martedì 16 maggio 2017

Ha prevalso la Francia dell'Illuminismo

di Renzo Balmelli

PROGETTI. Occorre muoversi con cautela sull'onda dell'euforia post-elettorale. Se dopo il netto successo di Macron si inneggia allo scampato pericolo, ciò non significa ancora che per l'UE l'emergenza di stampo neo fascista sia finita. L'inno alla gioia e le bandiere stellate segnano la rivincita dei simboli europei, certo, ma solo di questi fintanto che la svolta non sarà confortata e consolidata da altre, rassicuranti votazioni. Mentre si intrecciano le congetture per riuscire a capire come sarà l'Eliseo del nuovo inquilino, di lui sappiamo con certezza che contende a Napoleone il primato di più giovane “comandante” della Nazione e che con lui ha prevalso la Francia culla dell'Illuminismo. Ma il confronto con la storia ci dice anche che dietro l'angolo può sempre esserci una Waterloo imprevista, capace di vanificare le speranze, i progetti e quindi di non fare nulla, di non riformare nulla. Per Macron il difficile comincia adesso.

TERREMOTO. Nelle urne francesi era in gioco non unicamente la Presidenza, ma il futuro assetto dell'UE di cui Parigi è parte integrante, fondatrice e vitale. Immaginare che un verdetto diverso avrebbe potuto cancellare gli ultimi sessant'anni di pace sancito dai Trattati di Roma era davvero una ipotesi intollerabile. La vittoria di Marine Le Pen a­vrebbe contagiato i populisti di ogni risma e innescato un terremoto a catena addirittura peggiore di quello messo in moto dalla Brexit (e per anglo-sassoni convergenze anche dall'elezione di Trump) con con­seguenze che ancora non sono state messe a fuoco. Colui che ha vinto ha ora enormi responsabilità sia nel provare a placare il malumore che serpeggia in quella parte del Paese, impoverita ed emarginata, che non l'ha sostenuto, sia nel recuperare le lezioni della Storia la quale insegna che lasciando indietro masse di persone arrabbiate di solito il prezzo da pagare è l'avvento di regimi impresentabili.

UN COLPO. Quale governo vedremo dopo il cambio della guardia all'Eliseo si saprà una volta conosciuto l'esito delle legislative di giugno che serviranno a definire gli equilibri usciti dalle presidenziali. Per quello che sarà il primo banco di prova di Macron e che potrebbe rappresentare l'inizio di una nuova era politica, viene da chiedersi se il Partito Socialista riuscirà a farsi sentire oppure se dovrà rassegnarsi a subire un significativo ridimensionamento. Anche altrove, dalla Gran Bretagna dove i conservatori sono in grande spolvero, alla Germania, dove la SP, nonostante l'effetto Schulz, incassa la seconda pensante battuta d'arresto, le prospettive non sono propriamente rosee. Che i partiti tradizionali facciano fatica a proporre le loro ricette non una novità, ma che sull'altro fronte, nonostante la sconfitta, sia il blocco di estrema destra a intercettare il dissenso è un fenomeno che deve preoccupare ben oltre i confini francesi. Insomma, viene da dire, sinistra se ci sei batti un colpo.

DINAMICA. A volte ritornano. O forse non erano mai usciti realmente di scena. Si erano soltanto nascosti dietro le quinte in attesa della prossima chiamata. Tale eventualità si sta verificando in Italia con una dinamica un tantino sospetta proprio quando si cominciano a tratteggiare gli scenari delle elezioni prossime venture. Tra coloro che fino all' altro giorno parevano avversari irriducibili, iniziano scambi di segnali e disponibilità' neppure tanto larvati. Tra Pd, 5 Stelle e l'inossidabile Berlusconi circolano, dopo la riconferma di Renzi, strizzatine d'occhio sulle regole del voto. L'intento è di non regalare il Paese agli incalliti populisti eurofobici, ma la ricerca di una scelta condivisa dovrebbe essere l'occasione per creare governabilità e stabilità e non la solita confusione.

SFIDA. Nel mondo milioni di individui soffrono la fame. Negli Stati Uniti una fetta cospicua della popolazione rischia di trovarsi senza assistenza sanitaria di base in seguito alla cocciutaggine con la quale la Casa Bianca per puro spirito di rivalsa appare determinata a ripudiare la riforma di Obama. Eppure sui giornali, alla televisione, ai congressi proliferano le ricette di cucina e quelle che vantano il fascino e la piacevolezza delle lussuose strutture alberghiere dedite alla cura della salute. Manicaretti, cibo a iosa, massaggi rilassanti, rassodanti, inebrianti fanno da cornice a un universo di privilegiati che i seimila profughi salvati in questi giorni riusciranno a malapena a scorgere da lontano, magari gettando lo sguardo oltre il muro che li divide dal consesso umano. Cibo, malnutrizione, migrazioni, pandemie sono fenomeni strettamente connessi e rappresentano la sfida più importante tra i grandi temi globali da vincere senza indugi. Fa specie che a prevalere sia l'esatto opposto.

GAFFE. Come nella pubblicità di una marca di orologi, alla popolazione britannica si può toccare tutto, ma non la famiglia reale. All'occorrenza saprà resistere anche ai contraccolpi della Brexit, ma delle storie che da tempo immemore circondano la vita di Buckingham Palace non può fare a meno. Il tè delle cinque, i pasticcini dolci e salati e le vicende delle loro maestà sono componenti della quotidianità che ora trovano nuovo e chiacchierato alimento nell' annuncio che il principe Filippo a 96 anni dopo un'esistenza trascorsa all'ombra della Regina, si ritira con imperturbabile aplomb dalla vita pubblica in piena campagna elettorale, proprio quando i reali evitano di fare parlare di se. Che sia questa l'ultima trovata del principe celebre per le sue gaffe politicamente scorrette ma che a quanto pare sembrava divertito a mettere in imbarazzo gli interlocutori è un motivo in più per tenere al caldo il piacere inesausto dei pettegolezzi.

SCANDALO. Deturpata dai rifiuti e dal degrado ambientale, Roma non è mai stata così irriconoscibile. Se quelle viste nelle ultime ore sono le immagini terribili della città che hanno fatto il giro del mondo – e purtroppo lo sono senza trucchi e senza inganno – nessuno può proclamarsi innocente. Né chi c' era prima e non ha fatto ciò che andava fatto per ovviare a guasti di tale dimensione, né chi c'è adesso e anziché reagire si arrampica sugli specchi per difendere l'indifendibile. E nessuno, sia nell'urbe che nella regione, è mai stato né prima né ora al suo posto, all' altezza del proprio mandato di amministratore se invece di porre fine allo scempio ci si ostina in sterili baruffe per il rimpallo delle responsabilità. Lo scandalo lambisce pure il governo che non può permettersi di avere come capitale una città lordata dal pattume e dai cassonetti maleodoranti che ammorbano l'aria. Roma è la caput mundi dell'arte, della storia e di uno straordinario patrimonio archeologico che richiamano milioni di turisti e che oggi assiste impotente al suo lento naufragio. Dovrebbero vergognarsi tutti coloro che la stanno mandando in rovina a causa di colpevoli inadempienze, condannandola alla stessa sorte che segnò il declino dell'impero romano, minato dall'ozio e dai giochi di potere. Roma tanto bella e tanto sporca sta vivendo l'ennesima tragedia della sua sublime e tormentata eternità.

martedì 9 maggio 2017

A quando una sinistra all'altezza delle aspettative?

di Renzo Balmelli 

CIRCOSTANZE. Che piccolo capolavoro quel "vengo dopo il Pd" cesellato da un arguto titolista per inquadrare con garbata ironia la conclusione delle primarie e delle loro ricadute sul governo. In esso, sulla falsariga del "vengo dopo il Tg" di Renzo Arbore, a suo tempo specchio di un Paese che cercava e tuttora cerca risposte, si conden­sa­no i patemi d'animo dei votanti. Ad ogni passaggio le primarie via via si sono trasformate nel Pd di Renzi, in quello di Orlando, di Emiliano, nel Pd delle presunte rivincite, del mal di pancia, del Nazareno bis e infine del Pd che appunto verrà dopo. Ma come? Molto dipende da come il carro del vincitore riuscirà a reggere ai non improbabili sobbalzi dell'ultima ora di chi vuole salire e chi vuole scendere a seconda delle circostanze. Auspicabile sarebbe un programma di sinistra all'altezza delle aspettative. Sinistra di fatto, non solo di parole!

ERETICO. Ha sfidato le regole del viver sano e quelle non meno impervie di comunista eretico arrivando alla bella età di 86 anni. Era quasi impossibile incontrare Valentino Parlato, scomparso l'altro ieri, senza una delle sue ottanta sigarette giornaliere. Non meno impenitente è stata la sua difficoltà' a convivere con l'ortodossia ufficiale che lo portò' a dare vita alla " rivoluzione non russa" confluita nel Manifesto e in seguito alla quale venne radiato dal Pci. Straordinaria figura di intellettuale, ha dato alla cultura un contributo di grande spessore grazie anche un "parterre de roi" comprendente Rossana Rossanda, Pintor, Natoli, Luciana Castellina. Una scuola di pensiero che fra le tante cose verrà ricordata per il titolo "Praga è sola" all' indomani dell'invasione sovietica che sancì la rottura definitiva con Mosca. Memore di tante battaglie se n'è andato con un velo di malinconia per come vanno le cose nella sinistra.

INSIDIE. Pensare che i raid dell'ultra destra come quello di Milano in occasione del 25 aprile siano soltanto un rigurgito di sentimenti nostalgici potrebbe essere fuorviante. Per valutare le insidie che si celano dietro siffatte provocazione occorre indagare sui collegamenti delle destre europee a volte ambigue in questi giorni nei confronti delle iniziative neofasciste. Basta leggere d' altronde gli insulti rivolti a Laura Boldrini dopo la sua esplicita condanna dell'adunata milanese, per vedere con quanta facilità si possono irridere e aggirare le disposizioni dello Stato e calpestare i valori della Resistenza. Sul brutto passato che ritorna ci sono forze che speculano alla grande sguazzando tra le pieghe di una politica sempre più' rissosa, incartata e disattenta.

SFIDA. In Italia "finire a tarallucci e vino" è' un modo di dire entrato nel linguaggio comune per indicare la conclusione pacifica di una ver­tenza. Talvolta può avere un significato negativo. In Francia alla vigilia del cruciale ballottaggio di domenica i soliti buontemponi attivi su Fa­cebook hanno lanciato invece la sfida tra i maccheroni di Macron e le penne di Marine Le Pen. Diventato subito virale, l'italico acco­stamento gastronomico tra le specialità importate a corte da Caterina de Medici, ha dato una nota "gustosa" alla sfida a volte velenosa per l'Eliseo repubblicano. Sfida già decisa secondo i sondaggi, che si stanno prendendo la loro rivincita, ma da seguire con la massima attenzione per l'importanza della posta in palio che riguarda tutti noi. La partita che si apre a Parigi e in Europa ovviamente non può' finire a tarallucci e vino con chi frequenta relazioni pericolose, nella convinzione che "ieri", uno "ieri" pieno di anni bui, significhi "domani".

PRESAGI. A volte ritornano. E visti i tempi che corrono non è un ma­le. Anzi. Mentre Trump doppia il capo dei primi cento giorni iniziati malamente e proseguiti tra confusione e nervosismi, la voce di Obama torna a farsi sentire nella desolazione politica di Washington. Più che un vero e proprio come back sulla scena pubblica, è piuttosto una boc­cata d'aria fresca condita da battute, tipo: "Che cosa è successo mentre ero via?". La sua riapparizione potrebbe essere l'inizio di una nuova car­riera in veste di maître a penser della prossima generazione del Par­tito democratico, capace di opporre una alternativa credibile alla marea montante del populismo in tutte le salse. Se ne avverte l'esigen­za, negli Stati Uniti come in Europa e nel mondo, dove sotto la spinta di una ide­ologia irridente ed estrema soffiano venti carichi di brutti presagi.

martedì 2 maggio 2017

Più facile a dirsi che a fare

di Renzo Balmelli

 

SIPARIO. Come una gran dama un po' stanca dei tanti ruoli interpretati sulle scene della Comedie francaise la “gauche” si accomiata dai suoi elettori, ma non dalla storia, in attesa di tempi migliori. Esclusa dal ballottaggio per cedere il passo a volti nuovi e proposte inedite (ma lo saranno davvero?), rattrista vedere una delle figure più' significative della République sparire dietro le quinte mentre si abbassa il sipario su un periodo segnato dalla confusione e dall'incertezza. Immaginare la Francia senza la sinistra che abbiamo amato e che tanto ha dato al Paese in termini di uomini e d'idee, fa male al cuore. Le ragioni della “disfatta” morale sono molteplici e ora spetterà agli eredi di una grande tradizione culturale oltre che politica il compito non facile di ritrovare lo slancio perduto riportandosi all'insegnamento di Mitterrand, il federatore per eccellenza che tanto è mancato ai socialisti. Più facile a dirsi che a fare.

 

INCOGNITE. Emanuel Macron è in testa, ma non ha ancora vinto. Marine Le Pen è seconda, ma non ha ancora perso. L'astro nascente dietro il quale si intravvedono i contorni di una nuova Francia e di una nuova Europa, è “En Marche” verso l' Eliseo, come suggerisce il nome del suo movimento trasversale cresciuto dal nulla, e non dovrebbe sudare le proverbiali sette camicie per superare l' ultimo gradino, che in francese si dice appunto “marche”. Ma le sorprese, anzi i disastri irreparabili dell'ultima ora non sono da escludere, tanto più che dietro la capofila dell'estrema destra xenofoba ed eurofobica si agita una marea indistinta che della Le Pen condivide le visioni esasperate della società ed è pronta a vendere cara la pelle, magari a costo di alleanze contro natura. Anche perché presto bisognerà fare i conti con le legislative che si preannunciano cariche di incognite

 

FRONTE. "L' Europa ha tirato un sospiro di sollievo", si poteva leggere nei commenti apparsi dopo il primo turno delle presidenziali francesi. Ma fino a quando? Se Parigi può avvalersi del Fronte Repub­blicano, la creatura tutta francese che si ricompatta quando incombono le minacce eversive, ciò non significa che altrove tali pericoli siano scomparsi. Al solo pensiero che in Germania l'ultra destra di Frau Petry riesca a esprimere un dirigenza addirittura più radicale dell'originale, si capisce che occorre stare in guardia e non abbassare le difese. Gli applausi venuti anche dall'Italia per incoraggiare Madame Le Pen sono un indizio che deve fare riflettere in vista delle prossime, delicate scadenze elettorali che avranno quale Leitmotv lo scontro drammatico tra “sovranismo” e la scuola del pensiero europeo ed europeista tramandata dai padri fondatori, sulla quale già' incombe, come un monolitico macigno, l'azzardo della Brexit.

 

BOMBA. "C' ero prima io. No io!" Se non fosse preoccupante, sarebbe tutta da ridere l'infantile corsa ingaggiata da Trump e Putin per essere i primi a salire sul carro di Erdogan, vincitore seppure per un soffio del referendum costituzionale. Queste schermaglie diplomatiche a suon di comunicati la dicono lunga sugli schiacciasassi che pretendono di tenere in mano le sorti del mondo senza curarsi delle ricadute per tutta l'umanità. Uno scaglia la madre di tutte le bombe, l'altro insegue mire imperialiste, il terzo punta a vincere un nuovo referendum sulla pena di morte che dovrebbe essergli più favorevole. Viviamo un'epoca in cui fantocci di ogni risma si trastullano come se niente fosse con gli ordigni nucleari e in cui narcisismo, notizie false e inquietanti travisamenti della realtà stanno erodendo i pilastri sui quali è stata costruita la democrazia, col rischio di lasciarsi alle spalle cumuli di macerie. Ma per i signori del potere sembrano essere solo dettagli trascurabili della storia.

 

ABBANDONO. Ci risiamo. Nonostante le esternazioni del leader leghista che si ostina ad accreditarsi nelle vesti di salvatore della Patria e di nemico dell'Europa, Italia perde pezzi e “regala” parte delle sue forze migliori alle nazioni del Nord che sono ben liete di accoglierle. Per quanto non nuovo, il fenomeno migratorio dal Sud sta conoscendo una nuova impennata che non è soltanto il frutto di una libera scelta, ma anche della difficoltà di trovare sbocchi professionali a casa pro propria. A colpire è il fatto che la nuova emigrazione sia composta in gran parte di laureati molto apprezzati e preparati, per i quali lo Stato ha investito miliardi nella formazione. Non di rado l'abbandono coincide con una scelta di vita definitiva, a una fuga di cervelli che priva il Paese d'origine di accademici che ora investono il loro sapere altrove. Ma per lo meno grazie alla libera circolazione le risorse non vanno sprecate.

martedì 18 aprile 2017

Epoca di dissolte e convulse certezze

di Renzo Balmelli

NOTTE. In tempi calamitosi come questi, uno Snoopy dei nostri giorni, come al suo solito inchiodato davanti all'incipt più famoso nella storia dei fumetti, direbbe che ci attende una lunga notte buia e tempestosa. A bloccarlo tuttavia questa volta non sarebbe l'ansia della pagina bianca, bensì l'incubo di non riuscire, lui come tutti noi, a immaginare cosa potrebbero riservarci i futuri assetti geo politici in mano a leader poco rassicuranti quali dimostrano di essere Trump, Assad e Putin che se ne contendono la spartizione quasi fossero gli unici a bordo. Mondo bipolare, tripolare o multipolare, il disordine internazionale non è una novità. Soltanto che, rispetto ad altre situazioni, la differenza è che oggi sono in circolazione qualcosa come ventimila testate nucleari in grado di sprofondarci non solo in una lunga notte buia e tempestosa, ma infinita, quale ultimo capitolo di un'epoca di dissolte e convulse certezze.

RUGGITI. Molti si chiedono se il bellicoso balletto inscenato dalle grandi potenze con la complicità di comprimari di seconda fila, ma non per questo meno insidiosi, sia soltanto una esibizione muscolare op­pu­re il preludio a scontri di ben altra natura. Un po' come accade con i ma­schi del branco che per delimitare il territorio prima di attaccare emettono ruggiti spaventosi. In questo contesto il caso più emble­ma­tico, dopo il dramma siriano, è rappresentato dalla partita a scacchi che si sta giocando nel Pacifico tra Washington e Pyongyang. Vi è da spe­rare che quello di Trump sia solo un bluff seppure ad altissimo rischio. Basterebbe infatti un banale incidente per offrire pretesti a iosa al par­tito della guerra che nella Corea del Nord surriscalda gli animi e al­l'in­terno dell'amministrazione americana sta riportando indietro le lancette della storia. Come la prima degli anni cinquanta, una seconda guerra di Corea nell'era atomica avrebbe conseguenze devastanti tanto da poter affermare che, se non si corre ai ripari, da diversi decenni la pace nel mondo non è mai stata così a rischio.

SPERANZA. Come nel pentolone in cui ribollono tutti gli intrugli del­la strega cattiva, la drammatica cronaca degli ultimi eventi, tra mano­vre navali, minacce di ogni tipo, bombardamenti, armi chimiche, at­ten­ta­ti, evidenzia come il mondo stia correndo sul filo del rasoio. In que­sto inquietante, cacofonico, stridente concerto che il Papa ha definito la “terza guerra mondiale a pezzi” si fatica a però a sentire la voce del­l'Eu­ropa che da l'impressione di stare a guardare, incapace persino di par­lare. Eppure sarebbe compito proprio del Vecchio Continente, da secoli modello di civiltà, cogliere l'attimo per lanciare un forte mes­sag­gio ai regimi che mettono a repentaglio l'incolumità della gente. Già sessant'anni fa l'Europa compiva un passo decisivo per non più farsi la guerra. La valenza morale di un simile passo sarebbe fondamentale per mostrare all' umanità che esiste ancora l'altro volto della speranza, per il quale vale la pena resistere e lottare con le armi della ragione.

OBBIETTIVI. Se la diplomazia europea dà l'impressione di muoversi in ordine sparso proprio come in questi giorni in cui tira vento di burrasca, qualche ragione ci sarà. Anzi, più di una. Disincanto, scarsa fiducia reciproca, legami sempre più sfilacciati con l'eredità dei padri fondatori formano un reticolo pregiudiziale teso a indebolire se non addirittura cancellare i così detti "acquis comunitari", ossia l'insieme dei doveri, dei diritti e degli obbiettivi che accomunano i Paesi membri dell'UE. La Brexit ispirata dalla formula nota come “cherry pickers”, ossia prendere solo ciò che ci aggrada, ne è un classico esempio negativo. L'altra minaccia, più insidiosa, è rappresentata dall'azione corrosiva degli schieramenti eurofobici e xenofobi capaci di provocare disastri immani se dovesse andare persa la scommessa di ripensare l'Europa.

MONITO. Laddove proliferano le destre ultra nazionaliste bisogna sempre aspettarsi qualcosa di più e di peggio quando si va a rovistare con mano pesante nel passato che non passa. E sono guai. La foga con la quale Marine Le Pen, candidata all'Eliseo ben messa nei sondaggi, ha cercato di assolvere la Francia sul rastrellamento e la deportazione degli Ebrei ha avuto l'effetto di un pugno allo stomaco che potrebbe costarle caro. Come dimenticare infatti che al parigino Velodromo d'inverno venne scritta una delle pagine più vergognose del pur vergognoso regime di Vichy. Il tentativo rozzo e strumentale di riscrivere la storia dimostra tuttavia quali frutti bacati possa dare il revisionismo. A trent'anni dalla morte di Primo Levi, testimone degli orrori nel lager nazista e per tutta la vita in lotta contro l'oblio, è più che mai attuale il suo monito rivolto a chi pensa di avere chiuso i conti con il male assoluto. "E avvenuto – ha scritto l'autore torinese – quindi può accadere di nuovo". Meditate gente, meditate!

INGIUSTIZIA. Non sono le prime e purtroppo non saranno neppure le ultime. Col cuore in tumulto ci ribelliamo davanti alle immagini della terribile siccità che devasta la Somalia e minaccia l'esistenza di migliaia di persone in uno dei paesi africani più poveri al mondo. Per vincere lo scoramento e il senso di impotenza di fronte a certe situazioni incancrenite, non potendo fare altro ci affidiamo all'obolo caritatevole nella speranza di lenire almeno le sofferenze più acute e di contribuire a salvare una vita. Ma quanto accade in questa regione, depredata senza scrupoli, è il risultato di sciagurate politiche che hanno lasciato in eredità carestie, terrorismo e instabilità politiche difficilissime da rimuovere, così come non si è ancora riusciti a debellare la fame endemica che colpisce 800 milioni di persone, private dei necessari mezzi di sussistenza per condurre una vita sana e attiva. Pensando ai miliardi sperperati nella folle corsa agli armamenti cresce la rabbia all'idea di quanto cose si potrebbero fare per dare sollievo alle popolazioni denutrite anche solo con un paio di missili in meno.

DANNO. Non appena si è diffusa la notizia che la vicenda in cui è stato coinvolto il padre di Renzi potrebbe essere la conseguenza di una bufala giudiziaria, è iniziata sui giornali e nei salotti televisivi una gara piuttosto singolare per stabilire chi ha più diritto degli altri all'indennizzo per i torti subiti. Per Berlusconi che si ritiene perseguitato dalle toghe rosse, i suoi chiedono l'immediato risarcimento morale e la pubblica riabilitazione di fronte alla nazione. Sull'altro fronte si stigmatizza l'uso spregiudicato della giustizia – uguale per tutti ma per taluni un po' più uguale – in modo da colpire il padre per pugnalare il figlio. Stranamente tuttavia nessuno, occupato in primis tutelare il proprio orticello, riflette sul danno d'immagine che tutto ciò, tra falsi e insinuazioni, causa ai sentimenti del cittadino probo e onesto a sua volta travolto dalla bufera piombata sulle istituzioni nelle quali avere fiducia, ma ora messe a mal partito.

SPUNTO. Galeotta fu la canotta. Sarebbe risultata gradita a Totò l'esibizione del candidato alla segreteria de Pd che si è presentato con l'indumento già collaudato da altri, noti esponenti politici per apparire “umano” e non ingessato nel solito abito di circostanza. Al principe della risata, di cui ricorre il cinquantenario della morte, la scelta di Michele Emiliano in ospedale per la rottura di un tendine, avrebbe suggerito svariate analogie con il suo mitico "vota Antonio, vota Antonio", uno dei personaggi indimenticabili e così ricchi di umanità usciti dalla fantasia e dall'inventiva del grande, grandissimo artista. Pezzo forte di Antonio de Curtis, primo nome di una chilometrica biografia, è stata appunto la capacità di saper cogliere gli aspetti minuti, divertenti, ma anche tristi e dolorosi dell'esistenza che fanno di lui uno dei maggiori interpreti italiani del Novecento. Di sicuro quindi non gli sarebbe sfuggito lo spunto ammiccante della canotta grazie alle sue qualità, uniche nel loro genere, ancora oggi tanto amate dal pubblico.

martedì 11 aprile 2017

Strategie disumane

di Renzo Balmelli

ORRORE. Negli occhi stravolti dei bimbi siriani martoriati dal gas ner­vino, in quei loro corpicini stremati dallo sforzo di continuare a re­spirare, si rispecchia l'orrore senza fine di una guerra consumata al ri­paro da sguardi indiscreti in nome di bacate e disumane strategie. Una guerra assurda, pazzesca, come assurde e pazzesche sono tutte le guer­re, che dura ormai da oltre sei anni e che sta segnando attraverso il ri­corso al gas Sarin già usato dai nazisti, uno dei punti più bassi e più atroci della follia umana al servizio della prevaricazione e del potere. E come se non bastassero a scuoterci dall'indifferenza, le immagini di quel­la sperduta provincia siriana, centro nevralgico di atrocità spa­ven­tose, ecco che ad aggiungere orrore all'orrore ci pensano le tediose, stru­mentali e quindi tanto crudeli quanto insensate speculazioni sul rimpallo delle responsabilità per una tragedia umanitaria, oltre che di­plomatica, in cui nessuno può proclamarsi innocente. Martoriato dalle telluriche convulsioni del regime di Damasco rese possibili da un rete di complicità inaudite e inconfessabili il Medio oriente, ostaggio del terrorismo jihadista, sta precipitando in un buco nero in cui è andato perso anche l' ultimo barlume della ragione. E che nella sua demoniaca disgregazione potrebbe trascinare il mondo intero.

COLONNE. Tutto si poteva supporre dal ritorno allo splendido iso­la­zionismo del Regno Unito, ma non che la Brexit tra le tante e fragorose scosse di assestamento, avrebbe finito col fare tremare nientemeno che le colonne d' Ercole. Ovvero il baluardo invalicabile che secondo la mi­­tologia segnava nello specchio > di mare dove sorge Gibilterra i li­mi­ti estremi del mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mor­tali. Invece è successo. Quando si scuote la storia come sta facendo il referendum britannico per il divorzio dall'UE può accadere di tutto. Con ricadute tanto pesanti da far volare piatti , coltelli e dichiarazioni bellicose tra Londra e Madrid a proposito delle sovranità del territorio che riapre un contenzioso mai veramente risolto nonostante i trattati internazionali. Quanto questo aspetto del voto rimasto finora scono­sciuto possa riaccendere nuove fiammate di nazionalismo è un inter­ro­gativo fonte di comprensibili inquietudini per gli abitanti della Rocca, un po' spagnoli, un po' inglesi, che temono di restare strangolati dalla caduta del mito. E pensare che i negoziati per la Brexit non sono nem­meno cominciati.

SCHELETRI. A un certo punto di un suo famoso romanzo, Somerset Maugham scrive che "l'ipocrisia è il vizio più difficoltoso e snervante che un uomo possa coltivare; richiede una vigilanza continua e una rara abnegazione". Vivesse ai nostri tempi, il grande autore inglese avrebbe più di un motivo valido per vedere confermata l'esattezza della sua af­fermazione. Per rendersene conto basterebbe misurare il "carico da un­di­ci" col quale certi ambienti politici si danno da fare senza sosta per ammantare di considerazioni pseudo-filosofiche le ipocrite iniziative editoriali tese a conferire una patina di rispettabilità al passato che non passa e nel contempo a delegittimare, con martellante e inquietante in­si­stenza, sia la Resistenza che l'imminente 25 aprile. Quel salto al­l'in­dietro costruito con sapiente e ambigua intenzione da chi tiene i fili del dilagante populismo di destra dà ragione a Somerset Maugham che non a caso ha intitolato il suo capolavoro Lo scheletro nell'armadio (Adel­phi).

PREGIUDIZI. Non c'è soltanto Trump a vellicare gli istinti più riposti con iniziative tese a rendere più difficile la libera circolazione degli uo­mini e delle idee sancita dalla Dichiarazione di Helsinki. Magari sono in pochi a ricordarsi di quella famosa conferenza che a metà degli anni settanta del secolo scorso fissò i punti nevralgici della cooperazione e la sicurezza in Europa, e non solo. Sono tanti invece a fingere che non sia mai esistita e ad aggirarla con provvedimenti sempre più restrittivi. Se il tycoon medita ora di imporre oltre ai dazi assurde tagliole ai turi­sti in provenienza dall'Europa, non meno pedanteschi appaiono i prov­ve­dimenti di stampo leghista che penalizzano i frontalieri al confine italo-svizzero con la chiusura di alcuni valichi e l'obbligo del casellario giudiziario , quasi fossero criminali e non onesti e indispensabili lavo­ra­tori per l'economia locale. Con i muri che hanno imitatori un po' ovun­que non si innaffiano i fiori, ma si concimano i pregiudizi!

SEGNALE. Quando è circolata la prima foto, invero un po' sfocata, del presunto attentatore responsabile della strage nella metropolitana di San Pietroburgo, ha fatto una certa impressione la sua rassomiglianza con certi personaggi che ci sono stati tramandati dalla letteratura russa. Con il copricapo rotondo, la lunga barba e un nero pastrano, quell'im­ma­gine non mancava di evocare certi figuri alla Rasputin che si aggira­vano alla corte degli zar nella città dove “delitto e castigo” marciavano di pari passo. Già allora attentatori e dinamitardi tramavano contro il potere, esattamente come evidenzia l'attentato di alcuni giorni fa che è un chiaro segnale intimidatorio nei confronti dell'attuale uomo forte del Cremlino. Dal­l'indipendentismo locale alla rete internazionale del­l'e­ver­sione di matrice islamista la Russia di Putin, non di rado paragonato a un novello zar, tra minacce vere, crisi geopolitiche e repressioni sta affrontando in un clima di manifesto disagio la prova più difficile del post-comunismo, nel momento in cui molto spesso le manifestazioni di protesta coincidono con atti terroristici.

CROLLO. I populisti tedeschi stanno perdendo terreno. Come nella vecchia canzone, piange Frauke Petry, e ora se la sogna la popolarità da capogiro che alla sua prima, frastornante apparizione da leader del­l'estrema destra dalla “faccia pulita” lasciò esterrefatta non soltanto la Germania. Ma le ideologie bacate non sono eterne. Così com'era stata folgorante l'ascesa della leader della Alternative fuer Deutschland sul­l'onda del livore anti-immigrati, altrettanto rapido è stato il crollo che ne ha dimezzato il consenso e consegnato l'AfD agli esponenti se pos­sibile ancor più estremisti dell'impresentabile schieramento. Dalla di­scesa in campo di Schulz, con il suo forte accento sui temi sociali, e con la ricandidatura della Merkel, il baricentro politico della Repub­bli­ca federale, dopo qualche sbandamento, ha ritrovato il suo equilibrio ponendosi in controtendenza rispetto, per esempio, alla Francia, che ben presto andrà alle urne e dove gli eurofobici puntano alla fine del­l'UE. A meno che l'esempio di Berlino non faccia scuola anche sotto la Torre Eiffel. Speriamo!