mercoledì 19 ottobre 2016

Stavolta è tardi

I pesi massimi repubblicani si affannano, con capriole da circo, a prendere le distanze da un candidato prima sostenuto senza vergogna e ora diventato di colpo ingombrante. Non è mai troppo tardi?

 di Renzo Balmelli 

AMBIGUITÀ. Dopo la bufera sulle parole sessiste di Trump, nel GOP – il Grand Old Party repubblicano – di grande sono rimaste due cose: il caos in un clima di guerra civile secondo l'analisi del New York Times, e il fuggi-fuggi disperato dei pesi massimi del partito che con capriole da circo si affannano a prendere le distanze da un candidato prima sostenuto senza vergogna e ora diventato di colpo ingombrante. Certo, cambiare idea è legittimo e dopotutto non è mai troppo tardi per fare ammenda. Stavolta però no. Stavolta è davvero tardi e nessun espediente dei voltagabbana riuscirà a rammendare i guasti provocati dall'irrazionale deriva estremista della destra americana. Tanto più che il ravvedimento appare poco plausibile e dettato, più che altro, non dalle preoccupazioni per il bene del Paese, ma per il proprio tornaconto e il timore di restare a secco di poltrone. In questa sceneggiata, ex ministri, senatori, governatori e deputati sfidano il giudizio della storia avvolgendosi in una cappa di ipocrisia che la grande scrittrice Carol Oates sul Corriere della Sera bolla quale "ambiguità etica".

 

APOCALISSE. A volte la politica, a dispetto delle sue magagne, riesce ad accendere improvvisi bagliori, magari di breve durata, ma capaci per un istante di riscattarla dallo squallore in cui l'ha confinata il populismo imperante. Così, mentre Obama sul finire del suo mandato si spinge oltre i confini del mondo e regala agli americani il sogno di realizzare un giorno la conquista pacifica di Marte, Hillary Clinton, di par suo, si colloca quale baluardo tra gli Stati Uniti e l'Apocalisse. Poiché questa sarebbe la prospettiva in caso di una vittoria del suo rivale. Ammesso che i sondaggi non prendano l'ennesima cantonata, sembra che la cavalcata di Donald sia destinata a fermarsi sulla soglia della Casa Bianca. In queste elezioni, tuttavia, potrebbe accadere qualsiasi cosa nelle ultime settimane, ragion per cui è bene sperare, ma anche prepararsi al peggio. Scongiurato il rischio di vedere il repubblicano eletto Presidente, rimane comunque l'interrogativo sul futuro del "trumpismo", con tutto quanto di negativo comporta. Certe ricette di facile suggestione sono dure da sradicare. Lo si vede anche in Europa dove il “lepenismo” edulcorato di Marine, il leghismo senza Bossi e il berlusconismo rielaborato hanno sì cambiato il doppiopetto, ma in sostanza sono uguali a prima, se non peggiori. Difatti, guarda caso, sono molti in quella galassia gli estimatori di Trump.

 

MOSSA. A tre mesi dal referendum, la Gran Bretagna del Brexit ha gettato la maschera riposizionandosi in modo sempre più marcato nel ruolo defilato rispetto al Continente che fu già suo. Guidato non tanto dalla ragione bensì dalle emozioni, il cambio di passo sembra una mossa obbligata per sviare l'attenzione dalle pesanti ricadute interne del referendum. Nuove stime sull'uscita indicano infatti che potrebbe costare fino a 73 miliardi l'anno, con gravi conseguenze per il Pil. Le tendenze neo isolazioniste si sono manifestate in modo clamoroso con il varo delle liste di proscrizione nei confronti dei lavoratori stranieri, liste che non contribuiscono certo a rendere meno conflittuale il divorzio dall'UE, ma che hanno già provocato un coro di reazioni indignate. Intuita l'impopolarità del provvedimento, il governo conservatore ha fatto marcia indietro attenuandone i passi più scabrosi e punitivi. Permane tuttavia il disagio per il contraccolpo subito dall'immagine di una delle nazioni più ospitali del mondo, ora non più immune dal nazionalismo. 

 

FUGA. Addio, Italia bella. Non corrono più alla stazione con le valige di cartone, ma oggi come allora gli italiani se ne vanno, varcano la frontiera per raggiungere le mete favorite. In cima alle preferenze la Germania, la Svizzera, la Gran Bretagna (ma fino a quando con l'aria che tira?) dove sperano di costruirsi un futuro migliore. I numeri dicono che i nuovi emigranti sono sempre di più, sempre più giovani e freschi di studio. A muoverli in gran parte non è una libera scelta, ma una necessità per la mancanza in patria di lavoro e prospettive. Il boom di migrazioni rappresenta un segno di impoverimento poiché non di rado chi parte non torna reinvestendo altrove competenze e risorse di qualità di cui il Paese avrebbe invece bisogno. Sebbene le motivazioni siano diverse rispetto al passato, urge a questo punto un intervento della politica per invertire quella che appare come una vera e propria fuga di cervelli non priva di rischi.

 

NOSTALGIA. Che rimpatriata per chi era giovane idealista negli anni sessanta e in fondo al cuore lo è rimasto. C'era tutto il mito della Abbey Road, la strada di Londra immortalata dai Beatles, sul palco del festival di Indio dove Paul McCartney ha dato libero sfogo ai ricordi di un'epoca in cui la musica cambiò per sempre. All'appuntamento con le leggende del rock nella località californiana, appuntamento posto all'insegna della nostalgia, sono tornate a rivivere le speranze e le illusioni di una intera generazione che identificandosi nei brani dei "Fab Four" voleva cambiare il mondo oltre alla musica, per crearne uno migliore. Sentimenti che sono venuti a galla nel ricordo di chi non c'è più. Del gruppo di Liverpool sono rimasti Ringo Starr e Sir Paul che ha reso omaggio a John Lennon e alla sua Imagine, la canzone pacifista pensata per un mondo senza frontiere e senza muri che anche 45 anni dopo, a maggior ragione, nulla ha perso della sua straordinaria potenza evocativa.

lunedì 10 ottobre 2016

Due immagini

SPIGOLATURE 

 

Siamo rimasti allibiti davanti alla foto dei bambini di Aleppo che si tuffavano nella pozza limacciosa provocata da una bomba. Non meno sconvolgente il filo spinato che nell'est europeo sbarra il cammino ai migranti.

 

di Renzo Balmelli 

 

BUROCRATI. Nell'era della comunicazione virale, l'accostamento tra due immagini diffuse in Internet e viste da migliaia di utenti a volte vale più di mille parole. Siamo rimasti colpiti davanti alla foto dei bambini di Aleppo che si tuffavano in una pozza d'acqua limacciosa ricavata nel cratere di una bomba. Quel tenero gioco ai bordi di una improbabile piscina era per loro un momentaneo antidoto alle brutalità quotidiane cui li condanna la follia umana. Non meno sconvolgente è il filo spinato che nell'est europeo, dimentico di quando a sua volta era prigioniero di un sistema liberticida, sbarra il cammino ai migranti. Sono entrambe testimonianze del nostro tempo in cui il cuore tace e si è perso il senso della ragione. Il futuro per quei piccoli è già stato cancellato, ha detto Dacia Maraini. E per il dolente corteo dei profughi il cammino della speranza che si infrange davanti allo sguardo impassibile dei burocrati.

 

PIFFERO. Venne per suonare e fu suonato. Chissà se il premier ungherese Orbán conosce il detto popolare dei pifferai decisi a fare valere le proprie ragioni e che rimasero scornati. La stessa sorte è toccata a lui, convinto di vincere il referendum che doveva condannare le quote sui rifugiati. Invece, sbagliando bersaglio, ha fatto la figura del piffero. Voleva dare uno schiaffo a Bruxelles, ma i suoi connazionali e non i "cattivi" europei glielo hanno restituito. Ora si tratta di analizzare le ricadute di una sconfitta che in se è una buona notizia, ma che però è maturata in virtù del troppo assenteismo piuttosto che per intima convinzione. Il mancato quorum può infatti significare due cose. Una, quella positiva, che nella patria dei saggi ragazzi della via Pal non è ancora calato il sipario. L'altra, negativa, che Budapest non terrà conto del risultato e andrà avanti col suo giro di vite. La questione magiara resterà quindi ancora inquietante per l'UE e per giunta resa ancor più grave dalla smania di rivincita dei perdenti di oggi. 

 

SFIDA. Al di là dei guai di Orbán, finito al tappeto per l'eccessiva sicumera, il verdetto delle urne ungheresi riporta al centro del dibattito una delle sfide maggiori portate all'ideale comunitario sul quale già pesa la gravosa ipoteca del recente Brexit. La sfida della destra radicale. In effetti, nonostante la battuta d'arresto incassata in Ungheria, non sarà certo la galassia nazional-populista, che sperava e spera ancora nell'effetto domino, a fare marcia indietro. In Francia non si può escludere che Marine Le Pen diventi presidente. L'Austria è pericolosamente in bilico. In Italia risuonano le intemperanze leghiste e in alcune parti del continente si segnalano pulsioni da anticamera del fascismo. Se per delirio d'ipotesi negli USA vincesse Trump, per l'Europa sarebbe una tragedia. Per sventarla il Vecchio Continente dovrà chiamare alla mobilitazione le sue forze migliori, liberali e di sinistra, onde costruire, in antitesi all'oscurantismo, un UE di accoglienza, diritto e giustizia.

 

APATIA. Fino a ieri si sprecavano gli elogi per la fine del conflitto tra la Colombia e i guerriglieri delle FARC dopo oltre mezzo secolo di lotta armata. Purtroppo è andato tutto storto. Il sorprendente "no" dei colombiani che ha fatto fallire il referendum ha avuto l'effetto di una doccia gelata per le speranze di pace. Il rifiuto riporta infatti il destino del martoriato Paese alla casella di partenza. Ma forse era troppo pretendere di cancellare mezzo secolo di orrori da un giorno all'altro. I sorrisi e le strette di mano tra gli ex nemici non sono bastati a esorcizzare il ricordo ancora fresco di una storia fatta di morti, paura, rapimenti, sospetti, veleni, cartelli della droga e vecchi rancori. Sebbene tutte le parti in causa assicurino che il processo di pacificazione comunque non si ferma, in realtà nessuno ha vinto nello Stato dell'America meridionale. Nessuno tranne l'apatia della popolazione sfociata anche qui, come in Ungheria, nel forte astensionismo. Che però, in questo caso, non è una buona notizia.

 

POTERE. A quattrocento anni dalla morte e al netto delle speculazioni su chi fosse realmente, William Shakespeare non solo continua a infiammare accademici e studiosi, ma conserva la sua aura di genio universale che aveva previsto tutto. Tale convincimento è così diffuso da indurre il Washington Post a chiedersi cosa avrebbe detto il bardo di Stratford-upon-Avon in merito al duello Clinton-Trump. In questo contesto si citano i discorsi di Bruto e di Marco Antonio nel Giulio Cesare: il primo razionale, il secondo emozionale. La qualcosa porta la testata che smascherò i misfatti di Nixon nello scandalo del Watergate a domandarsi se "il popolo americano sia tentato dal populismo a causa del fallimento della politica". Lo sapremo quando parleranno le urne. La lotta per il potere, sosteneva Shakespeare, si consuma facendo fuori gli altri, il che conferisce una nota davvero intrigante all'originale chiave di lettura del quotidiano a un mese dall'infiammato rush finale per la Casa Bianca.

 

giovedì 22 settembre 2016

Fatti e misfatti di cui siamo testimoni

Dire che stiamo vivendo in un periodo difficile della nostra democrazia è quasi un'ovvietà…

 

di Renzo Balmelli

 

MEMORIA. Al cospetto dei fatti e misfatti di cui siamo testimoni, dire che quello che stiamo vivendo è un periodo difficile della nostra democrazia è quasi un'ovvietà. Stretta tra due pericoli maggiori, il terrorismo di matrice jihadista da una parte, il neo fascismo nazional populista dall'altra, la società sta attraversando una profonda crisi dalle molteplici sfaccettature etiche, politiche e culturali. A volte pare addirittura in affanno nel produrre gli anticorpi atti a contrastare le malsane pulsioni oscurantiste. Fortunatamente c'è la sinistra che assieme agli altri schieramenti progressisti tiene il punto per non darla vinta a chi trama nell'ombra. Sotto tiro sono finiti i valori che affondano le radici nel nostro comune vissuto e che non sono retorica, ma lo strumento indispensabile per crescere e per guardare avanti nel rispetto della memoria troppo manipolata e troppo poco condivisa. Contro i ripetuti attacchi impregnati di razzismo e xenofobia, l'Europa può e deve offrire una risposta forte attraverso solide forme di resistenza morale che però, per non fallire, non consentono di abbassare la guardia anche soltanto per un secondo.

 

GALASSIA. Non è la prima volta, e non sarà nemmeno l'ultima, che l'estremismo di destra, imbevuto di sconsiderate ideologie, prova a conquistare spazio col suo linguaggio vieppiù esplicito e aggressivo. In questa galassia tenuta assieme non da un programma ma da un impasto di volgarità e slogan fallaci, non passa giorno senza che vengano aggiunti altri mattoni al muro dell'odio eretto contro il mondo e la civiltà. E non è difficile immaginare quale potrebbe essere lo scenario se la corrente eversiva a furia di cavalcare la paura tra le pieghe della sfiducia e dell'insoddisfazione, dovesse moltiplicare i consensi ai prossimi grandi appuntamenti elettorali in Austria, Germania, Francia. La deplorevole tendenza di indicare un capro espiatorio ha individuato la causa di tutti i mali nei migranti, facendoli diventare la facile preda e il comodo pretesto per procacciare consensi. In quest'ottica, senza un deciso cambio di passo si finirà col correre verso una tragedia umanitaria di proporzioni bibliche, mentre già adesso più non si contano le fosse in quell'orrendo cimitero in cui si è trasformato il Mediterraneo.

 

SFIDE. Neppure il più fervente europeista poteva restare indifferente di fronte alla scarsità di proposte uscite dal vertice di Bratislava che ha disatteso clamorosamente le aspettative della vigilia. Sola voce fuori dal coro del conformismo di facciata a farsi sentire è stata quella dell'Italia. L'Italia che dopo avere dato tante dimostrazioni di generosità non vuole più essere lasciata sola a gestire l'emergenza dei profughi, ma esige che la crisi venga affrontata e risolta nei luoghi di provenienza. Giustamente, viene da dire. A Palazzo Chigi si possono rimproverare molte cose, ma non di essere rimasto inoperoso nel dare la sveglia ai 27 che non sono riusciti ad andare oltre il proprio orticello. La sfuriata sarà stata anche il frutto di impellenti urgenze elettorali legati al referendum costituzionale. Ma se non tutto è inganno vogliamo credere, una volta tanto, che il messaggio fosse invece indirizzato a tutti coloro i quali hanno a cuore l'uomo e il suo destino. Porsi domande serie di fronte alle sfide del nostro tempo è l'unico modo possibile d'altronde per preparare degnamente i 60 anni dello storico Trattato di Roma della prossima primavera prima che la sua eredità si disperda ai quattro venti. 

 

NODI. L'attuale capo del Cremlino, confortato dal risultato delle legislative, non si è tolto né mai si toglierà le scarpe all'ONU brandendole in segno di sfida all'occidente come fece Nikita Kruscev. Non è nel suo stile. Qualcosa di simile tuttavia lo accomuna nell'immaginario collettivo al suo lontano predecessore. Parliamo della forte identificazione nel mito della grande e allegorica Madre Russia che tra la gente non è mai venuta meno neanche nelle circostanze più drammatiche. Se quel gesto clamoroso e così poco diplomatico non salvò l'ex segretario del Pc dall'epurazione, non di meno, anni dopo, grazie a un sondaggio che fece molto discutere, lo riabilitò agli occhi dell'opinione pubblica, appunto sempre molto sensibile su questo argomento, quale vigoroso interprete dell'orgoglio patriottico. Se ora Putin naviga indisturbato verso altri traguardi, potendo disporre alla Duma di un docile strumento al suo servizio, una delle ragioni è data proprio dal fatto che la maggioranza degli elettori ha visto in lui, forse per effetto di fascinose e nostalgiche analogie, l'alfiere del ritorno alla grandezza della Russia sul piano internazionale. Ovviamente fino a quando l'incanto durerà. 

Con altri e più nobili mezzi

di Renzo Balmelli 

 

LUMICINO. Sarebbe a dir poco favoloso se i grandi della terra riuscissero finalmente a sovvertire il famoso teorema di Bismarck e stabilire, una volta per tutte, che la diplomazia e soltanto quella è la vera, unica e umanamente accettabile prosecuzione della guerra con altri e più nobili mezzi. E non il contrario come sosteneva il cancelliere di ferro. Un lumicino in tal senso, seppur flebile, si è acceso con la nuova tregua in Siria concordata tra Stati Uniti e Russia dopo tanti, troppi ritardi. L'intesa oltre a consentire l'accesso agli aiuti umanitari dovrà creare le condizioni per arrivare un giorno alla ripresa dei negoziati di pace ed a mettere in comune gli sforzi per contrastare il terrorismo. Ma poiché ai vertici del potere le favole sono merce quasi introvabile, prima di realizzare l'obbiettivo finale bisognerà sciogliere il groviglio geo politico di sospetti e interessi contrastanti che hanno trasformato la regione in una polveriera devastante. Per ora la " chimica" tra Obama e Putin, talmente diversi da tentare al massimo modeste prove di dialogo, sembra reggere. Però, se per disavventura Washington finisse nelle mani di Trump e Mosca non dovesse mettere la sordina alle sue ambizioni, il lumicino farebbe in fretta a spegnersi.

 

SCENARI. Si vorrebbe non scriverlo mai, nel timore di alimentare giudizi affrettati e storicamente fuorvianti. Ma nell'assistere alla deriva che l'infatuazione populista propone con preoccupante regolarità a ogni scadenza elettorale non si può fare a meno di ricollegarla ai tristi scenari che pensavamo esserci gettati alle spalle. Sempre più forte è infatti la percezione di essere al cospetto di una guerra anomala, ma non meno subdola. Per capirci, quella che è già stata definita la terza  guerra mondiale non dichiarata che si combatte tra una visione etica del mondo ed i rigurgiti ormai palesi e incontrollabili del fascismo. Intendiamoci, non quello ridicolmente tronfio dal petto in fuori o quello pauroso degli scarponi chiodati. No. I suoi strateghi si sono adeguati ai nuovi network di comunicazione, usando linguaggi apparentemente rispettabili, ma non meno rovinosi. A tal punto che perfino i conservatori classici si trovano spiazzati di fronte all'ampiezza e la gravità del fenomeno.

 

COLLA. Chi ha amato Joseph Roth e Stefan Zweig, condannati all'esilio dalla crudeltà della storia matrigna, non fatica a immaginare quali sarebbero le loro pene se fossero ancora in vita. Considerato quanto propone il loro Paese in questa fase davvero concitata della sua esistenza, i due grandi autori mitteleuropei avrebbero difatti molte ragioni per essere preoccupati. Su quell'Austria che tanto amarono, quell'Austria felix forse più frutto della fantasia popolare ma non di meno ricca di fascino, si stanno addensando nuvoloni minacciosi che lasciano presagire un sostanzioso incremento delle preferenze a favore dell'ultra destra di Norbert Hofer. Se tale fosse il verdetto del ballottaggio previsto a dicembre e già preceduto da episodi piuttosto strani in merito al voto per corrispondenza e le relative buste mal incollate, l'UE si troverebbe di fronte a un verdetto che avrebbe l'effetto di un terremoto per i suoi futuri assetti. Un sisma culturale oltre che politico che farebbe tremare l'intero Continente.

 

FRAGILE. Non immune dal lepenismo d'importazione e da altre brutte compagnie, è un'America piena di dubbi quella che si prepara a vivere gli ultimi, decisivi mesi della corsa alla Casa Bianca. Un'America in mezzo al guado, come in un classico copione da film western, in bilico tra le tesi estreme e tentatrici di Trump, che cesella con diabolica abilità gli istinti meno eleganti, la continuità rappresentata da Hillary Clinton, in testa ai sondaggi ma non amata, e i dubbi sulla salute della candidata democratica che alimentano gli scatti d'umore dell'opinione pubblica. Fortemente personalizzata e polarizzata, la sfida anche in passato ha sempre avuto toni molto accesi. Questa volta però si è andati oltre e ciò che la distingue in negativo dalle precedenti, è lo stile della campagna impostata dalla destra repubblicana, con slogan inveritieri e picchi di volgarità inaudita.  Ben presto orfani di Obama, uomo del negoziato che ha impresso alla sua presidenza un'impronta di alto profilo etico, gli Stati Uniti saranno posti, quindi, davanti a una scelta cruciale. Sotto gli occhi del mondo dovranno decidere se costruire il loro futuro proseguendo nel solco della linea progressista basata sui principi della giustizia sociale ed economica, oppure se affidarsi ai cattivi profeti, a chi predica odio, allarmismi e divisioni fra i popoli. Inutile aggiungere che la posta in palio riguarda anche tutti noi.

 

SFIDUCIA. Travolto da un impulso di omerica ira funesta, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble si è lasciato andare a un giudizio sommario e oltre modo superficiale quando ha affermato che "dai summit socialisti raramente esce qualcosa di molto intelligente". Bontà sua, il severo guardiano dell'ortodossia finanziaria ha avuto un improvviso vuoto di memoria e si è semplicemente dimenticato di quali errori è stato a sua volta capace lo schieramento al quale appartiene. Che poi l'incontro dei leader mediterranei ad Atene sia stato un errore è tutto da dimostrare, specie dopo la Brexit che rende necessario in tempi brevi il ripristino di una Europa meno burocratica e più vicina alla gente, così come la immaginarono i padri fondatori.  In quest'ottica la rabbia del ministro per il vertice eurosocialista, che aveva appunto quello scopo, è parsa davvero una plateale dimostrazione di sfiducia, tanto più che le intenzioni erano condivisibili. Agli alleati socialdemocratici nel governo di Berlino la lezioncina ministeriale non è andata giù.

 

PROMESSE. Avvolto da una cortina di mistero non meno fitta della colonna di fumo che esce dalle Torri Gemelle dopo il terribile impatto con l'aereo impazzito, è stato ricordato il 15esimo anniversario del fatale 11 settembre 2001 che stravolse il mondo, senza tuttavia risolvere gli interrogativi di fondo. A 15 anni dall'attentato al " faro più luminosi della libertà", come lo definì G. W. Bush, non tutti i veli sono stati alzati per conoscere, al netto delle assurde teorie complottiste, la verità di quell'attacco a Manhattan e al Pentagono che fece scoprire un terrorismo mutevole, proteiforme, inafferrabile, e mai domo. Dietro la foto delle Torri in fiamme si dipana, come in una tragedia greca, il destino dell'umanità, non meno di quanto fa, seppure per motivi di segno opposto, un'altra immagine emblematica: quella scattata a Times Square a New York per la fine della Seconda guerra mondiale. Quel bacio del marinaio all'infermiera, scomparsa alcuni giorni fa, il bacio più celebre della storia contemporanea, segnava con la sua contagiosa spontaneità la cesura tra l'orrore del conflitto e  la promessa di un mondo migliore  racchiusa nell'obbiettivo che l' aveva catturato facendolo diventare una icona dei nostri tempi.

 

PROFEZIA. Quando si evocano i nomi di Sacco e Vanzetti torna alla mente il dramma dei due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti, ingiustamente condannati a morte per un omicidio mai commesso. Un capitolo vergognoso che continua a coinvolgere le coscienze da 89 anni nonostante i vari tentativi di rimozione. Entrambi furono vittime sacrificali di una giustizia vendicativa e fraudolenta basata esclusivamente sul pregiudizio suscitato dalla loro origine e dai loro orientamenti politici, senza mai considerare la confessione del vero assassino. A ricordarci quel triste episodio concorre una bella iniziativa del Corriere del Ticino, il maggiore quotidiano svizzero di lingua italiana, che per celebrare i 125 anni di fondazione offre ai suoi lettori un affascinante viaggio a ritroso nel tempo in cui propone una selezione di notizie e articoli del passato. In quella del 24 agosto 1927, all'indomani della barbara esecuzione dei condannati, l'editoriale dell'epoca, ripubblicato in questi giorni, parla di "tragedia sociale ed umana" che avrà tristi ripercussioni nel mondo. Mai profezia fu tanto azzeccata.

 

lunedì 12 settembre 2016

I profughi in TV e la paura nelle urne

di Renzo Balmelli 

DESTINO. Grazie alla salutare tenuta della SPD forse sarà ancora possibile sfuggire alla marea nera del Meclemburgo. Tuttavia sarebbe vano illudersi che la minaccia sia sventata. Infatti, comunque la si declini, l'attrazione fatale esercitata dalla AfD (Alternative für Deutschland) va oltre l'emergenza migranti, usata in gran parte quale grimaldello elettorale in funzione del potere. E ciò non tanto per le ricadute politiche immediate, che restano ancora da valutare, quanto per le reazioni che il risultato potrà produrre sul piano psicologico nella mente della gente in questa fase di grande incertezza nella vita di ogni giorno e di non minori paure nelle urne. Se una percentuale tanto alta sostiene l'estrema destra in un Land che i profughi li ha visti quasi soltanto in televisione, il governo non dovrebbe reinventare la propria politica migratoria, bensì quella dell'educazione e la corretta lettura dei media. E sarà appunto ragionando in questi termini che capiremo se il buon senso riuscirà, col contributo decisivo della sinistra, a rafforzare gli anticorpi democratici oppure se quello della Cispomerania sarà stato davvero il “voto del destino”, lo Schiksalswahl che in tedesco si carica di significati inquietanti e tenebrosi.

BUONISMO. Chiunque salva una vita salva il mondo intero. Memore della citazione incisa nel Talmud e che rimanda all'orrore della Shoah, la comunità dei popoli civili dovrà rivedere le proprie priorità e di conseguenza raddoppiare gli sforzi per articolare una risposta atta a contrastare l'estrema destra nel suo tentativo di rovesciare i valori universali dell'accoglienza e della tolleranza, sostituendoli con l'odio, il razzismo e la violenza. Il dramma dei profughi necessita una strategia sul piano politico e molta solidarietà nei confronti di chi si batte per i loro diritti. Oggi chi considera che dare una mano al prossimo in gravi ambasce sia un gesto altamente umanitario va incontro a brutte sorprese da parte dei nazionalisti xenofobi che declinano la parola “buonismo” con scherno e disprezzo. Non Angela, ma l'altra Frau tedesca del momento, la signora Frauke Petry leader incontrastata degli ultra conservatori, si arrabbia se si definiscono illiberali le sue soluzioni. Però non spiega come le vede lei.

CATTIVISMO. Che l'Occidente abbia il fiato corto è un sintomo che non si scopre oggi bensì una tendenza in atto da parecchi anni. Anche il recente vertice in terra cinese, povero di risultati come tutti i summit troppo affollati, ha segnato una ulteriore battuta d'arresto del pensiero occidentale sulla mappa geopolitica del mondo. Non pochi osservatori tendono a fare risalire l'inizio del declino alla mancanza di un nuovo ordine multipolare capace - come scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera - “di gestire le tensioni di un dopo-Muro che è stato sin qui sinonimo di stragi e impotenze”. E non è difficile immaginare quali sarebbero gli scenari se alla Casa Bianca dovesse arrivare Trump, intrattabile commesso viaggiatore di muri, filo spinato e armi in libera uscita. L'analisi è severa, ma ciò nondimeno riflette l'impaccio dei leader presenti al G20 nel formulare strategie condivise per rimediare al “cattivismo” delle guerre che provocano terrificanti tragedie umanitarie. Dall'Occidente culla dell'Illuminismo, ahinoi finito a sua volta nelle fauci dei revisionisti, sarebbe lecito attendersi qualcosa di più e di meglio.

RISVEGLIO. Chissà se a Virginia Raggi, nelle ore più difficili e delicate del suo ancor giovane mandato, sarà successo di canticchiare, sola nel suo ufficio, le strofe di “Roma non fa la stupida stasera” e di capire, più in fretta di quanto avesse desiderato, che la politica non è uno stornello, ma un campo minato che non da tregua. Arrivata al Campidoglio sulle ali del consenso e il bisogno di cambiamento di una città segnata dal malgoverno, la sindaca ha avuto un risveglio piuttosto brusco finendo nel mezzo di una di quelle bufere che sovente nel corso dei secoli hanno scompigliato la vita dell'Urbe, capace del meglio e del peggio. Per capire come funzionano certi meccanismi, forse le converrebbe, per una curiosa quanto casuale omonimia, rivedere l'irriverente film di Monicelli/Sordi “Il marchese del Grillo”. Al povero nobiluomo, su è giù nei corridoi della Roma papalina, ne accadono di tutti i colori proprio come succede a lei nei ranghi del traballante Movimento 5 Stelle che sta vivendo una metamorfosi dolorosa e non sa che pesci pigliare per uscire dal caos.

LIBERTÀ. Ha provocato non pochi mal di pancia e ancor più numerosi problemi di coscienza la discutibile vignetta di “Charlie Hebdo” sul terremoto che ha colpito il Centro Italia. Nel disegno che col solito stile irriverente rappresenta le vittime del sisma simili a “ penne al pomodoro” o “ lasagne” fatte di corpi ammassati, i luoghi comuni sul Paese sono stati tirati in ballo senza nessun rispetto per chi ha perso la vita, i propri familiari e le proprie case. Ma se è giusto indignarsi e criticare il pessimo gusto di una rivista che fu al centro della solidarietà mondiale quando venne colpita dai jihadisti, non è meno lecito interrogarsi sulla libertà della satira che va comunque tutelata anche se non ci piace, anche se stavolta, pensando alle vittime, si è comportata in modo indegno. Per giunta sbagliando il riferimento al sugo. Perché a tavola, caso mai, il simbolo di questa terra ferita a morte è l'amatriciana, un grande classico della tradizione culinaria. Perciò, nel caso specifico, se d'ora in poi qualcuno si sentirà un po' meno “Je suis Charlie” non si potrà fargli torto. Perché anche questa è libertà.