giovedì 14 novembre 2013

LE ANIME PERSE

di Renzo Balmelli

RILANCIO. Se ci fosse un Gogol contemporaneo, più che di anime morte parlerebbe delle anime perse della sinistra, tesa a inseguire un'ansia di rinnovamento che tra i brandelli del passato e le foglie al vento del presente non riesce a costruirsi una nuova identità per il futuro. Il problema non è tanto la litigiosità che fa da sfondo alle primarie. E' fisiologica. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti dove i competitori se ne dicono di tutti i colori. No, il problema è che non sono d'accordo su niente, nemmeno sull'adesione al PSE, voluta e rinnegata fino ad arrivare al punto di rottura. E' insomma una questione di cultura politica che se non riesce a esprimere un minimo comun denominatore e uno straccio di modello unitario, difficilmente darà risultati di lunga lena. Senza una visione condivisa un grande partito come il Pd non si rilancia.

MISERIA. Nemmeno durante la Prima Repubblica si erano contati così tanti emendamenti per un solo provvedimento. Mai si era arrivati alla cifra mostruosa di 3093, tanti quanti ne sono stati presentati per la Legge di stabilità, frutto di appetiti irrefrenabili. E neanche a cercarla col lanternino si troverà in questa intricata foresta di modifiche, rettifiche e aggiunte, una richiesta che avvicini alla cultura, sebbene sia uno dei temi ricorrenti in ogni dibattito sul declino e la possibile ripresa dell'Italia. In questo settore cruciale il mondo politico italiano , prigioniero delle sue faide quotidiane, ha mostrato un'attenzione sicuramente non pari alla straordinaria potenzialità dell'offerta che ne fa una delle prime al mondo per il pregio artistico e naturalistico. Non meraviglia quindi se all'estero, dove serpeggia lo sconcerto per le evidenti lacune, si parli di " bella miseria" anziché di Bella Italia.

MEMORIA. Con la dolente compostezza richiesta dal triste evento, è stata ricordata la Notte dei cristalli che 75 anni fa diede il via al bestiale pogrom nei confronti degli ebrei. Ma poiché l'incontro con la stupidità, lungi dall'essere impossibile, è perfino probabile, le voci stridule non smettono di farsi sentire. Mentre non si è ancora depositato il polverone sollevato da quel signore che confonde l'Italia democratica con la Germania nazista, un suo emulo, ospite a Gerusalemme, ha rincarato la dose asserendo che quel signore e gli ebrei rappresentano i mille volti della persecuzione. Si torna insomma in altra forma sullo stesso parallelo nel tentativo di sdoganare un concetto improponibile che non ha nessuna attinenza con la realtà se non quello di rivendicare il ricorso alla memoria per l'uso personale. Un triste, tristissimo esempio di cupio dissolvi.

RIBELLE. Già le origini, umili, in uno sperduto villaggio algerino al tempo del colonialismo, concorsero a fare di Albert Camus l'étranger qui nous ressemble (“lo straniero che ci somiglia”), la scomoda coscienza critica della Francia e dell'Europa. A oltre 50 anni dalla prematura morte in un misterioso incidente e nel centenario della nascita, l'autore francese più letto al mondo, premio Nobel, ammiratore di Silone, ribelle, eroe della Resistenza, assetato di giustizia e libertà, resta una presenza viva per la sensibilità e la capacità di indagare nei meandri dell'essere umano. Autore di capolavori come La peste , Lo straniero e L'uomo in rivolta ci ha lasciato un pensiero attualissimo, non omologabile, vigoroso e quanto mai necessario in quest'epoca povera di visioni illuminanti, segnata dal pressappochismo e dal "bunga-bunghismo" di cui l'Italia sta ancora pagando un prezzo elevatissimo.

MILIARDARI. Spuntano come i funghi dopo una spolverata di rugiada, ma sono meno appetitosi. Mentre l'Europa stenta e sul ponte sventola bandiera bianca, i miliardari proliferano a vista d'occhio nei cinque continenti e messi assieme detengono una ricchezza superiore al PIL di tutti i Paesi, tranne USA e Cina. Per loro la crisi è soltanto una parola sotto la lettera "c" del vocabolario, un dettaglio da non prendere nemmeno in considerazione nel mare sterminato del loro patrimonio complessivo che raggiunge i 3.100 miliardi di dollari. O Dio, anch'essi , poveretti, qualche preoccupazione ce l'hanno. Dover scegliere ogni giorno in quale villa o in quale maniero assecondare la passione per i viaggi, le collezioni d'arte, il golf e i jet privati alla lunga può sfiancare. Vuoi mettere l'adrenalina di una bella fila per un posto di lavoro!

ORELLI. Nel mezzo di una situazione difficile che vede critici e letterati accorrere al capezzale della poesia in sofferenza, viene a tacere una delle voci più autenticamente poetiche della nostra epoca: quella del ticinese Giorgio Orelli, considerato uno dei maggiori rappresentanti della poesia contemporanea di lingua italiana. Se l'idioma di Dante, ma anche di Foscolo, Pascoli e Montale, non è ad ammuffire in qualche scaffale, ma continua a far vibrare le corde più profonde dell'animo, gran merito va a questo figlio della valle a ridosso del Gottardo, scomparso a 92 anni, che ha insegnato a intere generazioni a vederlo con occhi nuovi, in tutta la sua ricchezza verbale. Per questa sua capacità di innovare, per il gusto della parola precisa, Orelli oltre che poeta è stato un grande ambasciatore della lingua italiana. Ciò che fa di lui, come disse Gianfranco Contini, un toscano del Ticino.

 

martedì 5 novembre 2013

Stupisce che ci si possa stupire

Nel balletto dello spionaggio amico tra le due sponde dell'Atlantico, ciò che maggiormente stupisce è il fatto che ci si possa stupire per qualcosa di cui da tempo si conosceva l'esistenza e che riguarda tutti.

di Renzo Balmelli

SCANDALO. Nel balletto dello spionaggio amico tra le due sponde dell'Atlantico, ciò che maggiormente stupisce è il fatto che ci si possa stupire per qualcosa di cui da tempo si conosceva l'esistenza e che riguarda tutti. Siamo infatti in un campo in cui nessuno può dirsi innocente. Non sorprende quindi che dalla Casa Bianca la polemica raggiunga il Cremlino, risvegliando il ricordo della stagione in cui secondo la vulgata corrente faceva comodo pensare che le spie venissero dal freddo e fossero soltanto i comunisti a frugare nella vita degli altri. Non è una attenuante, nemmeno per Obama che adesso ha le sue gatte da pelare per riconquistare la fiducia degli alleati furiosi. Caso mai la differenza rispetto al passato è il dilagare di tecnologie ultra sofisticate e gadget truccati che consentono di intercettare qualsiasi Cancelleria e qualsiasi vertice, eludendo le reti di protezione e rendendo lo spionaggio uno strumento misterioso, potentissimo e impossibile da controllare. Questo semmai è il vero scandalo orwelliano.

GUERRA E PACE. Siamo così assuefatti da non farci emozionare quando sentiamo la parola guerra, una delle peggiori contemplata dal dizionario, se non la peggiore. Per trasalire, per indignarci, le immagini devono essere di una tale efferatezza da risultare intollerabili finanche ai generali. Complice l'indifferenza di chi finge di volerla, ma si guarda bene dallo smantellare gli arsenali, l'umanità si è rassegnata all'idea che la pace nel mondo sia la più utopistica delle utopie. A smentire la fallace teoria provvede con il suo instancabile impegno Jody Williams, invisa ai mercanti di morte per la sua vittoriosa battaglia contro le mine antiuomo che le valse il premio Nobel. Ora la "ragazza del Vermont", come ama definirsi, lancia una nuova campagna con l'obiettivo di smascherare il legame perverso tra tecnologia e guerra. Se avrà successo, il suo sforzo contribuirà a rendere la pace un tema meno utopistico, togliendo denaro alle armi per investirlo in vera sicurezza.

SOGNI. Che a travolgerli siano i panzer di Breznev o i bizantinismi post-sovietici, l'esito è sempre sconfortante: coloro che un tempo ormai lontano trepidarono per la primavera di Praga, dovranno arrendersi all'idea che i sogni muoiono definitivamente all'alba. Delle inaudite speranze tramandate da Dubcek alla rivoluzione di velluto di Vaclav Havel, restano ormai soltanto brandelli di ricordi e la nostalgia di epoche diverse, ma cariche di fermenti, che mai videro concretizzarsi le aspirazioni del Paese. A rendere il contrasto ancora più acuto concorre nella Repubblica Ceca, sorta dalle ceneri della Cecoslovacchia, l'esito delle elezioni politiche che mostra un quadro frastagliato e oltremodo confuso. Dalle urne emergono, quale espressione di una nuova-vecchia casta politica, due filoni contrapposti destinati a fare scintille: da un lato il ritorno dei comunisti, decisi a ritrovare un ruolo in governo, dall'altro la pesante zampata dei populisti, presagio di "relazioni pericolose" dai risvolti inquietanti.

GIRAVOLTE. Possibile non vi sia nella destra un'anima pia tanto coraggiosa da dire a Berlusconi quanto sia patetico riesumare vecchi simboli che ormai non incantano più nessuno. Dirgli che il Paese è cambiato, che seppure con grande fatica è iniziato un nuovo capitolo, che non si fa il bene della comunità con la guerriglia che i suoi rambo e le sue pitonesse vorrebbero scatenare per fermare il corso della storia. Con le " larghe intese" si è fatto di necessità virtù, ma non ad ogni costo, non fino al punto da costringere il governo a sprecare energie per rintuzzare i capricci del Cavaliere. Non è accettabile, insomma, la strategia che inventa un pretesto al giorno per scaricare sulla popolazione il peso di scelte azzardate delle quali chi le ha provocate dovrà assumersi per intero la sua responsabilità. Forza Italia? Povera Italia!

SCENARI. Da Firenze a Trento la distanza è molta, ma non insuperabile. Vi si incontrano non soltanto le molteplici varietà del paesaggio italiano, ma anche le varie sfaccettature della sinistra che quando vuole riesce a imporsi nella consapevolezza che uniti si vince e divisi si perde. Visto in quest'ottica il franco successo nel Trentino Alto Adige in contemporanea col tonfo del Pdl, dei grillini e di Forza Italia, al primo test dopo il ritorno al logo e al nome delle origini, apre nuovi scenari non soltanto politici, ma anche culturali a livello nazionale. Da tempo, infatti, serviva un deciso colpo d'ala per ripristinare la fiducia nell'Italia e non più accreditare nel mondo l'immagine di un Paese in disfacimento "nonostante la grande bellezza", secondo il ritratto severo che ne fa il New York Times. Alla sinistra compete ora l'obbligo morale, oltre che istituzionale, di ricucire lo spirito unitario per porre rimedio al danno creato da un ventennio che ha soffocato le regole ed enfatizzato la teatralità.

 

martedì 29 ottobre 2013

Peggiora il peggio del peggio

La schiavitù è tutt'altro che scomparsa

di Renzo Balmelli

VERGOGNA. Un tempo nella biblioteca dei ragazzi non poteva mancare "La capanna dello zio Tom". Ora non usa più ed è un vero peccato perché, a giudicare dal rapporto dell'Unicef, la schiavitù è tutt'altro che scomparsa. Anzi, rispetto al romanzo della Beecher-Stowe, è addirittura peggiorata, ammesso che si possa peggiorare il peggio del peggio. Un film bello e forte come Django di Quentin Tarantino, ci aiuta a ricordare che in passato la tratta degli esseri umani importati dall'Africa imperversava soprattutto nelle ricche piantagioni di cotone degli stati sudisti. Ora la piaga dello schiavismo non risparmia nessun continente e conosce le forme più atroci dello sfruttamento, della prevaricazione, della prostituzione e della coercizione ai lavori forzati. Che una simile perversione altamente lucrativa possa continuare a esistere è una vergogna che interpella il mondo intero, senza eccezioni.

BRIVIDO. Dire a proposito di nazifascismo che malgrado l'orrore esiste un passato che non passa è quasi un'ovvietà. Eppure, per quanto sia una frase scontata, non se ne può fare a meno dopo le sguaiate manifestazioni seguite alla morte e ai funerali di Erich Priebke. Per un vecchio e arrogante ufficiale delle SS che meritava soltanto l'oblio, è stata riesumata, tra livori mai sopiti, la più ripugnante delle terminologie antisemite. Un brivido è corso lungo la schiena quando nell'entourage del boia si è cantata vittoria "perché non ci siamo fatti mettere i piedi in testa né dalle autorità né dagli ebrei". Sconvolgente! Se si considera che la malapianta dei rigurgiti nostalgici cresce di pari passo con la gramigna del populismo, ossia il solo movimento che raccoglie consenso a pochi mesi dalle elezioni europee, è lecito pensare che nelle Cancellerie del Vecchio Continente non si dormano sonni tranquillissimi.

PRECETTI. Quando si sentirà sola, è improbabile che Leonarda Dibrani , cacciata da Parigi come fosse una criminale, si consoli fischiettando "Douce France, cher pays de mon enfance", la canzone resa celebre da Charles Trenet. Per la ragazzina kosovara di 15 anni che gioca ancora con le bambole e ha il fidanzatino come nelle tavole di Peynet, quelle parole avranno sempre un retrogusto amaro. La sua espulsione è una macchia nella culla dei lumi, un mostro burocratico che aumenta la pena per il dramma dell'immigrazione esploso con i contorni della tragedia al largo di Lampedusa. Monsieur l'Eliseo che, per ricucire l'onta, offre alla giovane la possibilità di tornare, ma da sola, al danno aggiunge anche la beffa. Da Presidente socialista avrà qualche problema a chiarire un atteggiamento che fa a pugni con i sacri precetti di "liberté, égalité et fraternité".

SCISSIONE. Prima del "game over" politico del Cavaliere, il Pdl le prova tutte per prolungare l'agonia di un ventennio che ormai ha fatto il suo tempo. Chi lo sorregge a oltranza suddivide l'Italia tra coloro "che spingono per cambiare e chi resta arroccato sulla difesa di un presente inadeguato". Lo strano codice non spiega tuttavia in virtù di quali meriti documentati, l'ex premier sia da annoverare nella prima categoria, quella del cambiamento. Certo, Berlusconi ha fatto parlare tanto di sé, soprattutto all'estero, ma non per i suoi meriti di statista, né per come ha fatto progredire il Paese. Ciò che resta alla fine dell'esperienza è il bilancio fallimentare di una classe dirigente immobile che si è consumata nella demagogia, mancando tutte le promesse e sulla quale pende ora lo spauracchio della scissione. Sorge quindi il vago sospetto che per cambiamenti s'intendessero le leggi ad personam.

MELASSA. A volte tornano le accese e ferocemente partigiane discussioni sul ruolo degli intellettuali al tempo di Silvio B. Quando il tema riesce a spezzare il monopolio dei gossip sul cagnolino dell'ultima fidanzata, tra i contendenti sprizzano scintille che in altre epoche sarebbero state pretesto per un duello. A destra la categoria non è molto amata, a meno di non essere funzionale al sistema. Chi non rientra nel "mainstream" gradito ai censori, viene annoverato di forza tra gli "intellettuali del piffero", definizione che non è un elogio. Che gli intellettuali abbiano le loro responsabilità, è risaputo. Ma chiamarli falsi maestri, ipocriti, mitomani e ruffiani, è insultante oltre che immeritato. Significa liquidare in modo brutale e disonesto il contributo di chi si è fatto in quattro per impedire che il Paese sprofondasse in modo irreparabile nella melassa berlusconiana.

 

sabato 19 ottobre 2013

Trascurabile dettaglio

La condanna in via definitiva del Cav viene da più parti trattata
come un dettaglio da non prendere nemmeno in considerazione.

di Renzo Balmelli


SHOW. Sono vent'anni, ormai, che gli interessi personali di un solo uomo condizionano e paralizzano l'Italia. E a giudicare dall'andazzo di questi giorni, in vista degli arresti domiciliari di Berlusconi, forte è il timore che le cose non possano che peggiorare. Attorno all'esecuzione della pena, o, per meglio dire, attorno ai trucchi per ritardarla o addirittura per non attuarla, i compagni di merenda dell'ex premier stanno, infatti, costruendo un castello di trappole che lascia esterrefatti. Come nelle serie televisive di duemila e oltre puntate, non passa giorno che la telenovela non si arricchisca di nuovi, inverosimili sotterfugi, alla faccia della legge uguale per tutti. L'intento palese è quello di relegare in secondo piano se non addirittura fare dimenticare la condanna in via definitiva del Cav, quasi fosse un trascurabile dettaglio da non prendere nemmeno in considerazione. Che ciò possa avvenire deve fare riflettere poiché a questo punto non è più soltanto un fatto politico.



PRESTIGIO. Mette tristezza vedere come la deleteria stagione del bunga-bunga sia riuscita a mortificare persino l'Italia dei saperi, a giusta ragione orgogliosa custode di un patrimonio straordinario che il mondo le invidia. Culturalmente parlando prevale l'impressione che il Paese sia rimasto fermo al palo, frenato dall'ingordigia di pochi e incapace di rinverdire i fasti del mitico "made in Italy", un tempo sinonimo di immaginazione, inventiva e creatività. Che qualcosa non sia più all'altezza dell'antico prestigio si è avvertito alla Fiera del libro di Francoforte dove il contributo italiano è stato decisamente sotto tono. A Roma i soliti buontemponi hanno ribattezzato "Alfetta" il binomio Alfano-Letta. A loro si offre a questo punto l'occasione di raccogliere una sfida affascinante: fare il pieno di cultura affinché in questo campo l'Italia non diventi una nazione di seconda categoria.



CLONE. Al reazionari d'Italia piace da morire la gallica sorella lepenista. A tal punto piace, da vagheggiare una clone di Marine Le Pen in salsa romana alla quale affiancare un replicante di Alain Delon, anche a costo di far rivoltare nella tomba l'amato e comunista Luchino Visconti. Al rigurgito delle ideologie più sfrontate di cui è portatore ilFront National concorre l'avversione quasi viscerale, radicata e diffusa nei movimenti consimili che un po' ovunque guadagnano crescenti consensi, contro l'Europa e gli immigrati. Avversione che spesso si traduce nei toni gridati e insolenti riservati ai paladini della tolleranza e dell'accoglienza. Ma non solo. Quali siano i rischi reali insiti nella possibilità, tutt'altro che remota, che una destra radicale conquisti la scena politica si può facilmente capire da quanto accade negli Stati Uniti dove il Tea Party, ormai sempre più padrone in casa repubblicana, sull'estremismo devastante ci marcia alla grande, ballando sull'orlo del baratro. Abbassare la guardia sarebbe quindi un errore imperdonabile.



MALE. Priebke è morto e la cosa migliore sarebbe stata di fargli i funerali senza schiamazzi per non offrire ai nostalgici il pretesto di trasformare il persecutore in perseguitato. Uomo gelido e senza cuore, solerte burocrate di un sistema marcio fino al collo, ma con un forte seguito popolare, il capitano Priebke (non l'ex, ma l'eterno nazista mai pentito) non ebbe pietà ne dei vivi ne dei morti. Ciò che resta del famigerato boia delle Fosse Ardeatine, è la vicenda di un gaglioffo spudorato che ha continuato ostinatamente a negare l'Olocausto ed i crimini bestiali del Terzo Reich. Possa il suo sgradevole ricordo servire se non altro da monito – come sottolinea Serge Klarsfeld al Corsera – "per raccontare alle nuove generazioni cosa hanno fatto certi personaggi arrivando a cent'anni bevendo birra". E arrivarci con l'aria spavalda di chi ha insanguinato e imbrogliato la storia. Per questo prioritario è tenere viva la memoria di quello che fu e resta il male assoluto.



LIBERTÀ. Ha fatto parecchio discutere la mancata attribuzione del Nobel per la pace a Malala, la ragazza pachistana vittima della violenza bruta e del bieco oscurantismo talebano. Il premio, com'è noto, serve ripagare gli sforzi di chi si batte per rendere possibile un mondo migliore. Nessun dubbio che la giovane eroina dell'emancipazione l'avrebbe strameritato. Ma anche onorare l' Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche è stata sua volta una scelta legittima che coglie perfettamente nel segno. Gli interessi inconfessabili che circondano il turpe commercio di questi ordigni impediscono la messa al bando definitiva dei temibili strumenti di morte, obiettivo al quale l'OPAC tende con tutte le sue energie materiali e morali. Per Malala, simbolo della lotta alla prevaricazione e per il diritto all'istruzione, andrebbe coniato un Nobel speciale, il Nobel della libertà, sinonimo di pace e progresso. Per il suo straordinario impegno le è stato conferito il prestigioso premio Sakharov e noi siamo tutti con lei.



INGHIPPO. Potenza delle statistiche, aveva del miracoloso la ricerca di un autorevolissimo istituto bancario elvetico dal qual risultava che ogni persona residente nella Confederazione elvetica possiede in media un gruzzoletto di ben 513 mila dollari. Insomma, come se uno nascesse con l'assegno in mano. Fosse vero, sarebbe un prodigio da fare invidia al buon Gesù. Ma siccome la moltiplicazione del pane e dei pesci riusciva bene soltanto a Lui, gratta, gratta, ecco saltar fuori l'inghippo in questo quadro idilliaco: a dispetto delle cifre e delle percentuali da Paperon de Paperoni, il divario tra ricchi e poveri rimane costante. Stavolta chi non crede nei miracoli ha avuto ragione, di modo che un certo signor Trilussa ha potuto sorridere sotto i baffi nel vedere quanto sia sempre attuale il suo famoso e sarcastico stornello sui polli ben poco equamente divisi.

lunedì 14 ottobre 2013

I solenni proclami

E accanto alle cronache del dolore pubblicità a tutta
pagina di un "ninnolo" da quarantamila dollari…

di Renzo Balmelli


LACRIME. Si levano solenni proclami e vibranti contestazioni per porre fine alle insopportabili tragedie del mare di cui si scrive a caratteri cubitali quando la conta dei morti assume proporzioni bibliche. Ma fino a quando sussisteranno le sperequazioni più vistose e intollerabili tra il sud e il nord del pianeta il dolente corteo delle sofferenze continuerà a mietere vittime. Scoprire accanto alle cronache del dolore la pubblicità a tutta pagina di un "ninnolo" da 40 mila dollari è un rozzo accostamento tra il lusso estremo e l'indigenza totale che indigna profondamente mentre tra le onde galleggiano le povere cose di chi non c'è più. Per le traversate gli scafisti senza scrupoli esigono mille dollari a testa, la qualcosa significa che la vita di quaranta disperati vale quanto un accessorio per ricchi. Inaudito. Se non si taglierà alle radici l'origine del male le lacrime che si versano oggi sono lacrime di coccodrillo che asciugano in fretta.



NOBEL. Chi salva un uomo salva il mondo intero. Onore quindi agli abitanti di Lampedusa che ogni giorno, facendo propria la grande lezione della tradizione ebraica e guadagnandosi la stima del mondo, si prodigano senza sosta con la loro abnegazione e il loro spirito di sacrificio per tendere una mano salvifica ai derelitti che bussano alle nostre porte. Chi vive quotidianamente a contatto con lo strazio di donne, uomini e bambini sente su di se il peso della tragedia più grande nella storia dei flussi migratori; avverte il senso della vergogna che interpella le nostre coscienze. La vergogna dell'Europa e del mondo. Si parla di proporre l'isola per il Nobel della pace, ma la gente di qui chiede anzitutto più solidarietà e aiuti alla comunità internazionale; chiede di non essere lasciata sola prima che sia troppo tardi.



DECADENZA. Letta guarda avanti e dopo la fiducia sentenzia: è finito un ventennio. Giusto. Non esiste nessun motivo per cui un uomo possa farsi scudo a suo piacimento di un intero Paese a tutela degli interessi personali. Non si gioca con le emozioni degli altri per suscitare ammirazione. Un vero leader deve far sognare, ma soltanto se il sogno non è sinonimo di inganno. Diviso sul dopo Berlusconi, il Pdl fa l'offeso. Ma ora la palla è nel suo campo dove è in corso uno scontro feroce dal cui esito si potrà misurare l' autonomia dei dissidenti. Gli indizi non sono promettenti . Sui giornali di casa circola una domanda: secondo voi è giusta la decadenza del Cavaliere? Questione pleonastica alla quale ha già risposto la Storia ( si quella con la S maiuscola) prima ancora del Senato: sull'infausto ventennio berlusconiano è calato il sipario e sono sempre in meno a chiedere il bis.



PASSATO. Per uno di quegli strani paradossi della politica, a Ginevra, capitale europea dell'ONU e centro cosmopolita per antonomasia, alle elezioni spopolano i movimenti che puntano a fare leva sui sentimenti di chiusura e altre spinte meno confessabili per incanalare il malcontento popolare. Non è un fenomeno isolato. Schieramenti consimili avanzano un po' ovunque nel continente e se per ora ognuno declina ancora in termini propri le rispettive modalità d'azione, a renderli simili e temibili è l'uso spregiudicato degli slogan di facile suggestione per accrescere i consensi . Definiti genericamente schieramenti " contro", insofferenti alla libera circolazione, stupisce come riescano ad avere il vento in poppa a dispetto di programmi e contenuti tanto confusi quanto velleitari. Più che un futuro sembrano avere un passato davanti a loro, ma è proprio questo anacronismo a farne una forza da prendere con le pinze.



OMINO. In battaglia il generale Giap, morto alla veneranda età di 102 anni, ebbe contro alti ufficiali usciti dalle più prestigiose accademie militari e dai nomi altisonanti: l'aristocratico De Lattre de Tassigny all'epoca della guerra d'Indocina contro i francesi, l'ambizioso Westmoreland durante l'offensiva americana nel Vietnam. Furono sorci verdi per entrambi. Von Clausewitz, che se ne intendeva, avrebbe ammirato quel grande tattico, ma ancora più grande stratega, preso sottogamba dai nemici e che invece divenne l'incubo di eserciti preponderanti in uomini e mezzi, ma inadeguati a competere con la tecnica della guerriglia. Chi l'ha visto da vicino faticava a credere che quell'omino dentro l'uniforme troppo grande fosse l'eroe della riunificazione, colui che inflisse agli invasori alcune tra le più cocenti sconfitte militari della loro storia.