martedì 18 marzo 2014

Ma Francesco… è comunista?

di Renzo Balmelli

IMBARAZZO. Ma il Papa è comunista? Se anche Marx fa il suo ingresso ufficiale in Vaticano, i ben pensanti che si aggirano a passi felpati tra i corridoi della Santa Sede hanno un motivo in più per essere inquieti. In realtà si tratta soltanto di una divertente omonimia col cardinale tedesco Reinhard Marx nominato alla testa del consiglio incaricato di procedere al rigoroso riassetto delle finanze vaticane, lambite dalle accuse sulla loro gestione non proprio canonica. Eppure, per quanto scherzosa, è bastata questa casuale coincidenza per rinfocolare le voci ,soprattutto americane, secondo le quali papa Francesco sul fronte economico non sarebbe del tutto in sintonia con l'ortodossia del mercato. E poiché il Pontefice, pur giudicando sbagliato il marxismo, non esclude che i suoi seguaci possano essere persone rispettabili, non è difficile immaginare l'imbarazzo di una certa parte della Curia. Questo Papa davvero non finisce di stupire.

FANTASMI. Riscritta da un moderno Tolstoj, la vicenda di Guerra e pace ambientata sullo sfondo dei convulsi rapporti tra Kiev e Mosca, concederebbe poco spazio ai sentimenti. Sebbene non sia facile districarsi nei meandri della crisi ucraina e per quanto sia arduo tracciare una linea di demarcazione per stabilire chi siano i buoni e i cattivi secondo le categorie in uso a ovest, si intuisce che sotto, sotto covano incomprensioni e rancori vecchi di secoli. Il cuore dello scontro si è spostato in Crimea, penisola strategica da sempre al centro degli appetiti di popoli e imperi, e che oggi deve fare i conti da un lato con i fantasmi filo sovietici o neo zaristi dei nuovi signori del Cremlino e dall'altro con l'ordine sparso in cui si muove la diplomazia occidentale. Col rischio che questa terra, gratificata dalla natura, ma poco rispettata dai regnanti, finisca col rivivere le prove dolorose del passato.

INSOFFERENZA. Se anche in Italia, nazione che occupa un posto d'onore nella galleria dei padri fondatori, continua a crescere l'insofferenza nei confronti dell'UE, a fine maggio le cose potrebbero mettersi davvero male alle elezioni europee concupite della destra populista. In quest'ottica a preoccupare non sono tanto le folkloristiche esternazioni di Grillo, tese a recuperare l'identità di Stati millenari come la Repubblica di Venezia o il Regno delle Due Sicilie, quanto la percezione sempre più diffusa che per gli italiani l'Europa sia diventata impopolare, trasformandosi dall'iniziale adesione in una costruzione lontana e senz'anima. Con questi sentimenti non sarà facile contrastare la deriva anti europeista, tanto più che il governo, in altre faccende affaccendato, non sembra particolarmente motivato nella ricerca di percorsi innovativi e nuovi stimoli che potrebbero rinvigorire lo slancio comunitario.

MORALE. Dal 9 febbraio, grazie al successo del referendum nazionalista, tutto sanno che la Svizzera ha preso una chiara posizione contro l'Unione Europea ponendosi in una situazione che è motivo di grosse preoccupazioni tra i suoi vicini. Ciò che invece forse non tutti sanno è che quando gli interessi prevalgono su qualsiasi altra considerazione, anche nella Confederazione elvetica vizi privati e pubbliche virtù finiscono col confondersi e dare vita alla doppia morale. Ne sono un esempio alcuni ferventi fautori dell'iniziativa che non hanno esitato a richiedere i servizi dei "padroncini", sempre italiani e altrettanto demonizzati dei frontalieri, alla faccia dei loro proclami. Perché lo abbiano fatto è presto detto: costano meno, lavorano in fretta e portano mano d'opera sotto pagata. Chissà cosa ne pensano i loro elettori di una vicenda che ricorda il motto latino: quod licet Iovi non licet bovi!

FENOMENO. L'emigrazione alla rovescia. "Quegli svizzeri che l'Italia se la comperano" è il titolo intrigante di una serie di articoli sul fenomeno sempre più diffuso della presenza elvetica nel settore dell'agricoltura in Toscana, e in altre regioni della Penisola. La morale è presto spiegata: se nella patria di Tell cresce l'insofferenza nei confronti degli stranieri che qui vengono a lavorare e investire, sull'altro versante i cittadini confederati sono la nazionalità più rappresentata tra gli imprenditori agricoli stranieri che operano in Italia. Per una curiosa legge del contrappasso, campi, filari, vitigni e terreni sono praticamente diventati una sorta di "banca bucolica" degli svizzeri che ormai detengono vaste proprietà ad alto reddito nelle zone più privilegiate del Paese. E, diversamente dai cittadini italiani che fanno il percorso inverso, gli ospiti rossocrociati sanno che nessuno promuoverà un referendum per cacciarli in malo modo.

MASCHILISMO. L'otto marzo è passato e ora ciò che conta è vedere quanto tempo sarà ancora necessario per realizzare la vera parità dei generi. Mentre tra incredulità e orrore la cronaca registrava in un solo giorno altri tre casi di femminicidio, nell'analizzare la pesante bocciatura che l'Aula ha riservato alle quote rosa, non sembra che le prospettive per una rapida abolizione delle disuguaglianze promettano miracoli. Fosse vero che il buon giorno si vede dal mattino, si potrebbe dire con un facile e fin troppo scontato gioco di parole, che d'ora in poi l'alba del governo sarà meno rosea. Sull'Italicum la questione femminile è andata in bianco per volontà di Forza Italia e dei franchi tiratori, ma soprattutto per l'assurdità dell'asse Renzi-Berlusconi che spacca il Pd e ne scuote i suoi valori nel più profondo dell'anima. Per molti militanti è un boccone amaro andare a braccetto con una destra che considera le quote rosa alla stregua di una farsa, secondo i canoni del più vieto maschilismo. Ne consegue un diffuso disorientamento che lascia presagire, oltre al nodo della parità, altri punti nevralgici per il percorso delle riforme.

 

giovedì 6 marzo 2014

Sulle note di "Bella ciao"

di Renzo Balmelli

MITO. Cantano sulle note di "Bella ciao" i partigiani ucraini che svegliandosi la mattina hanno trovato l'invasore russo alle porte di casa nella ridente, ma ora non più tanto, Crimea. Che l'inno della Resistenza risuoni anche da queste parti ha un che di suggestivo e in pari tempo di allarmante, pensando tra l'altro proprio all'incredibile destino della penisola su Mar Nero che – paradosso dei paradossi – Krusciov donò ai fratelli di Kiev senza immaginare che un giorno il regalo sarebbe tornato a Mosca, non più capitale dell'impero, come un boomerang avvelenato. Il brusco se non proprio inatteso ritorno al passato da la piena misura di quanto sia profonda la più grave e per molti del tutto incomprensibile crisi politico-diplomatica che l'Europa si trova ad affrontare dopo la caduta del Muro. Sotto i calcinacci della guerra fredda è come se la storia si fosse rimessa in movimento per scardinare una volta ancora gli assetti del Vecchio Continente. Quegli assetti che Roosevelt, Stalin e Churchill, tentarono di ricostituire dopo gli orrori del nazismo già pensando però, avvolti nei loro cappotti, a come spartirsi il mondo nelle rispettive zone di influenza. E nel vedere come stanno mettendosi le cose, cioè male, pare che al Cremlino il tempo sia rimasto congelato dentro il mito illusorio di Yalta.

PROMESSA. Roma non sarà più la "caput mundi", ma resta la culla dei Trattati comunitari . Negli auspici della sinistra non poteva quindi iniziare che da lì la campagna per le elezioni europee sulle quale dopo i drammatici fatti di Kiev gravano oscuri presagi. Per le forze progressiste la consultazione di fine maggio assume un'importanza quasi decisiva nell'intento di tenere a bada la preoccupante avanzata della destra eversiva che morde alle caviglie. Occorreva dunque dare un segnale forte ed è quanto è stato fatto al congresso degli eurosocialisti sia con l'adesione del Pd al PSE sia con la designazione di Martin Schultz – colui che Berlusconi apostrofò con l'epiteto infamante di kapò – quale candidato socialista alla guida dell'Unione. Dal Tevere sale dunque la solenne promessa di non lasciare nelle mani dei populisti le sorti dell'Europa mentre i demoni della xenofobia cercano di tornare indietro.

AFFINITÀ. Dopo la crociata contro la libera circolazione, la Svizzera comincia a fare i conti col rischio di trovarsi estraniata dal concerto delle nazioni europee. E non sono rose e fiori. Qualcuno ha addirittura proposto di tornare alle urne per fare ciò che non sarebbe stato fatto: spiegare meglio agli elettori l'importanza della posta in palio. Francamente però l'idea appare piuttosto labile nel Paese dei referendum. Certo, avere Mario Borghezio quale paladino della causa elvetica non è che faccia molto piacere ai cittadini rossocrociati. Nonostante alcune affinità elettive, finanche l'UDC del tribuno Blocher che ha promosso l'iniziativa anti stranieri tende a distanziarsi dall'ingombrante compagnia. Ma chi semina vento raccoglie tempesta ed è in questo clima che Berna deve ora misurarsi con i suoi partner abituali per salvare i cospicui vantaggi derivanti dagli indispensabili accordi bilaterali con l'UE.

RIDENS. Se D'Alema stuzzica Renzi ammonendolo di non esagerare con il pop corn per non ingrassare e se il premier replica affermando che seguirà le mosse del rivale sgranocchiando mais gonfiato come se fosse al cinema, di una cosa si può essere quasi certi: il duello a distanza tra la vecchia volpe del Pd e il "fanciullo vivace e goloso" del nuovo corso promette scintille. Ma d'altronde nel politichese un po' barboso dell'ufficialità, un bello scambio di battute ispirate alla commedia dell'arte può tornare utile per risollevare lo spirito. Questi sono tempi poco inclini al castigat ridendo mores e una risata di tanto in tanto aiuta a sfogare la tensione. Ciò che conta, alla fine, è che l'irruzione del simpatico diversivo nell'epico scontro tra le varie anime della sinistra non porti a un uso smodato del pop corn, col rischio, questo sì, di procurarsi un mal di pancia non solo metaforico.

INDIZI. Sarà pure un fortuito concorso d'indizi. Ma i giallisti cresciuti alla scuola di Agatha Christie sanno che tre indizi costituiscono una prova. E' quindi con l'animo del segugio che i Poirot della politica indagano tra le pieghe degli editoriali apparsi sulle testate della premiata casa editrice di Arcore per capire a cosa mirano le serenate a Matteo Renzi. Senza tante perifrasi il capo del governo diventa se non proprio un amico quanto meno un alleato nella lotta al nemico comune: cioè i "comunisti" che da sempre popolano gli incubi del Cavaliere. La coincidenza è fin troppo evidente per essere frutto del caso nel bel mezzo di scelte difficili e compromessi laboriosi sulla via delle riforme e di ciò che ne consegue per la tenuta dell'esecutivo. Tanto più che la conclusione, aperta a svariate ipotesi, è un crescendo di amorosi sensi: Forza Renzi, Forza Italia (sic) che porta diritto alla classica domanda del cui prodest.

MONITO. Come a volte accade con i film italiani d'autore, anche "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, insignita dell'Oscar per il miglior film straniero, al suo apparire ha raccolto più consensi all'estero che in patria. Il ritorno in Italia della statuetta, a quindici anni dal riconoscimento andato a Benigni, dovrebbe comunque consentire di rianimare il dibattito sia attorno alla pellicola, sia nel merito degli interrogativi posti da una società decaduta, senza stimoli e raccolta intorno all'illusione delle feste eleganti. In quest'ottica, al di là del talento indiscutibile del regista, il premio ha una sua indubbia valenza politica intesa come un monito a chi governa, mentre Pompei crolla e Roma frana. A Palazzo Chigi è insomma arrivata l'ora di considerare la cultura, ancora oggi sofferente a causa dell'infausto ventennio berlusconiano, come una cosa viva su cui costruire qualcosa di valido per le generazioni a venire.

 

giovedì 27 febbraio 2014

Tra Crimea e Mar Nero

di Renzo Balmelli

IPOTECA. Ai confini con l'UE incombe la mina vagante dell'Ucraina, la nazione post sovietica di gran lunga la più importante dello scacchiere a cavallo tra Crimea e Mar Nero, che rischia, nella peggiore delle ipotesi, di farsi travolgere dalla pesante ipoteca della secessione. L'incubo di una spaccatura tra le regioni filo europee e quelle russofone del Paese anziché dissolversi con la liberazione di Yulia Tymoshenko ha messo in moto una vasta operazione geopolitica dagli sbocchi imprevedibili che arroventa i rapporti tra Bruxelles e il Cremlino. Una volta, in situazioni analoghe, si sarebbe udito il rumor di sciabole o quello ancora più inquietante dei cingolati. Ora la diplomazia al massimo livello è più solerte nel fare da pompiere, ma quella che è già stata battezzata la guerra non armata tra russi e occidentali non consente di dormire tra due guanciali.

GARANTI. Gli euroscettici affascinati dalla Marine (Le Pen), dall'olandese Wilders e dall'inglese Farage, tutti e tre portatori di tristissime ideologie fast-food, spesso dimenticano che quelle che essi chiamano, nei loro slogan di facile suggestione, le " chiacchiere dell'Unione" " sono all'opposto le garanti della pace per l'Europa. Settant' anni di pace - un primato - che non sono negoziabili per nessuna ragione, per nessun umorale livore nei confronti del vicino di casa, per nessun referendum e per nessun cedimento agli atteggiamenti che abbiamo già visto in un contesto ben diverso di quello attuale. Diverso, certo, ma che per una fatale disattenzione potrebbe ripresentarsi sotto le spinte mai dome della deriva razziale, veicolo di dolori inenarrabili per il Vecchio continente.

SENTIMENTI. Nel suo film "Anita B.", ispirato alla biografia di Edith Bruck, il regista Roberto Faenza evoca una realtà mai veramente approfondita, se non addirittura rimossa. Si è parlato molto delle atrocità nei lager, ma poco del dopoguerra che è stato tragico per i sopravvissuti. Rare sono state le ricerche sulle difficoltà che molti di loro hanno incontrato per riconquistare il diritto di condurre una vita normale, con sentimenti normali. Pareva quasi che la loro vicenda fosse rimasta per sempre sepolta dietro i reticolati di Auschwitz trasformandoli in esseri diversi dagli altri. Per Primo Levi fu una tortura insopportabile e senza scampo. Alla luce di quanto possiamo leggere e vedere, è evidente che l'interrogativo si pone anche oggi per tutte le vittime della prevaricazione dell'uomo sull'uomo di cui abbiamo ogni giorno tragiche testimonianze.

GELO. Nemmeno il passaggio da Prodi e Berlusconi, che pure non si amavano, è stato tanto gelido quanto la consegna del campanello da Letta a Renzi. Il freddo formalismo della cerimonia ha lasciato pochi dubbi sui rapporti tra i protagonisti dell'avvicendamento a Palazzo Chigi. Davanti al Paese i due non si sono nemmeno degnati di uno sguardo. Se occorreva una conferma della burrasca che agita la sinistra, eccola servita. Non è il miglior viatico per il nuovo premier che già parte con la fama non proprio lusinghiera di " berluschino" toscano. Per ora i sondaggi lo premiano, ma dopo il clamoroso infortunio in cui è incappato uno dei guru della categoria, è meglio andarci cauti. Al solo pensiero che costui potesse elaborare le sue previsioni con la stessa disinvoltura con la quale ha frodato il fisco, sorge qualche dubbio sugli imbrogli mediatici di cui è capace la politica.

NOSTALGIA. Se quella che viene indicata come cultura nazional-popolare può a volte risultare utile per capire le tendenze e gli umori del Paese, forse non è esagerato dire che quest'anno il Festival di San Remo non è stato all'altezza delle aspettative. Mentre dalle teche della RAI spuntavano le immagini di repertorio non di rado in bianco e nero, quasi in contemporanea scattava l'effetto nostalgia, Però non la nostalgia " nostalgica", ma piuttosto il rimpianto per la manifestazione canora di un tempo, quando, da Modugno a Mina, il palco dell'Ariston, vero tempio della musica leggera, sapeva proporre brani di sicuro richiamo. Certo, i gusti cambiano, la qualità dello spettacolo segue altri indirizzi, e non ha più senso dire che "sono solo canzonette". Ma tra le battute un po' stantie che hanno penalizzato il gioco malizioso delle parole, la risata forzata ha finito col nascondere l'imbarazzo per uno show senza acuti.

 

martedì 18 febbraio 2014

Svizzera spaccata sulla xenofobia

di Renzo Balmelli

MORALE. Con il verdetto delle urne elvetiche, la questione morale entra di prepotenza nel dibattito sull'Unione riportando in auge distorte ideologie e antiche paure cucinate a dovere dalla destra conservatrice. Seppur di misura il successo del referendum anti stranieri mette in circolo un grumo di risentimenti a lungo covati e che una volta trovato uno sfogo saranno difficili da aggirare. Di botto la Confederazione si ritrova spaccata, lacerata sul piano interno e in gravi difficoltà su quello diplomatico. Un po' ovunque si respira un clima di mestizia reso ancora più imbarazzante dai provocatori applausi di Marine Le Pen che scoperchiano un vaso di Pandora da cui può uscire di tutto e di peggio per il destino della libera circolazione delle persone, cardine irrinunciabile per un'Europa diversa e migliore.

IPOCRISIA. Chissà come saranno rimasti quegli elettori che per un pugno di schede hanno fatto vincere il "si" quando avranno saputo che nemmeno quarantotto ore dopo il referendum anti immigrati un'importante azienda svizzera, attiva nel settore della telefonia, ha avviato la ricerca di personale nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Forse si saranno sentiti vittime di un colossale raggiro confezionato ad arte dalla destra demagogica in nome dell'ipocrisia per incamerare consensi a buon mercato. Indubbiamente il brusco risveglio dopo l'ubriacatura di slogan populisti sarà stato piuttosto doloroso nello scoprire che il loro voto, a dispetto delle promesse, non è valso a risolvere i problemi di un mondo del tutto cambiato, ma è servito unicamente a erigere nuove e vecchie barriere che non portano da nessuna parte se non a tensioni e ad assurde ostilità fra i popoli.

INSOFFERENZA. Come ai tempi delle valigie di cartone, dall'Italia sempre più si emigra per necessità. Se durante l'infausto ventennio berlusconiano la politica fosse stata una cosa seria, magari il mercato del lavoro che non è povero ma solo gestito in modo sciagurato, non conoscerebbe le attuali traversie. A farne le spese in regioni un tempo ricche e all'avanguardia come la Lombardia, sono i frontalieri, umiliati e offesi nella loro dignità di lavoratori onesti e regolari. Oggi questo modello di collaborazione italo-svizzera a cavallo dei confini che sempre ha dato ottimi frutti, rischia di pagare un dazio molto pesante al recupero, per la prima volta vincente, delle crociate di James Schwarzenbach, leader e padre delle iniziative xenofobe negli anni settanta. Davvero un gran brutto segnale di insofferenza e intolleranza.

DIFFERENZA. Ci sono referendum e referendum. E non tutti si assomigliano. Quello svizzero , a pochi mesi dalle elezioni europee di maggio, è destinato a provocare discussioni e ripercussioni in tutti i Paesi dell'UE poiché apre una crepa nell'architettura della casa comune dei 27, senza però indicare come ricucirla. Elevato è infatti il timore di sedurre gli euroscettici. Di ben altra caratura è invece il referendum degli scozzesi che il 18 settembre sotto la bandiera della " rinascita" intendono rivendicare l'indipendenza dal Regno Unito, senza tuttavia rinunciare all'Unione europea. Come annota Sergio Romano, i compatrioti di Sean Connery/ James Bond sanno che in alternativa a Londra esiste una casa più grande in cui potranno continuare ad abitare. La qualcosa negli intendimenti di chi rivendica la propria sovranità costituisce sul piano culturale oltre che politico una differenza sostanziale rispetto alle tendenze isolazioniste.

SINDACO. Pare che Berlusconi non stia più in sé dalla soddisfazione. Non solo ha trovato a sinistra, in casa di coloro che per lui sono nemici storici, chi ne ha propiziato la miracolosa rinascita, suffragata da sondaggi tanto mirabolanti da sembrare poco veritieri. Come se non bastasse, a Tortona il Cavaliere può addirittura presentare un suo candidato sindaco registrato all'anagrafe come Giuseppe Bottazzi. Bel nome che sa di antico, proprio come quello di uno dei sindaci più famosi della storia italiana, conosciuto in tutto il mondo col soprannome di Peppone, fiero e irriducibile comunista, rivale del non meno battagliero Don Camillo. Rispetto al romanzo, il vero Bottazzi nella realtà non è dove l'aveva collocato Guareschi, ed è proprio questa distorsione "ideologica" che induce la destra a parlare di storica rivincita persino sulla letteratura. Nell'udire certi spropositi, quasi, quasi si rimpiangono i tempi in cui dopo le scazzottate finivano col prevalere le ragioni del cuore che se non altro riportavano l'uomo al centro del villaggio per il bene della collettività.

 

mercoledì 5 febbraio 2014

Il cuore a sinistra

Con il maestro Abbado esce di scena una personalità che ha onorato l'Italia riscattando le figuracce dei nostrani barzellettieri, ora riportati in auge dai fantasmagorici giri di valzer del potere.

di Renzo Balmelli

IMPEGNO. Ci ha lasciato Claudio Abbado e con il grande maestro è uscita di scena una personalità che ha onorato l'Italia riscattando le figuracce dei nostrani barzellettieri, ora riportati in auge dai fantasmagorici giri di valzer del potere. Di lui, al di là della sublime direzione orchestrale, resta il ricordo di una figura integra sul piano umano in cui primeggiava l'enorme valenza sociale del suo impegno per le classi meno abbienti. Nel suonare insieme ai giovani Abbado credeva davvero nella funzione salvifica della musica quale alternativa ai guasti prodotti dal sottosviluppo economico e culturale. Per queste sue idee, lontane dal conformismo borghese, si disse che aveva il cuore a sinistra, definizione che pur nel suo rigoroso riserbo egli si guardò bene dallo smentire.

MEMORIA. Farebbe comodo a chi gira la testa dall'altra parte attribuire ai soliti mascalzoni la paternità delle teste di maiale recapitate alla Sinagoga e all'ambasciata d' Israele a Roma in concomitanza con la Giornata della memoria. Ma non è così. Nonostante la terribile lezione dell'Olocausto, l 'antisemitismo nella sua ripugnante versione odierna è sempre tra noi, veicolato dalle forze che alimentano l'ostilità e l'odio brutale nei confronti del popolo ebraico. Tenere alta la guardia serve proprio a questo, a rammentare agli uomini che hanno appunto la "memoria" corta che qualsiasi distrazione in questo campo è un pericoloso passo indietro nella notte buia dei tempi, quando il male assoluto divenne la regola agghiacciante della Germania nazista e lo strumento di crimini efferati contro l'umanità.

SFIDA. Accanto all' Italia migliore, attestata dal prestigio di cui è circondata, tocca assistere ai demenziali rigurgiti xenofobi della destra oltranzista padano-centrica, ma non solo, contro gli immigrati e il ministro Kyenge, oggetto di scherno per il colore della sua pelle. Purtroppo non è un fenomeno circoscritto, bensì una tendenza in auge nei quattro angoli del continente e che registra una ascesa preoccupante dei consensi per il Front National di Marine Le Pen e altri schieramenti al servizio delle peggiori ideologie. Se ne potrà misurare la reale consistenza alle elezioni europee di maggio che non saranno solo un banco di prova per gli equilibri nazionali, ma una sfida campale in nome dei principi cardini attorno ai quali fa perno la democratica convivenza fra i popoli nel mosaico di lingue e culture che sono il valore aggiunto della comunità allargata in cui viviamo.

ATTENTI. Dire che la politica è l'arte del possibile è quasi un'ovvietà. Ma c'è un limite. Se il "possibile" è ridare fiato alle anomalie e agli schemi ideologici che non hanno prodotto nulla tranne gli scandali giudiziari, il discorso non regge più, è solo un intruglio gattopardesco. E ancor meno regge se sotto l'urto dei nuovi equilibri lungo l'asse Arcore-Firenze il soccorso offerto al Cavaliere alla sede del Pd non fa che indebolire l'azione del governo. Se dall'altra parte vi fosse perlomeno una destra liberale, turandosi il naso si potrebbe provare a ragionare. Ma quella rappresentata da FI è una destra anomala rispetto ai canoni occidentali, fondata sulla concezione proprietaria del suo leader che ha abbassato l'Italia al livello del gossip. Con l'impertinenza che le è congeniale, la satira, sempre avanti di un passo rispetto alle fumisterie del politichese, ha già messo in guardia i lettori con una battuta sferzante che la dice lunga: "Attenti a quei due!!".

RESURREZIONE. Chi si era illuso che Berlusconi non fosse più il tema delle cene degli italiani, ha dovuto ricredersi. Tornato vispo come un galletto di primo pelo, l'ex premier si gode il trionfo dell'inaspettata resurrezione, alla faccia della giustizia, della condanna e della decadenza. Per dirla con Gadda, a vent'anni dalla sua prima discesa in campo, vent'anni di disastri, "quer pasticciaccio brutto de via del Nazareno" lo riporta in cattedra a rivendicare con proterva disinvoltura un ruolo di primo piano e il copyright di riforme mai realizzate. Con lui gongolano i suoi compagni di merenda per i quali non è Forza Italia che si deve “renzizzare”, ma è il Pd che si sta berlusconizzando. E questo sarebbe il nuovo che avanza. "Ma mi facci il piacere", taglierebbe corto Totò.

DELUSIONE. Conteneva una speranza implicita la fotografia con gli aerei del presidente iraniano Rohani e del premier israeliano Netanyahu allineati uno accanto all'altro all'aeroporto di Zurigo. Se la diplomazia avesse tenuto il passo con i controllori di volo oggi si potrebbe parlare di miracolo di Davos. Speranza delusa. L'atmosfera ovattata del summit alpino non è valsa ad aprire uno spiraglio nel muro dell'incomprensione tra i due Paesi. Non ancora. Altri sforzi saranno necessari per sciogliere il grumo di rivalità e sospetti che ostacolano il dialogo in una delle regioni più a rischio del pianeta e nella quale si gioca una partita decisiva per disinnescare la violenza che dall'Egitto alla Siria costituisce una seria minaccia alla distensione internazionale. Sempre che non sia troppo tardi.

DIKTAT. Sono commoventi i manifestanti di Kiev, commoventi e terribilmente soli nel loro strenuo e vano tentativo d opporsi alla tracotanza di Putin che da quando è al potere si è affrettato a rimpiazzare la soffocante nomenklatura ex sovietica con quella neo zarista. Per i democratici dell'Ucraina, isolati nella morsa del gelo non solo meteorologico, è stato come saltare dalla padella nella brace. Molti di loro avevano sperato di trovare in Europa una via d'uscita al diktat russo, ma quando si scriverà questo capitolo della storia i Paesi che fanno capo a Bruxelles avranno parecchie cose da farsi perdonare per avere abbandonato a se stessi i dimostranti che ogni giorno si fanno bastonare inseguendo un sogno. Ancora una volta, parafrasando Pascal, per non turbare gli assetti con Mosca sempre più grande potenza, la ragion di stato conosce ragioni che il cuore non conosce.

PREGIUDIZI. A volte quando i comici giocano a fare i politici riescono fare ridere. Ma quando i politici si mettono a imitare i comici, di regola fanno piangere. In Italia non è una novità, ma che la cosa potesse presentarsi anche in Svizzera e per giunta ad opera del sindaco della capitale federale è una faccenda che venendo da un esponente socialista, cioè di un partito in prima fila nella lotta contro i luoghi comuni, ha messo a soqquadro il mondo politico elvetico. Per divertire la platea, il primo cittadino di Berna non ha infatti trovato nulla di meglio che sbizzarrirsi coi soliti pregiudizi sui napoletani pigri e scansafatiche ai quali la mamma raccomanda di non crescere perché se diventano alti poi devono andare a lavorare. A questo punto bisognerebbe rammentare al borgomastro che la patria di Tell deve buona parte del suo benessere proprio al sudore e al sangue versato sui cantieri dagli immigrati del sud. Ma chissà se capirà!