lunedì 30 gennaio 2017

Non proprio un inno alla gioia

di Renzo Balmelli

 

VALORI. Evocare figure controverse come Trump per contestare la legittimità della sua elezione, per altro mai messa seriamente in dubbio, significa perdere di vista gli scogli disseminati da una presidenza che sembra avere mandato in corto circuito l'immagine che avevamo dell'America. L'aspetto principale ed emblematico sul quale dovremmo invece concentrare la massima attenzione -e che tra l'altro è stato molto bene evidenziato dall'imponente manifestazione planetaria delle donne – è la legittimazione etica e morale del Presidente, delle sue scelte e del suo modo di porsi di fronte alla nazione e alla storia. Valori che al 45esimo capo della Casa Bianca palesemente non interessano. Dicono che la sua ascesa sia frutto del nuovo che avanza. Ma per chi? Se già comincia ora, a pochi giorni dall'insediamento, a costruire i primi, pesantissimi muri e li sbandiera come trofei di guerra, coglie nel segno Roberto Saviano quando afferma che "questo nuovo è terribile". Terribile perché istiga all'odio e vellica i peggiori istinti. Una prospettiva da brivido che non è proprio un inno alla gioia.

 

ABBAGLI. Fingere non è una licenza d'autore concessa solo ai poeti. Da una eternità il potere si è appropriato del celebre aforisma di Fernando Pessoa a proposito del poeta fingitore e ne fa un uso assai disinvolto per diffondere il suo messaggio deliberatamente ingannevole. Adesso poi grazie ai social media ed ai veleni del web mentire è diventato uno strumento ancor più insidioso per intercettare qualunque tipo di rabbia – fatta anche di bisogni veri – e per mietere consensi al d fuori dei tradizionali canali di comunicazione. Esemplare a tale proposito è lo slogan efficace anche se inquietante di Trump teso a "far tornare grande l'America". Slogan che sembra avvalorare il ritorno alla tradizione del new deal, ma che realtà è una strizzatina d'occhio alle lobby più chiuse. Al massimo serve a innescare abbagli di breve durata, a tenere buona la piazza, con il consenso scontato e interessato degli yes men, pronti a vendere l'anima per un posticino sul carro del vincitore.

 

EREDITÀ. Ciò che fa letteralmente imbufalire i repubblicani, è la consapevolezza di avere vinto la partita per la presidenza, seppur senza il conforto del voto popolare, ma di avere perso la battaglia più importante. La battaglia finale con la quale anelavano ardentemente a sbarazzarsi di Obama e liberarsi, come scrivono certe gazzette dell'italica destra, del “negretto” che per otto anni è stato il loro peggiore incubo. Poveri illusi! Il Potomac dovrà macinarne ancora tante di acque non sempre limpide sotto i ponti di Washington prima che un tycoon qualunque riesca (ma è poco probabile) a cancellare dalle sue sponde lo stile, la grazia e il coraggio messi in campo dal primo presidente afro-americano e da altri grandi leader democratici, da Kennedy a Clinton. A dispetto degli errori che hanno potuto commettere (anche i miti sbagliano) la loro eredità capace di riscaldare gli animi, alimentare utopie sublimi e rendere meno banale il risveglio è un patrimonio che nessuno potrà mai cancellare.

 

SPINTE. Quando vanno in onda le rumorose adunate dell'estrema destra come quella indetta giorni fa a Coblenza, non c'è da scherzare. Nella città alla confluenza tra il Reno e la Mosella abbiamo assistito all'anteprima di ciò che potrebbe diventare l'Europa se questi schieramenti, irretiti dalla tentazione dell'uomo forte, prendessero il sopravvento. Il secolo scorso, prima della Grande guerra e poi negli anni Trenta, l'ultra-nazionalismo ha trascinato con sé frustrazioni e violenze. E quello di oggi fa altrettanta paura. Nel continente sono all'opera forze che si sono messe in testa di snaturare la democrazia e che eccitate dal vento che spira dall'altra parte dell'Atlantico nutrono ambizioni elettorali che sarebbe irresponsabile prendere sotto gamba. Non sono macchiette, ma un reale pericolo. Chi nel Novecento guardò dall'altra parte o finse di non vedere ebbe poi tutto il tempo di pentirsi amaramente per non avere considerato la potenza devastante delle spinte disgregatrici. Nel giorno della memoria, che ricorre domani, una lezione terribile, da non dimenticare mai.

 

MISSIONE. A meno di un miracolo, le sorti del partito socialista francese in vista delle elezioni presidenziali sembrano segnate. Nell'elegante palazzo dell'Eliseo a Hollande, che con una scelta discutibile ha rinunciato a presentarsi dando l'impressione di abdicare dallo Stato, molto verosimilmente non subentrerà un altro esponente della sinistra. In una situazione tanto difficile, con una torsione del testo originale, di cui chiediamo venia, verrebbe da dire “Allons enfants de la gauche”. Ma il fatidico giorno della gloria non sembra a portata di mano. Non ancora. In ordine sparso le energie sono concentrate nel tentativo di arginare le truppe minacciose di Madame Le Pen, o le bravate di Salvini, autore di una pagina orrenda di cinismo mediatico nel pieno della tragedia. Ma se la missione è nobile, non di meno la sinistra andrà alle urne debole, incapace di riunirsi per tenere alto il vessillo di una grande idea che non muore, ma che ora vive piuttosto male. E non è difficile immaginare chi farà man bassa delle sue divisioni.

 

PASTICCIO. Come tutte le decisioni di pancia, strappate facendo leva sull'emotività e la paura, anche la Brexit si sta rivelando un colossale pasticcio politico e istituzionale. Dopo il referendum per l'uscita dal­l'Unione Europea il Regno Unito si è scoperto di colpo disunito e in­deciso a tutto. Il sentimento di insicurezza non ha fatto che aumen­tare in seguito al verdetto della Corte suprema che impone l'obbligo di ottenere l'approvazione del Parlamento prima di avviare le pratiche del divorzio da Bruxelles. Ora bisognerà aggiustare le procedure per evi­tare che il conflitto di competenze con il governo della premier May, che incassa una sconfitta simbolicamente importante, non suoni come una inaccettabile sconfessione del verdetto popolare. La Gran Bretagna se ne andrà comunque, ma i tempi si allungano e le mirabolanti pro­mes­se di un futuro radioso senza il fardello degli impegni comunitari cominciano a fare acqua da tutte le parti.

 

INCANTESIMO. A 82 anni è morto Eugene Cernan, l'ultimo astronauta ad avere posato il piede sulla Luna. Prima di lui altri dodici cosmonauti, dodici come gli apostoli, tutti statunitensi, si sono posati sul nostro satellite per esplorarne la superficie, raccogliere campioni, riportare a terra emozioni precluse ai normali essere umani. Con la scomparsa di Cernan si chiude il cerchio di una avventura iniziata con Neil Armstrong che la consegnò alla storia con la memorabile frase " un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per l'umanità". Al di là dell'entusiasmo di chi ne fu protagonista, la reale portata dell'im­presa resta però un tema oggetto di controversie. Già Jules Verne e Méliès seppero costruire racconti fantastici e di grande richiamo sui viaggi siderali, ma anche oggi, a 45 anni dell'ultimo lancio, l'allunaggio appare ancora come una bella incompiuta, se non per motivi di prestigio nelle ricorrenti vampate della guerra fredda. Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? A dispetto dei curiosi terrestri, il canto notturno di un pastore errante dell'Asia messo in poesia da Leopardi non svela i suoi segreti e da lassù l'astro più cantato al mondo conserva l'incantesimo inviolabile che fa sognare gli innamorati.

martedì 24 gennaio 2017

Il cambio della guardia alla Casa Bianca

di Renzo Balmelli

CIRCO. Fino a dove ci porteranno gli stravaganti volteggi di Trump è l'interrogativo che terrà il mondo col fiato sospeso a partire da domani, quando sarà andato in scena il burrascoso cambio della guardia alla Casa Bianca che qualcuno, con una punta di sarcasmo, ha definito come il Barnum della politica. Con la non trascurabile differenza però che il circo prima di chiudere ha divertito milioni di persone per un secolo e mezzo, mentre sotto il tendone del vincitore, tranne il ridicolo spettacolo dei compagni di merenda che sgomitano per conquistarsi anche solo un misero strapuntino alla corte del tycoon, per il resto, stando agli indizi, non c'è molto di cui stare allegri. Lasciamoci sorprendere incrociando le dita. Basteranno le prime mosse dell'eletto per capire se l'enorme cambiamento in atto a Washington segnerà l'inizio di un incubo politico, economico e sociale. Ma soprattutto etico. Lecito è quindi il dubbio che il 20 gennaio non sia una giornata fausta. Ne per l'America ne per il mondo.

IPOTESI. Non sappiamo se gli americani conoscono il verbo rottamare, ma ben presto dovranno imparare a convivere con un fenomeno che dalle nostre parti non ha lasciato grandi ricordi. Scardinare non soltanto la riforma sanitaria del suo predecessore, ma anche rivoltare come un guanto l'intero impianto della politica estera americana è ormai diventata una vera e propria ossessione per la destra repubblicana. Con questi verbi in testa, e sospinto da un incontenibile furore iconoclasta, Trump ne ha per tutti: i media, i migranti, la NATO, la Merkel, l'ONU. Dell'Unione europea, poi, non sa che farsene. Salva soltanto la Brexit, vellicando le nostalgie revansciste degli schieramenti nazionalisti. Ma è soprattutto sui rapporti con il Cremlino, rapporti che sembrerebbero ruotare attorno al concetto di una “nuova Yalta” a due, che si giocherà una partita decisiva per i futuri assetti internazionali, riservando agli altri il ruolo di spettatori. Per ora è soltanto un'ipotesi, ma abbastanza realistica, e comunque da contrastare per non alimentare tentazioni autoritarie, nella consapevolezza che la democrazia partecipativa non è un valore negoziabile.

IDENTITÀ. La nuova ripartizione delle sfere di influenza a cui guardano con malcelato interesse le due superpotenze – una di stampo neo zarista e l'altra tentata dal protezionismo -sarà una spina nel fianco, una in più, del Vecchio Continente in concomitanza con il cambio di governo in alcuni dei maggiori Paesi sui quali soffia il vento gelido del populismo. In questo difficile e scivoloso contesto, il 2017 si preannuncia come l'anno più tormentato dell'UE stretta tra i due grandi duellanti e chiusa nella morsa di chi ne auspica il funerale. Ne va infatti della sua identità come mito e come realtà all'interno di una storia, la storia delle idee, che si pone in contrapposizione al clima di odio fomentato dal terrorismo e dalle spinte neofasciste visceralmente ostili alle ragioni e le conquiste per cui vale la pena di vivere e lottare. L'unità nella diversità che ci ha donato il più lungo periodo di pace a cavallo di due secoli è l'argomento più valido a sostegno dell'Unione.

GARANTE. Sulla vocazione europeista e super partes di Antonio Tajani non dovrebbero esserci dubbi. L'ha dimostrato in varie occasioni e sicuramente saprà fornirne altre prove tangibili proprio adesso, mentre va ad occupare lo scranno di Presidente dell'Europarlamento. Non si dimentichi infatti che il candidato dei popolari succede a Martin Schulz che subì una ingiuria oltraggiosa ad opera di Berlusconi, protagonista di gaffe incendiarie alle quali Tajani riuscì in qualche modo a mettere una pezza. Sfortunatamente la sua elezioni non cade in un periodo felice. L'Europa è nella sua peggior forma. È la situazione più difficile da quando vennero firmati i trattati di Roma. Quindi più il primo cittadino europeo starà alla larga dalle beghe di casa e meglio saprà affrontare da garante delle istituzioni le sfide che si pongono al Parlamento in un momento che richiede doti di mediatore. Sarebbe perciò riduttivo parlare di un derby italiano tra lui e il socialista Pittella. Se derby dev'essere sia quello per l'Europa vincente.

DISUGUAGLIANZA. Di comici e miliardari prestati alla politica se ne potrebbe fare volentieri a meno. I primi saranno pure bravi e simpatici, ma poco in sintonia con l'arte del governare. Gli altri, alle spalle imperi economici gestiti dai clan famigliari, tendono più che altro a preservare i loro interessi. I risultati quasi sempre sono deludenti. Deludenti, ma non per la categoria dei super ricchi che da soli (il loro numero si conta su due mani) possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) della metà più povera della terra, vale a dire 3,6 miliardi di persone. L'annuale rapporto sulla disuguaglianza mondiale evidenzia un fenomeno che anziché diminuire diventa sempre più drammatico. Di fronte a queste condizioni estreme, la necessità di un ripensamento profondo dell'economia mondiale ha ormai un carattere d'urgenza, anche perché – come afferma Obama – "ora è il tempo migliore per essere vivi". E per reagire!

ENIGMA. Comunista, capitalista o celestiale impero, la Cina resta ancora oggi un enigma irrisolto. Cosicché questo millenario laboratorio, culla e ospite di grandi civiltà e di non meno dolorosi stravolgimenti continua a interpellarci senza svelare i suoi misteri. Per una curiosa e forse non casuale concomitanza, la prima volta di un Presidente della Repubblica popolare al forum di Davos, coincide con la settimana inaugurale di Donald Trump. Il segnale non è sfuggito alle Cancellerie tanto più che Xi Jinping è arrivato nei Grigioni fermamente intenzionato a rivendicare per il suo Paese un ruolo guida in alternativa a Mosca e Washington. Nella moderna versione della lunga marcia rappresentata dalla fantasmagorica skyline di Shanghai, la leadarship cinese parla di progresso e di valori condivisi. Ma la svolta epocale non sarà mai realmente compiuta fino a quando dietro le luci della ribalta si agiteranno le ombre del maggior problema insoluto: il problema dei diritti umani sacrificati alla ragion di stato. E non è cosa da poco!

lunedì 19 dicembre 2016

Il 2017 e quelli che vorrebbero ammainare il blu stellato dell'UE

SPIGOLATURE - di Renzo Balmelli 

 

SIMBOLO. Nel bene, come ci auguriamo, o nel male, come temiamo, l'Europa sarà l'indubbia protagonista dei maggiori snodi politici del 2017. Senza scomodare la sfera di cristallo, basta la cabala, con quel 17 che i superstiziosi doc temono peggio del 13, a fare presagire un anno burrascoso per le sorti della Comunità. Sullo sfondo si stagliano i molto poco romantici amorosi sensi tra Putin, Trump, Le Pen e Salvini, in gara per l'Oscar dei cinguettii più deflagranti. E non c'è motivo per essere tranquilli. Anzi. Difatti, sebbene possa sembrare un paradosso, dalla fine della guerra il Vecchio Continente non ha mai avuto così tanti nemici interni come ora, in un periodo di pace. Solo la memoria corta impedisce di valutare pienamente l'assurdità di una situazione a così alto livello di criticità che tende a riportarci al passato. Nei prossimi mesi capiremo quanto il sogno dei Padri fondatori riuscirà a tenere a bada il livore demagogico di chi vorrebbe ammainare il blu stellato dell'UE, un simbolo dorato che a sessant'anni dai Trattati di Roma resta la migliore garanzia per risparmiare alla popolazione europea le immani tragedie del secolo breve.

 

CEROTTO. Per l'Italia uscita frastornata dall'infelice battaglia referendaria e alla ricerca di un futuro dai contorni meno incerti, la solidarietà dell'Unione Europea sarà un sostegno prezioso per riprendere la navigazione in un clima più sereno. Ma sono in tanti a remare contro. Dal suo quasi e indecoroso Aventino, l'opposizione non perde una sola occasione per piantare solo bandierine negative sulla carta del continente con lo scopo deliberato di delegittimare l'esecutivo di Gentiloni, mentre Roma prova a riannodare la sintonia con Bruxelles incrinata durante la campagna per il voto del 4 dicembre. Tra l'altro, durante le consultazioni post-renziane è parso di avvertire l'eco lontana della Dc in cui era pratica corrente la formula del governo fotocopia inteso come un mantra rituale per non perdere privilegi e vitalizi. Nel segno della discontinuità imitare quei metodi sarebbe un passo falso che probabilmente non verrebbe capito dagli alleati europei. Dal Paese che ha tenuto a battesimo la Costituzione dell'Europa nel l957 e si prepara a presiedere il solenne anniversario, è lecito attendersi qualcosa di più di un incarico inteso come un banale cerotto, dando l'impressione, così facendo, che lo Scudo crociato, in un modo o nell'altro, sia sempre presente, nell'ombra, ma non troppo.

 

AMNESIA. Forse ci siamo distratti nell'ammirare la giacca rosso-shocking della ministra. Oppure riflettevamo sulle battute di pessimo gusto rivolte alla signora Agnese Landini, moglie di Matteo Renzi, a proposito del suo pullover bianco. Ma, come si diceva, presi nel vortice della battaglia per un SI o per un NO abbondantemente infarcita di pettegolezzi e gossip, siamo stati colti da un improvviso attacco di amnesia. E ci siamo dimenticati che là fuori, a non poi così tanti chilometri da casa nostra, è in corso, senza un attimo di tregua, il genocidio di Aleppo. Durante la sbornia referendaria abbiamo perso di vista quanto accade ogni giorno, ogni ora in una regione che da anni non conosce un solo istante di pace. Dove la vita non ha più valore e dove l'Isis, lungi dall'essere sconfitta, è la pedina fuori controllo di un gioco al massacro da mettere sul conto della follia umana e della smania di potere. Come ha osservato il Corriere della Sera la storia con i suoi risvolti più crudeli non si è fermata e mentre l'Italia palpitava per il referendum, altrove, in una dimensione spettrale, il calvario dei profughi continuava a mietere vittime innocenti. Riflettiamoci. 

 

VERGOGNA. Nella lotta all'evasione fiscale, che origina scompensi e madornali ingiustizie sociali, sono state fatte promesse a iosa. Ma erano tutte da marinaio. Le strategie di contrasto che sulla carta sembravano dare risultati incoraggianti in realtà nella stragrande maggioranza dei casi sono rimaste lettera morta. Senza il contributo di organizzazioni come Oxfam che si battono per l'aiuto umanitario ed i progetti di sviluppo, le notizie provenienti dal mondo sommerso e impenetrabile della fuga di capitali finirebbero in ultima pagina, vittime dell'assuefazione. Si constata invece che lo scandalo dei peggiori paradisi fiscali ( 15 sono quelli recensiti, tra cui quattro europei, Paesi Bassi, Svizzera, Lussemburgo, Irlanda) prosegue indisturbato. Con esiti spaventosi: le truffe ai danni del fisco privano ogni anno i paesi più poveri di oltre 100 miliardi di dollari. Mille e passa miliardi dal 2012 a oggi. Lungo è l'elenco delle multinazionali che sottraggono risorse agli Stati generando disuguaglianze incolmabili e negando a centinaia di milioni di bimbi il diritto all'istruzione e all'assistenza sanitaria. Nella loro aridità queste cifre sono un durissimo, implacabile "j'accuse" per le rapine a scopo di lucro commesse ai danni degli anelli più deboli della società senza che gli autori di quello che si configura come un crimine contro l'umanità abbiano almeno la decenza di arrossire dalla vergogna.

martedì 13 dicembre 2016

Ed è subito sera.

di Renzo Balmelli 

 

RICADUTE. Evocare lo scollamento tra politica e società è talmente ovvio da non trovare, paradossalmente, nulla di meglio da aggiungere per provare a decifrare la confusione che ci circonda. Nell'intreccio di situazioni sempre più complesse, persino Diogene con la sua filosofica saggezza e il suo mitico lanternino, farebbe fatica a rischiarare la scena. I nervi sono a fior di pelle e l'eccitazione spasmodica, enfatizzata dalla rete, che ha contrassegnato la Brexit, l'elezione di Trump e in ultima analisi anche il referendum italiano, ne è d'altronde una dimostrazione eloquente. I vecchi schemi sono saltati e quelli nuovi sono come certe idee: pochi, ma confusi. Ovunque, nei luoghi in cui il disagio sociale coniugato alla rabbia si rivolta contro la casta e non pare più disposto a fare sconti, prevale la sensazione – e qui chiediamo venia a Quasimodo per l'indebita citazione – che sia subito sera. Anzi, notte.

 

DIGA. Avrebbe dovuto essere la marcia funebre dell'Europa. Dal Danubio, ancora blu nonostante l'inquinamento, sono sgorgate invece, tra il sollievo generale, le immortali melodie di Strauss. La slavina populista che minacciava di trasformarsi in una valanga capace di contagiare e travolgere i valori di libertà, uguaglianze e solidarietà che stanno alla base dell'Unione si è fermata davanti alla solida diga eretta dagli elettori di un Paese che a dispetto dei cattivi profeti ha deciso di restare europeista. La vittoria per la presidenza dell'ecologista Van der Bellen ha inoltre evidenziato che la battaglia contro l'estrema destra si può vincere anche se sarà lunga e difficile. Difatti la partita non si è chiusa il 4 dicembre. Dai ranghi dello sconfitto, l'ultra nazionalista Hofer, già si levano propositi di rivincita che guardano al futuro con l'intento di riportarci al passato. Per intanto prendiamo atto con soddisfazione dello smacco inferto alle forze reazionarie e intolleranti, augurandoci che il verdetto delle urne non sia una fugace eccezione.

 

INCOGNITE. Il referendum è alle spalle. E adesso? Oggi, domani, fra un mese, fra un anno? Sono capitoli tutti da scrivere senza sapere come. Al netto dei passi falsi di Renzi, per i quali si è ormai esaurito il breviario dei commenti, dei possibili scenari e della satira pungente, l'impressione è che il dado, in assenza di una leadership credibile e nella prospettiva di frettolose elezioni anticipate, sia tornato alla casella di partenza in un clima carico di incognite. Se "del doman non v'è certezza", un punto fermo comunque c'è. La grande affluenza ha reso evidente il fatto che la gente, attraverso la democrazia referendaria, sa di poter disporre di uno strumento col quale partecipare, farsi sentire e ottenere udienza per i problemi quotidiani. Che non son pochi. Le ultime statistiche dicono che un italiano su quattro è a rischio povertà, che il divario tra ricchi e poveri continua a crescere e che l'emigrazione aumenta di giorno in giorno. Come si vede l'emergenza è altrove, e l'avere caricato di toni apocalittici e plebiscitari la riforma costituzionale è stato un errore fatale. A questo punto l'esigenza di una sinistra coesa, meno litigiosa e meno condizionata da mai sopiti rancori personali, diventa un fattore fondamentale per uscire dal labirinto e sgombrare il campo da antipatici equivoci. Si può infatti supporre che qualche dolorino di pancia sia stato avvertito in seguito alla corposa minoranza del NO in casa Pd che pur con argomenti legittimi e di ben altro spessore ha finito comunque col trovarsi , sicuramente senza averlo ne voluto ne cercato, sullo stesso carro di Salvini e Grillo che scalpitano per entrare nella stanza dei bottoni. Magari con una strategia condivisa sarebbe stato meno arduo affrontare le sfide che si affacciano all'orizzonte proprio ora, in una fase in cui un brutto vento di destra soffia su tutti i Paesi del mondo e l'Europa, che deve poter contare sul ruolo di un' Italia stabile, si trova ad affrontare la più insidiosa delle sue crisi.

 

ESAMI. Diffidiamo dei sondaggi, d'accordo. Ma qualche considerazioni di carattere generale si può comunque fare nella prospettiva degli esami elettorali che agitano l'Europa in vista delle scadenze programmate l'anno prossimo. Ma come? Nelle valutazioni dei media internazionali balza subito all'occhio il fatto che i due maggiori leader di centro sinistra, Renzi e Hollande, hanno già dato o stanno dando addio alle loro cariche con onestà non usuale che però suona come un un gesto di resa. In Francia, con la sinistra indebolita, Marine Le Pen viene persino data in vantaggio anche rispetto al candidato repubblicano Fillon, mentre in Germania Angela Merkel , eletta con qualche punticino in meno per la sua nona presidenza alla guida della CDU, dovrà stringere i denti per limitare i danni nel momento in cui l'onda populista e la scalata del partito di estrema destra si fa vieppiù inquietante. Su questo panorama ben poco rassicurante troneggia la figura di Trump che se già ne combina di tutti i colori adesso, chissà cos'altro avrà in serbo quando sarà il proprietario unico di un micidiale arsenale atomico da fare impallidire il dottor Stranamore. Per scongiurare l'insonnia non resta che confidare nell'effetto benefico della cara, vecchia Austria riscopertasi un pochino "felix" in un ritrovato contesto liberale e cosmopolita. Finché dura!

 

ORELLI. Alla lingua e alla letteratura italiana in Svizzera che non di rado deve sgomitare per avere lo spazio che le compete, è venuto a mancare un interprete di primissimo piano. Nella città di Lugano, dove ha trascorso gran parte della sua vita, si è spento a 88 anni, Giovanni Orelli, scrittore, poeta, saggista e alfiere di " un allegro espressionismo", come amava definirsi, contrassegnato da un grande rigore morale e intellettuale. Politicamente impegnato a sinistra, per decenni Orelli, laureato in filologia a Milano, professore e umanista , ha marcato il mondo politico e culturale della Confederazione. E non solo. Sia per gli studi universitari, sia per la consapevolezza di essere sospeso tra due realtà diverse, ha sempre avuto l'Italia nel cuore. L'Italia, il Paese che considerava depositario della sua lingua e cultura di appartenenza. Della sua passione per Dante e Montale e di tanti altri nomi parlò diffusamente nel corso di una memorabile serata letteraria al Coopi di Zurigo in cui diede al pubblico un saggio, frizzante come l'aria delle montagne in cui era nato , della sua biografia di uomo e di autore. Biografia, disse in una intervista apparsa sulla rivista di Pro Helvetia, deducibile "dai non pochi libri che ho letto". E dai non pochi che ha scritto e che gli sono valsi, tra tanti riconoscimenti, anche il Gran Premio Schiller per l'insieme della sua produzione che costituisce oggi uno straordinario patrimonio di cultura.

martedì 6 dicembre 2016

Cuba dopo Castro

di Renzo Balmelli

EREDITÀ. Quando scompare un personaggio carismatico e contro­ver­so come Fidel Castro si usa dire che con lui è finita un'epoca. Ci si spinge addirittura più in là per affermare che con il Leader Maximo si è chiuso definitivamente il Novecento. Adesso la prima cosa a cui si pen­sa è come i suoi successori riusciranno a gestire un'eredità storica tanto importante, quanto ingombrante. L'altro interrogativo, non meno cru­ciale, è provare a capire quale sarà la sorte di Cuba senza il Coman­dan­te che ha riscattato un popolo umiliato dalla feroce dittatura di Ba­ti­sta e dalla pedantesca tutela americana. L'isola caraibica, col suo fasci­no immutato, oggi è a un bivio: conservare la sua identità o diventare un rifugio per facoltosi dandy annoiati. Con la svolta alla Casa Bianca e l'ingresso del suo prossimo, edonista, imprevedibile inquilino l'oriz­zonte appare cupo.

OPA. Solo i grandi lasciano dietro di sé sentimenti fortemente contrastanti. Fidel Castro, artefice di una storica rivoluzione che ha entusiasmato e diviso, mobilitato e deluso, appartiene a questa categoria sia per i risultati conseguiti in vari campi, dall'istruzione al sistema sanitario considerato tra i più avanzati al mondo, sia per avere lasciato i dissidenti in prigione. Nonostante le evidenti contraddizioni, all'Avana il cordoglio è sincero tra la popolazione, memore della stagione in cui l'Isola era asservita agli Stati Uniti che la consideravano uno zerbino sulla soglia di casa. Il ruolo della CIA nel sostenere il regime militare è uno dei lati oscuri dalla politica americana in una delle regioni più calde del globo dove la crisi causata dall'istallazione dei missili sovietici si risolse per un pelo sull'orlo della guerra nucleare. Ora come ora è difficile valutare quali intenzioni abbia l'amministrazione repubblicana prossima ventura che però non ha mancato di anticipare le proprie riserve all'operato di Obama determinato ad avviare una nuova era nelle relazioni tra i due Paesi. Con l'OPA su Cuba che a quanto pare Trump sarebbe intenzionato a lanciare per rivedere i trattati di buon vicinato, potrebbe aprirsi una ulteriore partita sulla scacchiera caraibica carica di incognite.

CONFUSIONE. Ma che succede? Dove vogliono portarci gli impresari del potere? Si parla di una seconda Yalta, ipotesi inquietante come poche. Intanto a Parigi sale l'astro di Fillon, in pole position per l'Eliseo, pragmatico, conservatore nei costumi, liberale in economia, che strizza l'occhio a Mosca e all'elettorato lepenista. In Italia Silvio medita il ritorno dopo il referendum, non si capisce da dove e per dove. Salvini esulta e si capisce ancora meno. In Austria Hofer, favorito dai sondaggi che ultimamente però sono usciti piuttosto screditati, scalpita come un bianco Lipizzano della Scuola spagnola di Vienna. In Olanda furoreggia il partito anti-immigrati e la Gran Bretagna si scopre vieppiù populista. Solo la destra – e non c'è di che stare allegri – sembra in grado di raccogliere il grido di rabbia che sta assordando il mondo. Nella gigantesca confusione della platea internazionale, la sinistra vecchia maniera, quella buona rosso antico, è una N.P., una non pervenuta, alla quale si addice la battuta d Woody Allen: Dio è morto, Marx pure e anch'io non mi sento tanto bene.

ASSETTI. Sono in molti a chiedersi, come dicevamo all'inizio, se la preoccupante prospettiva di una nuova Yalta sia destinata davvero a concretizzarsi ed a ridisegnare, come fece la precedente, gli assetti del pianeta. Rispetto al primo vertice in Crimea – oggi tra l'altro teatro di gravi e sintomatiche tensioni stile guerra fredda – sono cambiati i protagonisti e gli scenari. Ma l'idea che gli attuali attori, ossia Putin e Trump, si ispirino ai loro predecessori per spartirsi il mondo in zone d'influenza non è tra le più allettanti. Anzi, mette paura. Sappiamo cosa successe dopo la conferenza del 1945 e quante attese andarono deluse. Ancora non è chiaro che cosa potrebbe scaturire dall'incontro tra il leder americano e quello russo se Washington e Mosca decidessero di giocare la partita da soli, senza fastidiosi intrusi e lasciando in disparte l'Europa di cui oltre tutto non hanno un'altissima considerazione. Sembra insomma di assistere a un nostalgico ritorno di fiamma in cui prevale la tentazione di riesumare dalle catacombe della storia un passato infarcito di pessime ideologie che non si vorrebbe più rivivere e che pesa e condiziona il presente e il futuro. No, così non va.

STILLICIDIO. La sera prima del 25 novembre, alla vigilia della giornata indetta in tutto il mondo per dire basta alla violenza contro le donne, la giovane Elisabeth è andata incontro a una fine atroce, così com'è accaduto ad Angela, Giada, Martina e Rossana a loro volta vittime in pochi giorni del tremendo fenomeno noto come femminicidio. Fenomeno che non è il prodotto di una distorsione mediatica, ma l'espressione di una brutale forma di prevaricazione che continua a persistere. Di casi analoghi in Italia ve ne sono stati quasi seicento (599 per la precisione) dal 2012 a oggi. Uno stillicidio pazzesco a opera di mariti, fidanzati, spasimanti. In tutti questi anni – si poteva leggere sul Corriere della Sera – non sono mancati gli appelli e le riflessioni su come cambiare questo brutto racconto al quale manca tuttora la fine. Invano. Purtroppo il paradosso di questa società è che insegna alle donne a difendersi dallo stupro anziché insegnare agli uomini a non stuprare le donne.