono quasi sempre col fare il gioco delle peggiori ideologie autoritarie.

TIMORI. “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Rubiamo il titolo al socialista americano John Reed, autore di una delle più diffuse cronache della rivoluzione russa, per chiederci se anche gli Stati Uniti usciranno sottosopra, rivoltati come un guanto, dopo i primi giorni di quella che Trump chiama la sua rivoluzione. A rinfocolare timori e indizi, che quando si assommano diventano una prova, concorre l'invadenza della Casa Bianca nelle prerogative di cui sono gelosi custodi gli Stati e gli altri organi federali, Congresso incluso. La grande forza dell'America risiede proprio in questo, nel delicato meccanismo dei pesi e contrappesi volto a impedire abusi di potere. Calpestarlo senza riguardi potrebbe aprire una crisi istituzionale che non garantirebbe al Presidente la certezza di completare il suo mandato.

SBERLA. Mentre cresce la voglia di muri nel clima di insofferenza anti immigrati, non era affatto scontato che la Svizzera accettasse di rendere meno rigorose le procedure per l'ottenimento del passaporto rosso crociato. Per contrastare la cittadinanza agevolata dei giovani stranieri di terza generazione, i pannelli elettorali degli oppositori erano stati tappezzati dall'immagine di una donna col burqa, una sorta di “islam ban” copiato dall'America, che avrebbe dovuto dispensare paure e sospetti con cui incassare consensi a buon mercato. Stavolta però la rozza propaganda xenofoba non ha funzionato e il SI al progetto ha avuto l'effetto una sberla alla destra oscurantista che incassa una sconfitta esemplare. Resta da sperare che non sia l'ultima nella Confederazione e nel resto del continente.

PATRIMONIO. Mai come quest'anno le ricorrenze che l'Unione europea di accinge a commemorare possono diventare l'occasione che non aspetta altro che di essere colta. L'occasione per ricucire i legami con l'eredità dei padri fondatori nel solco dei 60 anni dei Trattati di Roma e dei 25 dell'accordo di Maastricht, primo tassello dell'UE. Da tempo si va ripetendo che l'Europa è a un bivio: o si investe sull'Unione o si rischia di perire. Nel destino del continente non c'è più soltanto la crisi economica che ha diviso i governi, ma anche il processo di erosione col quale la brutta, bruttissima destra paladina delle barriere e delle “exit” prova a cancellare un patrimonio culturale e politico ispirato e motivato da forti ideali. In tal senso le elezioni francesi e tedesche diranno se alla lungimiranza di chi posò la prima pietra si è sostituita la miopia.

SAN LUIGI. Se provate a chiedere a un musicista di suonare “La tristezza di San Luigi” a meno che non sia nato prima della guerra vi sono cento possibilità su cento che non ne abbia mai sentito parlare. Invece il brano con quel titolo esiste, ed è addirittura uno dei pezzi più famosi del jazz di New Orleans. Soltanto che lo si conosce con il suo vero nome, ossia "St. Louis Blues" e non con la tragicomica traduzione in italiano voluta dai gerarchi del ventennio che pretendevano solo ritmi autarchici. Il siparietto è stato rievocato mentre al festival di Berlino veniva proiettato il film su Django Reinhardt, il leggendario chitarrista tzigano che sperimentò l'ossessione dei nazisti contro quella che definivano “musica degenerata” e non ariana. Che imbecilli!

EFFIMERO. Può cascare il mondo, ma San Remo è sempre lì, al suo posto, coi sui riti immutati e tutt'al più adeguati ai gusti delle nuove generazioni fin dai tempi delle prime edizioni in bianco e nero. Oggi le scenografie sono un tripudio di effetti speciali, ma dal palco dell'Ariston, rutilante teatro canoro dell'effimero nazional-popolare, il festival continua a dispensare emozioni un tanto al chilo. Sulla Riviera soffia un refolo di verità gattopardesca: tutto cambia, perché nulla cambi. Un po' come succede nella realtà. Per cinque giorni 12 milioni di spettatori a serata rimangono incollati davanti al televisore finché cala il sipario en attendant il prossimo San Remo, un fenomeno di massa che offre commenti per tutti, anche a chi, esagerando, lo considera lo specchio dell'Italia. Ma l'Italia è fatta di altre cose.

lunedì 13 febbraio 2017

Nei libri di storia ancora da scrivere…

di Renzo Balmelli 

VOLGARITÀ. Frangar, non flectar. Mi spezzo, ma non mi piego. E' più che mai attuale la locuzione latina che induce a resistere, a restare vigili adesso a maggior ragione per evitare il disfacimento dei valori ai quali si ispira la moderna società dei lumi. Concetti basilari quali la pace, la tolleranza, l'accoglienza sono finiti nella tempesta, trascinati dai pifferai che non sono magici, ma volgari opportunisti solo capaci di spaventare la gente. Che cosa resterà della deriva etica alla quale stiamo assistendo, le prossime generazioni lo leggeranno nei libri di storia ancora da scrivere ma di cui già si intuiscono i primi capitoli. Quelli segnati dalla volgarità. L'auspicio è che la civiltà non cada in ostaggio dei suoi nemici. Dovesse mancare l'esatta percezione della posta in palio, si finirebbe con l'entrare in un tunnel di cui non si intravvede l'uscita.

STRILLI. Protestare e contestare sono il sale della democrazia. Ma fino a quando? All'opera ci sono forze che vorrebbero annacquare se non addirittura zittire una delle maggiori conquiste dell'uomo. L'assalto al forte della libertà nell'America dei grandi spazi e delle possibilità illimitate pare la riedizione di un brutto western, senza eroi, senza ideali. Chi non ha perso la voglia di sognare prova dolore nel cuore, e può solo consolarsi all'idea che il corteo democratico di tante donne coraggiose, protagoniste della prima dimostrazione globale della storia, rifiuta l'azzardo dell'era che va sotto il nome di Trump. Quanto possa durare la marea di assurdi decreti sbandierati come scalpi ancora non è pronosticabile, ma una cosa sappiamo. Sappiamo che gli strilli rabbiosi possono portarci sulla rotta del Titanic.

DERIVA. Sembrava un capitolo chiuso, affidato ai sepolcri della storia. Invece no. Complici i giochi pericolosi della destra sempre molto abile nel vellicare istinti riposti, pare riprendere quota l'ipotesi di una svolta autoritaria vestita di nero. Nell'imminenza dei prossimi e cruciali appuntamenti elettorali, sui quali pesa la minaccia di una pericolosa saldatura tra la deriva nazionalista europea e il duro neo isolazionismo americano, bisognerà trovare risposte serie e credibili per sventare l'ondata nostalgica. Senza attribuire eccessiva importanza ai senili e grotteschi sbandamenti inscenati davanti al busto di Mussolini, giova comunque ricordare, tanto per tenere il punto, che l'esperienza del ventennio non è poi così lontana.

SALAME. Un tempo Francia e Inghilterra si detestavano cordialmente. “ Il carnet del maggiore Thomson” di Pierre Daninos ne è una spassosa quanto irriverente dimostrazione. Oggi Teresa May e Marine Le Pen sono pronte a stringere una santa alleanza per detestare, neppure tanto cordialmente, la “famigerata” Europa. Tranne, ovviamente, quando c'è da guadagnarci. Come la sodale londinese, anche la leader del Fronte Nazionale sogna la Frenchexit, pronta a declinarla nella lingua di Marianna se per delirio d'ipotesi dovesse finire all'Eliseo. Le previsioni dicono che non ce la farà nemmeno con l'aiutino dello zio Donald che volentieri vorrebbe farne una testa di ponte all'ombra della torre Eiffel. Però stia attento: da noi si dice che un uomo tra due dame “ fa la figura del salame”.

SORPRESA. In attesa di celebrare i sessant'anni del Trattato di Roma, l'UE commemora il 25esimo anniversario degli accordi di Maastricht che tennero a battesimo la moneta unica. L'Europa però non ha tempo di festeggiare. Deve invece interrogarsi per trovare al più presto il modo di arginare i venti di disgregazione che fanno traballare la casa comune. Sotto questo punto di vista le elezioni tedesche alle quali la SP, con l'arrivo sulla scena di Martin Schulz, guarda con fondate speranze, saranno un banco di prova decisivo. Lo scenario è infatti del tutto inedito. Angela Merkel ha creato la sorpresa con il suo modello che sancisce l'Europa a due velocità e classi differenziate. L'Italia, Paese fondatore, vuole restare nel gruppo di testa, ed è comprensibile. Dal canto suo la sinistra di governo dovrà essere all'altezza del compito affinché l'ulteriore tappa sulla via dell'unità non generi ingiustizie e infondati complessi di superiorità tra Nord e Sud.

REFERENDUM. Nemmeno le migliori famiglie sono del tutto immuni dalla contaminazione dei cattivi maestri. Nella Confederazione elvetica l'UDC di Christoph Blocher in vista del referendum di domenica prossima sulla naturalizzazione agevolata degli stranieri di terza generazione prova a sabotare il progetto schierando l'intero armamentario di rozzi luoghi comuni. Anche all'estero si guarda con interesse all'esito di una consultazione densa di significati. La riforma apre infatti uno squarcio di grande rilevanza morale oltre che politica nel muro di sospetti e diffidenze che in Europa condiziona il processo di integrazione. Con una campagna nel tipico stile xenofobo in cui viene mostrata una donna coperta dal burqa, il partito del tribuno zurighese prova a racimolare consensi a buon mercato lanciando falsi messaggi. I pronostici dicono che perderà, ma ormai chi si fida più dei sondaggi.

martedì 7 febbraio 2017

Nere minacce e una straordinaria opportunità

di Renzo Balmelli 

ERESIE. Se non ora, quando? Già, quando se non ora, con le nere minacce che incombono all'orizzonte, l'Europa troverà in sé la forza e la motivazione per tornare alle origini, per riaffermare le ragioni che l'hanno portata a unirsi dopo la macelleria di due guerre mondiali. In quest'ordine di idee, al Vecchio Continente si offre ora la straordinaria opportunità di rispondere punto per punto ai vari Trump, ai vari profeti di sventura che seminano paura e studiano leggi discriminatorie. Di rispondere come fosse una vera e unica realtà politica e culturale, attingendo ai suoi valori, che non sono soltanto quelli contabili del bilancio e dello spread. E' così d'altronde che si forma e si consolida l'identità della casa comune in grado di contrastare le eresie che stanno scardinando i pilastri della società americana e potrebbero fare vacillare anche i nostri.  Sarebbe un danno irreparabile se venisse messo a repentaglio quanto è stato fatto per non ricadere negli orrori del passato.

SCELTA. Tra i paesi fondatori e primi firmatari del Trattato di Roma figura l'Italia che in virtù degli accordi comunitari è diventata una delle più grandi economie industriali del pianeta. Tuttavia la vocazione europeista che la collocava tra le nazioni virtuose, ora sembra scemare vistosamente. Taluni attribuiscono l'inversione di tendenza alla drammatica recessione degli ultimi anni. C'è del vero in questa analisi. Ma l'origine della metamorfosi risiede anche altrove ed è da ricercare nell'incessante logorio delle forze ostili  che sfruttando il malessere incrementano l'inquietudine in modo sconsiderato fino a proporre l'uscita dall'euro. Una tale ipotesi sarebbe un disastro sia dal punto di vista monetario che per il sistema di alleanze che fa dell'Italia una tessera fondamentale per la tenuta dell'UE.  A tutela della democrazia e delle sue imprescindibili conquiste, l'Unione, malgrado le sue imperfezioni, rimane -  verrebbe da dire reinterpretando la famosa frase di Churchill -  il solo sistema valido fino a quando non se ne troverà una migliore. Quindi ora più che mai l'unica scelta è dirsi europei.

AZZARDO. Alea jacta est. Alla Casa Bianca il dado e tratto. Ma se il Rubicone di Cesare si è ormai perso nei meandri della storia, quello della nuova presidenza sembra incamminare l'America verso un futuro carico di incognite.  Ciò che si dipana non è che una accozzaglia di provvedimenti “ malvagi e illegali ” secondo il severo giudizio dell'ONU, che ignorano i diritti umani. Tanto da lasciare perplessi persino numerosi repubblicani. Con queste premesse è lecito avere ben più di un dubbio su come si prefigurerà il nuovo ordine mondiale con la Russia, dopo lo scalpore sollevato dal decreto della Duma (nauseante secondo Amnesty International) che in buona sostanza assolve le botte alla moglie.  A questo punto i senatori di Washington, anche se privi del laticlavio, dovranno cominciare a porsi qualche domanda sull'azzardo elettorale che sta addensando nuvoloni carichi di tempesta nel cielo della capitale. Ovviamente - ça va sans dire - senza scomodare Bruto. 

SPIRALE. Occhio per occhio, dente per dente. La famigerata legge del taglione, le cui origini risalgono alla notte dei tempi, semina morte tra le vittime innocenti raccolte in preghiera. Non sembra vi sia altra chiave di lettura della strage ordita alla moschea di Québec City da un simpatizzante dell'estrema destra xenofoba, mosso dallo spirito di vendetta aizzato dalle predicazioni dei cattivi maestri. Si delinea così il rischio di innescare una spirale perversa che fa il gioco del terrorismo di matrice jihadista vile e odioso incitandolo ancora di più a colpire nel mucchio.  A esserne toccato nei suoi sentimenti più profondi è il Canada “ liberal”, convinto fautore del multiculturalismo riportato in auge dal premier Justin Trudeau quale modello di società costruita sulla tolleranza e l'accoglienza.  Lo stato nord americano si era conquistato   la copertina dell'Economist che mostra il disegno della Statua della Libertà con la foglia d'acero canadese. In quel ritratto ora si è aperta una ferita dolorosa. 

RINTOCCHI. Per chi suona la campana? Rivolta alla sinistra, la risposta potrebbe ricalcare il verso del poeta John Donne citato da Hemingway per il suo famoso romanzo: "Non chiedere mai per chi suona, essa suona per te". Per la sinistra, includendo nel suo variegato schieramento anche i liberal americani, è tempo di ascoltare i rintocchi e di capirne il significato. Senza indugi è arrivata l'ora di formare una linea di resistenza in grado di porre un argine alla dilagante deriva populista onde sventare il pericolo di avere sempre meno voce in capitolo nelle scelte strategiche. Non si tratta di una rivoluzione, ma di voltar pagina, di archiviare non tanto la dialettica interna, che fa sempre bene, bensì di mettere da parte l'inconcludente litigiosità del passato che, come molti passati – ha scritto un acuto e autorevole osservatore – non vuole passare neanche a sinistra. Con esiti a volte assai deludenti.

CORAGGIO. In politica la partita si chiude all'ultimo voto. Nel calendario del 2017 fitto di appuntamenti elettorali, il motivo ricorrente del populismo europeo è la certezza di avere la vittoria in tasca. Certezza o sicumera? Si temeva avvenisse in Austria e invece si è verificato esattamente il contrario con il successo del verde Van der Bellen, una speranza per l'Europa, in carica da pochi giorni. In Francia l'estrema destra e la destra, scosse dallo scandalo Fillon, non sono più così sicure di riuscire a fare saltare il banco. Dal canto suo Benoit Hammon il leader della sinistra progressista si aggiudica le primarie socialiste ispirandosi a Sanders, l'arzillo senatore del Vermont, che ha perso non per demerito suo, ma per gli errori di un partito al quale è venuto a mancare un po' di coraggio. E oggi è proprio di scelte coraggiose che si avverte il bisogno per rintuzzare l'effetto maligno e ipnotico degli incantatori di serpenti.

ESPEDIENTE.Già ai tempi di Peppone e Don Camillo il latinorum era motivo di accese discussioni tra i due battaglieri capi-popolo di Brescello. Se il sovente citato viaggiatore dello spazio capitasse in Italia e chiedesse lumi sul sistema elettorale, si accorgerebbe, con sua grande meraviglia, che la situazione non è poi cambiata gran che rispetto alla saga di Guareschi. Dalle risposte faticherebbe a immaginare come riesca il cittadino a districarsi nella foresta di norme tanto complicate da risultare spesso incomprensibili. Dal Mattarellum al Bersanellum, dal Porcellum al Consultellum, dal Democratellum al Tatarellum, dal Toninellum per i critici Complicatellum, ogni stagione è stata tutto un fiorire di sigle che non esistono in nessun altro Paese. L'impressione è che il ricorso al latino sia soltanto un espediente per aggirare l'unica domanda che davvero conta. Questa: una legge elettorale con un nome normale sarebbe chiedere troppo?

lunedì 30 gennaio 2017

Non proprio un inno alla gioia

di Renzo Balmelli

 

VALORI. Evocare figure controverse come Trump per contestare la legittimità della sua elezione, per altro mai messa seriamente in dubbio, significa perdere di vista gli scogli disseminati da una presidenza che sembra avere mandato in corto circuito l'immagine che avevamo dell'America. L'aspetto principale ed emblematico sul quale dovremmo invece concentrare la massima attenzione -e che tra l'altro è stato molto bene evidenziato dall'imponente manifestazione planetaria delle donne – è la legittimazione etica e morale del Presidente, delle sue scelte e del suo modo di porsi di fronte alla nazione e alla storia. Valori che al 45esimo capo della Casa Bianca palesemente non interessano. Dicono che la sua ascesa sia frutto del nuovo che avanza. Ma per chi? Se già comincia ora, a pochi giorni dall'insediamento, a costruire i primi, pesantissimi muri e li sbandiera come trofei di guerra, coglie nel segno Roberto Saviano quando afferma che "questo nuovo è terribile". Terribile perché istiga all'odio e vellica i peggiori istinti. Una prospettiva da brivido che non è proprio un inno alla gioia.

 

ABBAGLI. Fingere non è una licenza d'autore concessa solo ai poeti. Da una eternità il potere si è appropriato del celebre aforisma di Fernando Pessoa a proposito del poeta fingitore e ne fa un uso assai disinvolto per diffondere il suo messaggio deliberatamente ingannevole. Adesso poi grazie ai social media ed ai veleni del web mentire è diventato uno strumento ancor più insidioso per intercettare qualunque tipo di rabbia – fatta anche di bisogni veri – e per mietere consensi al d fuori dei tradizionali canali di comunicazione. Esemplare a tale proposito è lo slogan efficace anche se inquietante di Trump teso a "far tornare grande l'America". Slogan che sembra avvalorare il ritorno alla tradizione del new deal, ma che realtà è una strizzatina d'occhio alle lobby più chiuse. Al massimo serve a innescare abbagli di breve durata, a tenere buona la piazza, con il consenso scontato e interessato degli yes men, pronti a vendere l'anima per un posticino sul carro del vincitore.

 

EREDITÀ. Ciò che fa letteralmente imbufalire i repubblicani, è la consapevolezza di avere vinto la partita per la presidenza, seppur senza il conforto del voto popolare, ma di avere perso la battaglia più importante. La battaglia finale con la quale anelavano ardentemente a sbarazzarsi di Obama e liberarsi, come scrivono certe gazzette dell'italica destra, del “negretto” che per otto anni è stato il loro peggiore incubo. Poveri illusi! Il Potomac dovrà macinarne ancora tante di acque non sempre limpide sotto i ponti di Washington prima che un tycoon qualunque riesca (ma è poco probabile) a cancellare dalle sue sponde lo stile, la grazia e il coraggio messi in campo dal primo presidente afro-americano e da altri grandi leader democratici, da Kennedy a Clinton. A dispetto degli errori che hanno potuto commettere (anche i miti sbagliano) la loro eredità capace di riscaldare gli animi, alimentare utopie sublimi e rendere meno banale il risveglio è un patrimonio che nessuno potrà mai cancellare.

 

SPINTE. Quando vanno in onda le rumorose adunate dell'estrema destra come quella indetta giorni fa a Coblenza, non c'è da scherzare. Nella città alla confluenza tra il Reno e la Mosella abbiamo assistito all'anteprima di ciò che potrebbe diventare l'Europa se questi schieramenti, irretiti dalla tentazione dell'uomo forte, prendessero il sopravvento. Il secolo scorso, prima della Grande guerra e poi negli anni Trenta, l'ultra-nazionalismo ha trascinato con sé frustrazioni e violenze. E quello di oggi fa altrettanta paura. Nel continente sono all'opera forze che si sono messe in testa di snaturare la democrazia e che eccitate dal vento che spira dall'altra parte dell'Atlantico nutrono ambizioni elettorali che sarebbe irresponsabile prendere sotto gamba. Non sono macchiette, ma un reale pericolo. Chi nel Novecento guardò dall'altra parte o finse di non vedere ebbe poi tutto il tempo di pentirsi amaramente per non avere considerato la potenza devastante delle spinte disgregatrici. Nel giorno della memoria, che ricorre domani, una lezione terribile, da non dimenticare mai.

 

MISSIONE. A meno di un miracolo, le sorti del partito socialista francese in vista delle elezioni presidenziali sembrano segnate. Nell'elegante palazzo dell'Eliseo a Hollande, che con una scelta discutibile ha rinunciato a presentarsi dando l'impressione di abdicare dallo Stato, molto verosimilmente non subentrerà un altro esponente della sinistra. In una situazione tanto difficile, con una torsione del testo originale, di cui chiediamo venia, verrebbe da dire “Allons enfants de la gauche”. Ma il fatidico giorno della gloria non sembra a portata di mano. Non ancora. In ordine sparso le energie sono concentrate nel tentativo di arginare le truppe minacciose di Madame Le Pen, o le bravate di Salvini, autore di una pagina orrenda di cinismo mediatico nel pieno della tragedia. Ma se la missione è nobile, non di meno la sinistra andrà alle urne debole, incapace di riunirsi per tenere alto il vessillo di una grande idea che non muore, ma che ora vive piuttosto male. E non è difficile immaginare chi farà man bassa delle sue divisioni.

 

PASTICCIO. Come tutte le decisioni di pancia, strappate facendo leva sull'emotività e la paura, anche la Brexit si sta rivelando un colossale pasticcio politico e istituzionale. Dopo il referendum per l'uscita dal­l'Unione Europea il Regno Unito si è scoperto di colpo disunito e in­deciso a tutto. Il sentimento di insicurezza non ha fatto che aumen­tare in seguito al verdetto della Corte suprema che impone l'obbligo di ottenere l'approvazione del Parlamento prima di avviare le pratiche del divorzio da Bruxelles. Ora bisognerà aggiustare le procedure per evi­tare che il conflitto di competenze con il governo della premier May, che incassa una sconfitta simbolicamente importante, non suoni come una inaccettabile sconfessione del verdetto popolare. La Gran Bretagna se ne andrà comunque, ma i tempi si allungano e le mirabolanti pro­mes­se di un futuro radioso senza il fardello degli impegni comunitari cominciano a fare acqua da tutte le parti.

 

INCANTESIMO. A 82 anni è morto Eugene Cernan, l'ultimo astronauta ad avere posato il piede sulla Luna. Prima di lui altri dodici cosmonauti, dodici come gli apostoli, tutti statunitensi, si sono posati sul nostro satellite per esplorarne la superficie, raccogliere campioni, riportare a terra emozioni precluse ai normali essere umani. Con la scomparsa di Cernan si chiude il cerchio di una avventura iniziata con Neil Armstrong che la consegnò alla storia con la memorabile frase " un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per l'umanità". Al di là dell'entusiasmo di chi ne fu protagonista, la reale portata dell'im­presa resta però un tema oggetto di controversie. Già Jules Verne e Méliès seppero costruire racconti fantastici e di grande richiamo sui viaggi siderali, ma anche oggi, a 45 anni dell'ultimo lancio, l'allunaggio appare ancora come una bella incompiuta, se non per motivi di prestigio nelle ricorrenti vampate della guerra fredda. Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? A dispetto dei curiosi terrestri, il canto notturno di un pastore errante dell'Asia messo in poesia da Leopardi non svela i suoi segreti e da lassù l'astro più cantato al mondo conserva l'incantesimo inviolabile che fa sognare gli innamorati.

martedì 24 gennaio 2017

Il cambio della guardia alla Casa Bianca

di Renzo Balmelli

CIRCO. Fino a dove ci porteranno gli stravaganti volteggi di Trump è l'interrogativo che terrà il mondo col fiato sospeso a partire da domani, quando sarà andato in scena il burrascoso cambio della guardia alla Casa Bianca che qualcuno, con una punta di sarcasmo, ha definito come il Barnum della politica. Con la non trascurabile differenza però che il circo prima di chiudere ha divertito milioni di persone per un secolo e mezzo, mentre sotto il tendone del vincitore, tranne il ridicolo spettacolo dei compagni di merenda che sgomitano per conquistarsi anche solo un misero strapuntino alla corte del tycoon, per il resto, stando agli indizi, non c'è molto di cui stare allegri. Lasciamoci sorprendere incrociando le dita. Basteranno le prime mosse dell'eletto per capire se l'enorme cambiamento in atto a Washington segnerà l'inizio di un incubo politico, economico e sociale. Ma soprattutto etico. Lecito è quindi il dubbio che il 20 gennaio non sia una giornata fausta. Ne per l'America ne per il mondo.

IPOTESI. Non sappiamo se gli americani conoscono il verbo rottamare, ma ben presto dovranno imparare a convivere con un fenomeno che dalle nostre parti non ha lasciato grandi ricordi. Scardinare non soltanto la riforma sanitaria del suo predecessore, ma anche rivoltare come un guanto l'intero impianto della politica estera americana è ormai diventata una vera e propria ossessione per la destra repubblicana. Con questi verbi in testa, e sospinto da un incontenibile furore iconoclasta, Trump ne ha per tutti: i media, i migranti, la NATO, la Merkel, l'ONU. Dell'Unione europea, poi, non sa che farsene. Salva soltanto la Brexit, vellicando le nostalgie revansciste degli schieramenti nazionalisti. Ma è soprattutto sui rapporti con il Cremlino, rapporti che sembrerebbero ruotare attorno al concetto di una “nuova Yalta” a due, che si giocherà una partita decisiva per i futuri assetti internazionali, riservando agli altri il ruolo di spettatori. Per ora è soltanto un'ipotesi, ma abbastanza realistica, e comunque da contrastare per non alimentare tentazioni autoritarie, nella consapevolezza che la democrazia partecipativa non è un valore negoziabile.

IDENTITÀ. La nuova ripartizione delle sfere di influenza a cui guardano con malcelato interesse le due superpotenze – una di stampo neo zarista e l'altra tentata dal protezionismo -sarà una spina nel fianco, una in più, del Vecchio Continente in concomitanza con il cambio di governo in alcuni dei maggiori Paesi sui quali soffia il vento gelido del populismo. In questo difficile e scivoloso contesto, il 2017 si preannuncia come l'anno più tormentato dell'UE stretta tra i due grandi duellanti e chiusa nella morsa di chi ne auspica il funerale. Ne va infatti della sua identità come mito e come realtà all'interno di una storia, la storia delle idee, che si pone in contrapposizione al clima di odio fomentato dal terrorismo e dalle spinte neofasciste visceralmente ostili alle ragioni e le conquiste per cui vale la pena di vivere e lottare. L'unità nella diversità che ci ha donato il più lungo periodo di pace a cavallo di due secoli è l'argomento più valido a sostegno dell'Unione.

GARANTE. Sulla vocazione europeista e super partes di Antonio Tajani non dovrebbero esserci dubbi. L'ha dimostrato in varie occasioni e sicuramente saprà fornirne altre prove tangibili proprio adesso, mentre va ad occupare lo scranno di Presidente dell'Europarlamento. Non si dimentichi infatti che il candidato dei popolari succede a Martin Schulz che subì una ingiuria oltraggiosa ad opera di Berlusconi, protagonista di gaffe incendiarie alle quali Tajani riuscì in qualche modo a mettere una pezza. Sfortunatamente la sua elezioni non cade in un periodo felice. L'Europa è nella sua peggior forma. È la situazione più difficile da quando vennero firmati i trattati di Roma. Quindi più il primo cittadino europeo starà alla larga dalle beghe di casa e meglio saprà affrontare da garante delle istituzioni le sfide che si pongono al Parlamento in un momento che richiede doti di mediatore. Sarebbe perciò riduttivo parlare di un derby italiano tra lui e il socialista Pittella. Se derby dev'essere sia quello per l'Europa vincente.

DISUGUAGLIANZA. Di comici e miliardari prestati alla politica se ne potrebbe fare volentieri a meno. I primi saranno pure bravi e simpatici, ma poco in sintonia con l'arte del governare. Gli altri, alle spalle imperi economici gestiti dai clan famigliari, tendono più che altro a preservare i loro interessi. I risultati quasi sempre sono deludenti. Deludenti, ma non per la categoria dei super ricchi che da soli (il loro numero si conta su due mani) possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) della metà più povera della terra, vale a dire 3,6 miliardi di persone. L'annuale rapporto sulla disuguaglianza mondiale evidenzia un fenomeno che anziché diminuire diventa sempre più drammatico. Di fronte a queste condizioni estreme, la necessità di un ripensamento profondo dell'economia mondiale ha ormai un carattere d'urgenza, anche perché – come afferma Obama – "ora è il tempo migliore per essere vivi". E per reagire!

ENIGMA. Comunista, capitalista o celestiale impero, la Cina resta ancora oggi un enigma irrisolto. Cosicché questo millenario laboratorio, culla e ospite di grandi civiltà e di non meno dolorosi stravolgimenti continua a interpellarci senza svelare i suoi misteri. Per una curiosa e forse non casuale concomitanza, la prima volta di un Presidente della Repubblica popolare al forum di Davos, coincide con la settimana inaugurale di Donald Trump. Il segnale non è sfuggito alle Cancellerie tanto più che Xi Jinping è arrivato nei Grigioni fermamente intenzionato a rivendicare per il suo Paese un ruolo guida in alternativa a Mosca e Washington. Nella moderna versione della lunga marcia rappresentata dalla fantasmagorica skyline di Shanghai, la leadarship cinese parla di progresso e di valori condivisi. Ma la svolta epocale non sarà mai realmente compiuta fino a quando dietro le luci della ribalta si agiteranno le ombre del maggior problema insoluto: il problema dei diritti umani sacrificati alla ragion di stato. E non è cosa da poco!