martedì 12 maggio 2009

Per soli milanesi ?!

A chi ipotizza una metropolitana leghista "per soli milanesi", il vignettista Vauro chiede in quale vagone potrà sedersi lui che è toscano...

di Renzo Balmelli

COLLIER - C’era un tempo, senz’altro piu’ duro ma meno artefatto, il tempo senza il Cavaliere, in cui l’Italia tifava per Bartali o Coppi, per Don Camillo o Peppone. Valori semplici, certo, ma valori genuini, posti al servizio della ripresa morale oltre che economica, dopo l’orrore del fascismo. Nel Giro del Centenario a tingersi di rosa, ovvero il colore meno appropriato, è invece la politica, ormai prigioniera della cosidetta "etica" dell’apparire. Il paese, chiuso nel bozzolo cloroformizzante della destra, in mancanza di meglio, ora si divide tra veronichisti e silvisti, mesto corollario del privato che trascolora nel pubblico, in cui tutto si confonde e si altera. Gossip ipermediatizzati, sogni di fiction, veline, mega-ville e sontuosi collier che come per incanto spuntano dalle tasche del premier, offrono un’immagine del tutto distorta della realtà. E’ come muoversi in un mondo parallelo, il mondo di Noemi, quella di "papi Silvio", che nella sua sconfinata banalità ricorda i pessimi romanzi d’appendice in cui Emma Bovary smarrì se stessa.

 
DILEMMA - Ma il Pd è di sinistra oppure no? La riflessione che ha messo in subbuglio la base è di Francesco Rutelli. “Il successo nel comune di Trento conferma che quando c’è un’interpretazione sobria e operosa del cattolicesimo politico gli elettori rispondono con fiducia. Non riesco ad accettare che il Pd sia sempre definito la sinistra”. Curioso, davvero curioso il dilemma rutelliano che sbircia al centro con l’idea di costruire un soggetto politico riformista, ma nel contempo il piu’ lontano possibile dalla tradizione. Jospeh Schumpeter, economista, tra i maggiori del XX secolo, un conservatore che non nutriva nessuna simpatia per il socialismo, era nondimeno convinto che il capitalismo sarebbe stato domato dalla socialdemocrazia. E avrebbe avuto anche ragione se la
sua profezia non fosse stata falsificata dal “riformismo new labour” che in sostanza ricalcava la dottrina thatcheriana, distante anni luce dalla giustizia sociale. Dal Tamigi al Tevere la contaminazione ha avuto effetti disastrosi. Il berlusconismo ha domato l'Italia fino a controllarne i principali gangli vitali e guadagnando voti sulle paure. Di questo passo, la sinistra che dubita delle sue gloriose origini potrebbe un giorno rimpiangere una grande stagione che forse non è destinata a ritornare. Non per ora, almeno, non con la fuga dai propri ideali.

Inquietanti disegni - Per vari motivi l’Italia non sta vivendo un grande momento. Il PIL è crollato di quattro punti e mezzo, una voragine. Significa che ogni italiano perderà nel 2009 oltre mille euro, l’equivalente di uno stipendio medio. A dispetto dei dati sconfortanti, vanno pero’ in onda i bollettini di vittoria di Berlusconi e Tremonti, convinti - anche se non dicono mai come - che l’Italia riemergerà dalla crisi prima e meglio di altri paesi. Nel clamore delle illusioni spacciate come verità la destra sforna inquietanti disegni di legge sulla sicurezza e l’immigrazione per tenersi buona la Padania. Il sospetto che il testo possa andare nella linea della xenofobia, del razzismo o della discriminazione ha messo sul chi vive l’ONU e il Vaticano (che pure è un grande estimatore del governo). L’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, assimila la criminalizzazione dei migranti al peccato originale. C’è chi paventa il ritorno strisciante alle leggi razziali, timore evocato da Franceschini non senza qualche ragione. La vicenda dei disperati rispediti in Libia con grande esultanza di Maroni e la dissennata iniziativa del leghista Savini che propone le carrozze della metropolitana "per soli milanesi" fanno venire i brividi tanto sono indegni di un paese civile. E’ lo stesso principio di apartheid contro il quale cinquant'anni fa, negli Stati Uniti, insorse Rosa Parks, donna nera che si rifiutò di alzarsi da uno dei posti dell'autobus riservati ai bianchi. Da quell'episodio partì la lotta di Martin Luther King. E il vignettista Vauro, con una splendida intuizione, si chiede in quale vagone potrà sedersi, lui che è toscano, quando sarà a Milano!     

martedì 5 maggio 2009

CENTO GIORNI

di Renzo Balmelli

AUTO E VELINE - Tocca idealmente alla mitica Topolino, la piccolina di casa FIAT, il compito invero gigantesco di riavviare il motore della competitività, ingrippato dalla crisi e dalla scarsa vena della maggioranza. La Cinquecento negli anni sessanta divenne il simbolo del miracolo economico. La speranza è che l’impresa possa ripetersi negli USA con l’ardimento dei pionieri e la determinazione degli emigranti che fecero grande il Nuovo Mondo. La Fiat è un secolo di storia italiana e oggi la bella pagina scritta dal Lingotto insegna che il paese, con tutte le sue anomalie, le sue rigidità, i suoi ritardi e la destra arrogante, è ancora capace di raggiungere livelli di eccellenza. L’accordo con la Chrysler, che ovviamente è solo l’inizio della corsa, premia la manifattura e il lavoro ben fatto che costituiscono l’arma vincente del made in Italy.

    L’intesa a “stelle e strisce” è la migliore risposta che si potesse dare a Berlusconi di solito restio a concedere la sua “regale” benevolenza a operazioni che non portino impresso il suo marchio. Il premier ha sovente giudicato la casa torinese con l’infastidito sussiego di chi è convinto di non avere rivali in questo mondo. Sbagliò. Anche senza di lui, la Fiat prova a risollevarsi per tornare ad essere la locomotiva dell'economia italiana. Le maestranze che hanno scritto pagine gloriose nella storia del movimento operaio, adesso giustamente attendono di essere risarcite per i sacrifici compiuti in passato, quando la situazione pareva giunta a un punto di non ritorno. Senza il loro concorso la svolta non sarebbe andata in porto. Se la FIAT pare avviata sulla strada giusta per restituire credibilità e prestigio al Bel Paese, molto piu’ sfumata si presenta l’agenda del governo che vivacchia tra gossip, pettegolezzi, veline e le unghiate di Veronica Lario, talmente sconcertata per l'uso spregiudicato e maschilista delle candidature rosa lanciate dal marito da decidersi a chiedere il divorzio  e chiudere il sipario sulla sua vita coniugale con Silvio.

    L'insieme di queste "singolarità" dà la misura delle ambiguità un cui versa la maggioranza. Ma c'è poco da fare: la fase della concordia bipartisan legata al terremoto e al 25 aprile é durata lo spazio di un mattino. Che fosse un’ operazione mediatica da parte di colui che fino all’altro giorno equiparava il confino a una piacevole vacanza si era capito subito. Il metro di misura di Berlusconi é sempre uguale e riesce difficile immaginarlo mentre resta folgorato sulla via di Damasco La “ velinizzazione” è un eterno fotoromanzo che procura consensi a buon mercato, ma non fa avanzare la nazione.

    Ormai la linea di demarcazione tra quiz, grande fratello, prova del cuoco, ballando ballando e la politica è sottilissima. Spesso è difficile stabilire dove finisca l’uno e inizi l’altra. Il premier ha sempre avuto in mente un mondo fatto di lustrini, vallette e denaro. Un mondo fasullo. I sondaggi, però, danno Berlusconi in ascesa . La cosa non stupisce Paolo Guzzanti, il transfuga di FI, che si vendica con una frecciata al cianuro: "Si sa che certi atteggiamenti all'italiano piacciono, anche il Duce passava per essere un gran donnaiolo e mi sa che il popolo troverà questa storia divertente". Speriamo di no!

DISINFETTANTE - Nel panorama letterario italiano Giuseppe Prezzolini rappresenta una voce scomoda e controversa. Da toscanaccio verace, se fosse in vita, di sicuro non avrebbe gradito che Mario Borghezio si impadronisse del suo insegnamento. L’eurodeputato della Lega in passato si era guadagnato un bel po’ di pubblicità disinfettando i sedili di treni e metropolitane su cui avevano viaggiato nomadi, musulmani ed extra-comunitari. Ora Borghezio si è riciclato e gira i luoghi del volontario esilio prezzoliniano atteggiandosi ad improbabile ambasciatore della cultura. Nulla di male, ovviamente - se lui non avesse fatto della più intransigente intolleranza celtico-occidentalista contro l’Islam, i Rom ed i cosidetti “diversi” la propria missione. E’ tragico pensarlo, ma l’amnesia che sempre piu’ spesso sembra affliggere la politica italiana ha messo la sordina anche agli eccessi del “crociato col disinfettante”.

CENTO GIORNI - Lo storico Arthur Schlesinger attese mille giorni prima di consegnare all’editore il libro sul presidente Kennedy. I mille giorni che cambiarono il mondo. Erano altri tempi ; tempi in cui la storia, pur procedendo a sussulti, poteva ancora concedersi una pausa di riflessione. Oggi , nell'era di internet e della comunicazione istantanea, é un lusso impensabile. Barack Obama ha varcato la soglia dei cento giorni e per lui é già tempo di pagelle. Gli é andata bene. Il suo carisma é passato indenne attraverso le sabbie mobili della crisi e ne è addirittura uscito rinforzato agli occhi dell’opinione pubblica. I cento giorni non significano niente, ma é una scadenza che si deve rispettare soprattutto se il presidente ha la sua arma migliore nel non rimanere isolato nell’ufficio ovale e nell’impegnarsi a sentire le corde profonde dell’elettorato. Obama ha dimostrato che le qualità esibite durante la campagna elettorale vanno bene anche alla Casa Bianca. Di Bush, con lui alla guida del paese , si sono perse le tracce e questa è una grande opportunità per l’America e l'auspicato convolgimento della nazione nel processo di rinnovamento. I primi mesi della presidenza Obama sono stati tra i piu’ spettacolari della storia degli USA dall'epoca di Roosevelt. Ma le prove piu’ difficili sono davanti a lui e sarà appunto da qui ai suoi mille giorni, ossia piu’ o meno la durata di un mandato, che Obama dovrà dimostrare la sua capacità di governare, dialogare e gettare solide fondamenta per l’edificazione del nuovo ordine mondiale attorno al quale fa perno il suo programma.

mercoledì 29 aprile 2009

Fantasmi e altre parvenze

di Renzo Balmelli

FANTASMI - Nell’assistere all’andamento titubante e deludente della conferenza di Ginevra sul razzismo, il pensiero non poteva che andare al “Patto di Monaco” che fu uno dei capitoli piu’ ingloriosi , accomodanti e tragicamente sbagliato della diplomazia europea. In pratica una resa senza condizioni alla Germania hitleriana. Il documento conclusivo, frettoloso e generico, in effetti non fa molto per placare le preoccupazioni di chi teme il ripetersi di derive incontrollabili e devastanti in altre parti del mondo. Il testo ricalca nelle grandi linee quello della conferenza di Durban che diede il via a polemiche infinite e creo' non pichi problemi nei rapporti con Israele, con la politica di Gerusalemme nei territori occupati e con il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente. Sullo sfondo si agitano ancora i vecchi fantasmi dell’antisemitismo e indirettamente anche dell’islamofobia che pervade alcuni settori dell’opinione pubblica occidentale. La conferenza , occorre ammetterlo, ha risentito di molte circostanze negative ed ha patito come non mai le feroci filippiche di Ahmadinejead ,di cui é nota la posizione sull’Olocausto. Il conseguente boicotto di una decina di paesi, tra cui l’Italia, ha poi fortemente ridimensionato la portata universale della dichiarazione conclusiva che già di suo si distingue per la mancanza di novità. Per questo al fine di affrontare con maggiore incisività i molteplici aspetti del razzismo serve qualcosa di piu’ potente del nuovo testo elaborato a Ginevra. Cio’ che viene richiesto é un impegno a tutto campo, scevro da ambiguità e accomodamenti che nella peggiore delle ipotesi potrebbero fornire una sorta di legittimazione ai vari ducetti e ai loro accoliti. A tale proposito non sono certo gli esempi che mancano . La spada di Damocle dell’intolleranza continua a pendere sul capo dell’umanità ed é sempre in grado di provocare guasti insanabili nel tessuto sociale. Ne abbiamo avuto una crudele dimostrazione nella civilissima Torino dove i cori e gli insulti rivolti al calciatore Mario Balottelli per il colore della sua pelle hanno mostrato fino a che punto puo’ spingersi il livore xenofobo alimentato dalla sottocultura squadrista. Di rimando la lezione del 25 aprile é valsa a ricordare proprio questo concetto, a rammentare agli smemorati della storia che una scelta non vale l’altra , che quando si vuole parificare Resistenza e Salo’ si travisa la verità e si rende un pessimo servizio alla causa dei diritti umani. Nella visione d’assieme del problema, la debolezza intrinseca del negoziato che si é riscontrata a Ginevra deriva appunto non tanto dalla buona volontà , che nessuno mette in dubbio, ma dalla mancanza di scelte piu’ radicali e coraggiose da mettere in campo contro il razzismo in nome dell’umanità intera.


IMMAGINI -  Se non ne potete piu’ del protagonismo torrenziale di Berlusconi e vi occorre un antidoto efficace non perdetevi “Il Corpo del Capo”, l’ultimo libro di Marco Belpoliti , edito da Guanda. Farete un viaggio divertente , sobrio e raffinato tra le pieghe del potere e la cura maniacale con cui il premier rincorre il mito della migliore inquadratura. Il volume di Belpoliti evita con intelligenza la trappola della demonizzazione del premier che di questo passo, come dice D’Alema, farà vincere il patron di Mediaset per altri mille anni. L'occhio curioso dell'autore é rivolto altrove. Grazie al ricco e selezionato materiale iconografico, la ricerca entra nel vivo dei comportamenti che innervano le pose del signore di Arcore indicando in che modo i messaggi vengono veicolati attraverso l’uso sapiente del corpo, dello sguardo e la posizione delle mani. Una ricerca che Berlusconi, proprio come Mussolini, affida ai suoi fotografi ufficiali, coloro attraverso cui il Cavaliere può trasmettere al mondo l’immagine ideale di se stesso. Nella raccolta mancano soltanto le ultime esibizioni autocelebrative in Abruzzo che sono valse a mercificare il terremoto per incrementare i consensi. I fans adoranti pero' stiano tranquilli. Nemmeno un solo istante della passerella berlusconiana é andato perso. Un giorno si e l’altro pure la sequenza dei baci e degli abbracci elargiti da Berlusconi in copiosa messe ha occupato i teleschermi dalla mattina fino all’ultimissima replica della notte. Solo quando sono andate in onda le sequenze delle tendopoli zuppe d’acqua e dei superstiti infreddolititi, c'é stato un attimo di compiacente amnesia nella fiumana di immagini. Nel piovoso dopo-terremoto non si é vista nemmeno l'ombra di un ministro. Forse a Palazzo Chigi avevano smarrito gli ombrelli.

venerdì 24 aprile 2009

Dov'è finito Voltaire?

di Renzo Balmelli

CENSURA - Voltaire non abita qui. Ci insegno’ che la libertà di opinione va protetta anche a costo della vita. Purtroppo da qualche parte c’è sempre la lunga mano di un editto bulgaro pronta a chiudere gli spazi, a soffocare chi non si adegua al “mainstrem”, all’informazione alla “carte” destinata ad appagare gli appetiti dei potenti. L'ultimo esempio obbliga a riflettere. Il povero Candido, ingenuo com'era, se fosse qui, sarebbe inorridito tanto appare fuori luogo, assurda, l’ingiunzione inflitta a Santoro e Vauro per il servizio sul terremoto.

    Assurda, non perché non si possa criticare il taglio della trasmissione. Ci mancherebbe. No, assurda perché aggiunge un altro tassello alla visione del pensiero unico che trova rispondenza in un auspicio non tanto sibillino del premier: Alla Rai voglio facce nuove...

    Il giornalismo degno di questo nome pero' non sa che farsene delle inchieste accomodanti, dello stile vellutato piu' sciapo di una minestrina senza sale. Certo, a taluni non piacerà l'impostazione di Annozero, altri troveranno lo stile della testata di pessimo gusto, ma il panorama mediatico che ogni giorno si batte per la sua indipendenza, sarebbe molto piu' povero senza questo contributo essenziale per la completezza e il pluralismo dell'offerta.

    Come dicevamo, sulle scelte redazionali è lecito dissentire. Imporre diktat no. Tra l’offensiva censoria scatenata dalla destra e il diritto di critica c’è un abisso. Il tentativo di usare un programma sgradito come alibi per imbavagliare i pareri dissonanti è una mossa lugubre che riecheggia le sbandate di regime. E’ la spia di un malessere interno alla maggioranza che sfocia in provvedimenti ridicoli, di stampo quasi sovietico. A voce tutti ammettono che la satira ovviamente puo’ essere anche abrasiva. Guai pero’ se scuote le cattedrali del potere. Guai, per dirla con Sabina Guzzanti, se una vignetta diventa “turbativa della commozione”.

    Sentimento nobilissimo, la commozione. Ma che in prospettiva appare forse un po’ meno nobile se serve a fare palcoscenico sulle macerie, se torna utile per imbastire una plateale “via dolorosa” ministeriale grondante retorica da ogni parte. La stampa libera - diceva Camus - puo’ essere buona o cattiva, ma è certissimo che senza libertà non potrà essere altro che cattiva. Nel fervore delle crociate punitive e “riparatrici” si tende a dimenticare che zittire chi canta fuori dal coro è una prova di debolezza, una forma di inquisizione che porta con se squallore e minacce.

DISAGIO -  “A Mosca, a Mosca”, esortava Tolstoi. Ci sia libertà della stampa e domani la capitale sarà una repubblica. Il domani é arrivato, ma del quadro é cambiata solo la cornice. Dopo la sbornia di zarismo, comunismo, post-comunismo e neo -zarismo il risultato piu' vistoso e preoccupante é che nella Russia di Putin, portatore di speranze disattese, sono rimaste poche voci critiche. Uno dei rari baluardi del dissenso é “ Novaya Gazeta”, periodico specializzato nelle inchieste sulle magagne del regime. Ma a che prezzo. Tra le sue firme piu’ autorevoli c’era Anna Politkovskaja , la coraggiosa giornalista che ha pagato con la vita il suo impegno professionale al servizio della verità. Ora a “ Novaya Gazeta” é arrivato un riconoscimento insperato grazie all’intervista con Dmitri Medvedev . Il primo cittadino della Federazione ha colto tutti di sorpresa recandosi nella tana del lupo per dire al paese come la pensa. Ovviamente nel suo intervento il presidente si é guardato bene dal rompere la cristalleria.. “Ho scelto voi - ha detto il capo di stato russo ai giornalisti della Gazeta - perché siete gli unici a non fare i leccapiedi”. Quanto basta perché agli oligarchi che difendono i loro previlegi a denti stretti il caviale sia andato di traverso . L’immagine di Medvedev, cresciuto all’ombra di Putin, considerato il vero manovratore degli affari moscoviti, non brilla di luce propria. La sua mossa é stata pero’ troppo audace per essere derubricata a semplice operazione cosmetica nel tentativo di recuperare prestigio agli occhi della popolazione e sul piano internazionale. Anche la data della pubblicazione sembra essere il frutto di una strategia studiata a tavolino per rendere palese il tentativo di smarcamento dal predecessore. L’intervista é uscita infatti in concomitanza con la fine della “lotta antiterrorismo” in Cecenia. Sappiamo tutti che cosa significa: é stato uno spaventoso macello abilmente filtrato dalla censura, un elenco interminabile di pesanti violazioni che non pone la Russia tra le nazioni all’avanguardia nella tutela dei diritti umani. Alla luce di questi episodi , la lezione del presidente non fa una piega. Solo la certezza di avere una buona stampa, scevra da condizionamenti, consente di progredire nella democrazia. Speriamo che la stoccata di Medvedev riesca ad aprire uno squarcio nella granitica politica del Cremlino. Speriamo...

IDONEITA’ - Come volevasi dimostrare. A un anno dalle ultime elezioni il tallone d’Achille della maggioranza é dato dalla rivalità tra la Lega e il Pdl. Ai tempi dell’ultimo Prodi bastava il raffreddore di un senatore a vita per paralizzare la vita politica e la destra ne approfitto’ senza pudore. Ora, sono i Lumbard a tenere sotto scacco l’esecutivo . La posta in palio, come si sa, é l’egemonia sul Nord quale ago della bilancia delle prossime battaglie. Le concessioni fatte a Bossi sul referendum elettorale non lasciano dubbi a questo proposito e indicano con assoluta chiarezza chi é che tiene in mano il pallino. In chi osserva da fuori prevale la sensazione che lo sisma in Abruzzo e l’election day stiano ridisegnando , in un clima permeato di nervosismo , i rapporti di forza nella coalizione domiciliata a Palazzo Chigi. Tra l'altro, Berlusconi non ha nemmeno provato ad addolcire la pillola, ammettendo candidamente che se non avesse accolto le richieste del Senatur il suo esecutivo sarebbe caduto. E cio’ non era possibile, per “ il bene del paese”. Ma questo lo dice lui. Congetture a parte - annota Giovanni Sartori nel suo libro di prossima pubblicazione da Laterza- il Cavaliere si é dato a “ costruire” un sultanato con cui mantenere il contollo sul partito di sua proprietà, in un groviglio di abusi e conflitti di interesse. In quest’ottica l’ opposizione continua giustamente a considerare Berlusconi una intollerabile anomalia, un leader, come scrisse l’Economist, “ unfit to govern”, non adatto al governo del paese. Come si vede, nell’imminenza dell’appuntamento elettorale di giugno, appuntamento che la maggioranza vuole trasformare in “ marcia trionfale”, vi sono seri motivi di inquietudine sull’idoneità di questa compagine a restare in carica altri quattro anni.

EQUAZIONE - Oscillano su due piani distinti le opzioni di Obama: su quello internazionale si muove da riconosciuto protagonista a tutto campo; su quello interno, come spesso capita, avanza tra luci e ombre. Partiamo dal primo. Da un capo all’altro del pianeta continua a crescere il numero dei leader conquistati dal contagioso multilateralismo dellla Casa Bianca. Obama appare sempre piu’ determinato a ridisegnare la mappa dell’ordine mondiale anche a costo di inviperire la vecchia guardia conservatrice. La mano tesa a Cuba e al Venezuela di Chavez, nemico giurato degli Stati Uniti, segnalano la disponibilità a lasciarsi alle spalle le ruggini del passato. Anni e anni di embargo e di incomprensioni hanno reso difficili e tesi i rapporti tra Washington e l’America latina, con pesanti conseguenze per tutti. Molte iniziative che avrebbero potuto contribuire a un migliore sviluppo politico, economico e sociale della regione sono rimasti nel cassetto. E’ quindi ora e tempo di cambiare registro, di liquidare le ultime scorie della guerra ideologica e di ripartire da capo. Sul piano interno il discorso si fa invece piu’ostico e delicato. Tra le eredità che Obama si é trovato a dovere amministrare, figurano le scomode verità legate agli anni piu’ duri della lotta al terrorismo. Il documento che illumina il lato oscuro di questa guerra é una spia di come un paese di forti radicamenti democratici possa abbassare il suo livello morale. Percio’ bene ha fatto il presidente a svelare i segreti della Cia sulle tecniche brutali e le torture con cui venivano interrogati i terroristi islamici. Si é trattato di un taglio netto con i comportamenti illegali della precedente amministrazione repubblicana che Bush ed i suoi giuristi avevano reso legali con sordide manovre di corridoio, Al tempo stesso pero’ Obama, forse per risparmiare al paese il trauma di un processo alle istituzioni, si é spinto oltre le proprie competenze, erigendosi di fatto a giudice della nazione. E in questo ruolo ha deciso di assolvere gli aguzzini spiegando che gli “OO7” hanno fatto il loro dovere. Che sarebbe poi questo: operazioni clandestine, violazione dei diritti, rapimenti, prigioni segrete. I loro crimini resteranno impuniti e cio che é peggio grazie all l’immunità si lascia aperto il varco ad altre derive. Come si poteva facilmente immaginare, i liberal che rappresentano la punta di diamante della nuova elite democratica, sono rimasti letteralmente allibiti dalla decisione. La sola idea che si possa associare l’immagine degli Stati Uniti a quella di un paese che tortura in nome della ragion di stato, é fonte di grave turbamento per gli spiriti piu’ illuminati. Obama sicuramente era in buona fede quando ha provato a conciliare l’esigenza di fare luce su una pagina buia con l’imperativo della sicurezza nazionale. Ma la doppia responsabilità, che ha reso coraggiosa e insiodiosa la sua scelta, ha acceso un dibattito di carattere etico che non é destinato a esaurirsi tanto presto.

mercoledì 15 aprile 2009

La lezione che ci giunge dall'Abruzzo

di Renzo Balmelli
RESPONSABILITA’ . Quando il mondo ci crolla addosso, la classe politica invoca la fatalità. Ma é una via di fuga che solo rarissimamente risponde a verità. In Abruzzo se fatalità c’e’ stata, essa ha connotati ben precisi, porta il nome dei palazzi della morte costruiti sulla sabbia. Bene ha fatto quindi la procura ad aprire un’inchiesta, per altro un atto dovuto dopo le inequivocabili parole del presidente Napolitano che ha evocato responsabilità diffuse e la necessità di compiere un approfondito esame di coscienza. Le polemiche verranno presto a galla, quando si tratterà di scoprire il bluff delle abitazioni anti-sismiche che invece sono crollate come castelli di carta. Il terremoto - ha scritto Giorgio Bocca - si distingue dalle altre calamità per la rapidità e l'indifferenza naturali: nei pochi minuti il disastro è compiuto, ai superstiti non resta che cercare i cadaveri sepolti sotto le macerie e camminare smarriti fra ciò che resta di città e villaggi. L’imprevedibilità qui tuttavia non c’entra, o c’entra in misura ridottissima. In California - ha detto un esperto - un terremoto di intensità pari a quello abruzzese non avrebbe fatto un solo morto. A patto di costruire le case a regola d’arte. Il paese invece piange a causa di gravi inadempienze, di scelte imprudenti, di materiali scadenti, di appalti superficiali, di lavori approssimativi eseguiti senza criterio, in criminale contrasto con i piu’ aggiornati manuali della moderna edilizia antisismica. La lezione che arriva dall’Abruzzo da questo punto di vista non lascia scampo. E’ una lezione indirizzata a chi é chiamato ad assicurare la tutela dei cittadini e della loro dignità . Se verrà recepita come di dovere ovviamente essa non consolerà chi rimane, ma sarebbe un segnale nella giusta direzione almeno per una volta. Si proceda dunque senza commettere altri errori fatali. Dopo il terremoto e gli innumerevoli morti, la cosa peggiore che possa capitare all’Abruzzo, quando l’onda dell’emozione si sarà ritirata, sarebbe infatti di finire relegato nelle pagine interne. A dispetto della fiumana di retorica , il dolore collettivo non dura in eterno e spenti i riflettori c’é il rischio che l’Aquila e la sua provincia si trovino sole ad affrontare prove difficilissime. In passato, complice la latitanza dello Stato, nella gestione del dopo-terremoto frequenti sono stati i casi di sprechi incredibili, di fondi finiti in tutte le tasche tranne che in quelle giuste. Per buona sorte, quando la sciagura incombe, c’é l’altra Italia pronta a correggere il tiro, l’Italia dell’esercito di volontari sbucati da ogni dove che non cercano sovraesposizioni mediatiche, ma si rimboccano le maniche destando l'ammirazione generale in patria e all'estero. Nelle prime ore, quelle dell’emergenza, in Abruzzo si é radunata la generosità degli italiani, si é vista la parte migliore del paese, solidale nella sofferenza e nella fratellanza. La forza dell’altruismo ha rivendicato quanto c’é di sano nel tessuto sociale, ossia tanto, tantissimo, e col suo esempio ha contribuito a rinsaldare l’unità nazionale piu’ di tutti i proclami. Che la politica ne prenda atto e restituisca credibilità al proprio operato impegnandosi ad abbassare i toni del confronto. Dimostri cosi’ alla popolazione terremotata, la popolazione che oggi si guarda attorno col cuore gonfio di tristezza , che la rinascita é fattibile, che oltre il sisma puo’ esistere un futuro possibile.

PRESIDENTE? - Il terremoto e il premier. Tra lacrime, abbracci e ali di folla, il confine dell’overdose mediatica alla ricerca della migliore inquadratura é stato sfiorato e forse superato piu’ di una volta. Nulla a che vedere insomma con la signorile discrezione del Capo dello Stato. Ma dove Berlusconi ha dato il meglio di se, certo di ricavare un vantaggio competitivo, é quando si é lasciato andare a una pubblica confessione che la dice lunga sulle sue intenzioni. “Per la prima volta in questi giorni - ha esclamato il leader del Pdl - ho sentito di rappresentare l’Italia al di là delle differenze politiche. Per la prima volta non sono piu’ il presidente del Consiglio, sono diventato il presidente degli italiani”.

Presidente degli italiani? Che fretta! Forse ci siamo persi qualcosa, ma non risulta che al Qurinale ci sia già stato il cambio di inquilino. Sul Colle c’é si un presidente, quello degli italiani appunto, di tutti gli italiani, ed é un signore che non si chiama Silvio, bensi’ Giorgio Napolitano. Oh no! Resta ora da capire se questo é il clima di unità e di rapporti piu' rispettosi cui allude il premier nel tendere la mano in nome della " pax berlusconiana", oppure se é una trovata in vista delle Europee. Per la verità, conoscendo il personaggio e la sua voglia di distinguersi , planano non pochi dubbi sul significato della pacificazione ecumenica, un'operazione insieme abile e ambigua.

GIUSTIZIA - L’antica storiella tedesca è nota: trattato con arroganza da Federico II di Prussia, un mugnaio di Potsdam decise di non arrendersi e di chiedere giustizia. La frase che pronunciò di fronte all’imperatore - «Ci sarà pure un giudice a Berlino» - è diventata lo slogan di tutti coloro che lottano contro gli abusi del potere. A Montecitorio, grazie all’azione incisiva del Pd, é accaduto qualcosa di simile. Tanti giudici quanti erano i voti contrari alle inique regole sulla sicurezza hanno detto basta agli abusi e riportato il senso della giustizia in aula. Per la maggioranza blindata che ha preso la pessima abitudine di governare a colpi di decreti, la battuta d'arresto, del tutto imprevista, é stata durissima. La duplice bocciatura delle norme sulle ronde e sul tempo di permanenza degli immigrati ha prodotto infatti risultati ancora insperati fino a ieri, dapprima ridando dignità alla civiltà giuridica del paese, poi restituendo al Parlamento le sue prerogative, sovente minate dall'arroganza del potere. La faccenda, come si poteva immaginare, non é andata a genio alla Lega che é montata su tutte le furie. Il Carroccio interpreta la lotta ai clandestini come una cavalcata senza quartiere a scopo punitivo e carcerario . I criteri del suo operato in questo campo non tengono assolutamente in nessun conto i risvolti umani di questo esodo forzato del terzo millennio che sta costando un tributo altissimo di vittime. La piaga della clandestinità é grave, ma all’infuori dell’Italia non esiste altra democrazia europea che abbia introdotto leggi tanto eversive. Le ronde anticlandestini sono questo e non altro, sono il prologo alla giustizia fai da te che al colmo dell’escalation puo’ sfociare nel tiro al bersaglio umano. Il problema va affrontato, questo é certo: ma affrontato e gestito senza inefficaci moralismi, ma anche senza demagogici ideologismi elettorali. In questo senso, la doppia bocciatura dei provvedimenti è una novità che fra tante altre cose fa pure ben sperare per la qualità politica del dibattito. Quando sono in giuoco i principi umanitari imperniati sui diritti degli individui , la tutela delle istituzioni e la difesa dello stato laico, si é visto che altre alleanze sono possibili oltre la forza dei numeri, oltre lo steccato del pensiero unico, populista e plebiscitario, "elaborato" fra il Cavaliere e il Senatur nel chiuso delle cene di Arcore. Il partito moderato di massa degli italiani - scrive Repubblica - se esiste davvero, non è ancora e forse non sarà mai il partito dei padani, xenofobi e spaventati. In questo ordine di idee, l ’iniziativa del Pd, che sembrava per alcuni versi persino velleitaria, alla fine é risultata vincente al di la di ogni aspettativa. Ora non resta che perseverare per recuperare il primato che davvero conta, la leadership morale sull’ assolutismo imperante nel Popolo delle libertà.