lunedì 23 giugno 2014

Iraq: Caporetto dello stato

Se mai servisse ancora una prova di

quanto insensata sia la guerra…

di Renzo Balmelli

CAPORETTO. Se mai servisse ancora una prova di quanto insensata sia la guerra, l'Iraq ne è la dimostrazione inoppugnabile. Costruita sulla menzogna, la menzogna delle armi di distruzione di massa, ancora oggi se ne misurano le fatali conseguenze: anziché la democrazia e la stabilità, in quella martoriata regione per ora vince il terrore, perde l'occidente ed a Bagdad si delinea la Caporetto delle autorità civili. Ne sa qualcosa d'altronde il presidente Obama che si è dato da fare per archiviare la sciagurata politica di Bush muovendosi sul terreno del negoziato e della pacificazione. I margini di manovra della Casa Bianca tuttavia sono esigui, tanto da pensare, per evitare il peggio, a una delicata manovra diplomatica con l'Iran, improponibile fino a ieri, pur sapendo di giocare una carta tanto difficile quanto scomoda.

CASTE. Con le elezioni l'India ha voltato pagina, ma l'opinione pubblica si chiede se il nuovo governo del fondamentalista Narendra Modi avrà la capacità di cancellare la vergogna del femminicidio che fa notizia con le sue orribili storie di stupri e violenze. Letterata e militante, la famosa romanziera e battagliera saggista Arundhati Roy nel presentare il suo nuovo libro giunge alla conclusione che il suo Paese non riuscirà a liberarsi tanto presto dalla lacerante contraddizione tra la non violenza gandhiana e la prevaricazione sanguinosa, se prima non sconfiggerà il suo grande nemico interno rappresentato dal sistema delle caste. Perché le violenze sulle donne - annota la scrittrice - nascono da li, così come le peggiori ingiustizie, frutto di un cultura dura a morire.

DIVERSITA'. Col film "Good Night and Good Luck", dedicato al giornalista televisivo Edward Murrow, figura storica della lotta al maccartismo, George Clooney si era guadagnato un posto nella schiera dei registi "liberal" che operano a Hollywood. Forte di questa garanzia, che ha risvegliato l'interesse degli strateghi democratici, attorno all'ex scapolo d'oro del cinema si va delineando un programma di lungo respiro che punta sulla diversità e sul cambiamento prima con le Presidenziali del 2016 e poi alla carica di governatore della California che in Clooney vede appunto un candidato credibile e ideale. Per la prima volta una donna, Hillary Clinton, alla Casa Bianca, un vice inedito, Julian Castro, esponente della forte comunità ispanica e in scia un attore di fama: nel partito della sinistra, muovendosi con tempismo , il confronto coi repubblicani, a corto di idee e di personalità , è ormai lanciato.

BRIVIDO. Da allora son trascorsi 74 anni, ma rivedendolo oggi nella versione restaurata dell'Istituto Luce, il discorso del duce che annunciava l'entrata in guerra dell'Italia conserva intatta tutta la sua sconfinata, rovinosa e contagiosa follia. Ancora si avverte un brivido gelido correre lungo la schiena per la drammatica svolta che avrebbe cambiato la storia del Paese. Colpisce, nel filmato, la " mostruosa" abilità della propaganda nel costruire la narrazione iconica del fascismo unita alla precisa regia nell'enfatizzare la postura di Mussolini, mascella protesa, mani sul cinturone, mentre parla di vittoria con la foga di un piazzista della bugia. Molti gli credettero e in quel caldo pomeriggio di giugno un popolo venne incamminato verso la rovina. Un giudizio storico che difficilmente potrà essere smentito.

INCULTURA. Nella mente dei nostalgici incalliti frulla ancora da qualche parte come un residuo di passate e assurde visioni, la tentazione mai del tutto rimossa, di "spezzare le redini alla perfida Albione". Se n'è assaporato l'amaro retrogusto negli astrusi giudizi sugli inglesi che una " eminente" personalità romana , un tempo ministro di FI, ha affidato a twitter dopo la vittoria dell'Italia ai mondiali di calcio. Ne è seguita una baraonda di pesanti improperi in libera e rovinosa uscita che ha indignato la Rete . Tra i vari commenti, uno coglie perfettamente nel segno: la destra, perlomeno la destra di quel tipo, " muore perché priva di cultura". Oltre alla figura di pessimo gusto, l'improvvida uscita è stata una imperdonabile caduta di stile, conferma appunto di incultura.

 

giovedì 12 giugno 2014

MOSE di Venezia

BEFFA. C'è un mare di rassegnazione nel profondo scoramento che ha colto l'Italia allo scoppio degli ennesimi casi di malversazione in due settori sensibili quali l'EXPO di Milano e l'ardimentoso MOSE di Venezia. Su uno sfondo di delusione e di sfiducia s'intuisce di primo acchito quanto la corruzione pesi sull'animo dei cittadini e quanto continuerà a pesare senza una risposta convincente della politica. Ma finora al di la delle solite parole di circostanza (bancarotta etica e morale, riscrivere le regole, fermezza con chi sbaglia) già sentite e risentite fin dai tempi di Tangentopoli, nulla lascia presagire che l'odioso fenomeno della mazzetta, fonte di tanti guai per la Nazione, possa essere debellato a breve giro di posta. Se poi l'ex degli ex assegnato ai servizi sociali afferma che la corruzione è intollerabile, cascano le braccia. Poiché una frase simile detta da quel signore ha l'amaro sapore della beffa!

INFEDELTA'. Come in Europa, anche in Italia il populismo, che sembrava al tappeto dopo la batosta elettorale, resta ancora in grado di rallentare il progresso della società. Dai ballottaggi escono, infatti, dati che oltre a frenare, seppure in misura ridotta, l'onda del Pd, testimoniano come il qualunquismo di destra, ancorché litigioso, sia tutt'altro che inesistente. Nel giro di tre settimane il quadro che emerge rispetto a quello delle urne europee evidenzia una situazione non priva di rischi che sommata all'astensione solleva non pochi e legittimi interrogativi. Ma d'altronde era prevedibile: tra corrotti che si proclamano innocenti e partiti che giocano a scaricabarile capita che i cittadini, ormai stanchi, scoprano l'infedeltà elettorale e che la democrazia vada in affanno. Purché non si avveri lo slogan della nostalgica senatrice di FI, che esorta a inchinarsi al fascismo. Che tristezza!

GRIMALDELLO. Nella Confederazione elvetica il Ticino è terra d'elezione per l'italiano che vi viene parlato da secoli. Questa peculiarità fa sì che il meridione della Svizzera si distingua dalle altre regioni per lo stretto legame culturale con il suo vicino del sud. Ma da un po`di tempo, proprio mentre l'idioma di Dante non se la passa tanto bene nella patria di Tell, il clima intossicato che in questo cantone si è creato nei rapporti con l'Italia è motivo di serie preoccupazioni. Tale deriva è il frutto della scriteriata propaganda messa in campo da certi movimenti di stampo leghista che la usano senza ritegno come un vero e proprio grimaldello elettorale. Tutto ciò, però, getta un'ombra sulla sorte della terza lingua nazionale che se già vacilla nella culla della latinità elvetica, non troverà certo la strada spianata quando si tratterà di tutelarla e difenderla a livello federale dall'incontenibile avanzata dell'inglese nelle scuole e in altri campi.

PISTOLA. Alla faccia dei suoi detrattori che da tempo sperano di fargli un funerale politico di prima classe, Obama non deflette dai suoi principi e li ribadisce in Normandia. Nel ricordo dei quasi diecimila soldati americani caduti su quelle spiagge per liberare l'Europa dall'oppressione nazifascista, il capo della Casa Bianca traccia appunto una netta linea dii demarcazione tra forze di conquista e quelle di liberazione , com'erano infatti quelle impegnate nello sbarco. Nel contempo però rifiuta ogni intervento in cui si debbano posare scarponi chiodati sulla terra. Quando mancano due anni alle presidenziali del 2016 sarà questo uno dei capisaldi della politica votata al negoziato che il primo presidente di colore intende tramandare ai suoi successori. Di giovani americani tornati a casa in una bara avvolta dalla bandiera stelle e strisce ce ne sono già stati fin troppi nell'illusione che la pace fosse possibile soltanto con una pistola fumante.

SUCCESSIONE. L'Europa che non piace nemmeno ai suoi più strenui fautori, è quella che si dipana in questi giorni davanti ai nostri occhi, litigiosa e impegnata in un duro braccio di ferro per la successione di Barroso. Che la carica di Presidente della Commissione, che fu già di Prodi, sia di primo piano nessuno lo contesta; si tratta del governo dell'UE. Ma le manovre dietro le quinte non fanno che accreditare l'impressione, oltremodo sbagliata, di una nomina ottenuta senza esclusione di colpi tra le capitali che più contano, lasciando agli altri il solo ruolo di spettatore. Tutto olio che cola per i Le Pen, padre e figlia, che fingono di litigare, ma continuano a scavare nel fango degli istinti meno nobili. Se invece "l'europremier" venisse scelto democraticamente dagli elettori come si fa coi deputati al Parlamento di Strasburgo, i 27 renderebbero un servizio impagabile alla solidità e la credibilità della casa comune.

 

martedì 3 giugno 2014

Ora cinque anni per salvare l’Europa

di Renzo Balmelli

SHOCK. Alla fine del combattuto passaggio elettorale l'Europa non ha subito la paventata sconfitta irreparabile che sembrava delinearsi sui fondali dell'ostracismo e del livore rancoroso, come invece avrebbero tanto desiderato le malefiche Cassandre che si auguravano la morte dell'UE dentro l'urna. Urna che in questo caso aveva un evidente doppio significato. Ma lo shock c'è stato, inutile negarlo, e ora per risollevarsi dall'avanzata dei populisti, visceralmente ostili alla costruzione comunitaria, l'Unione è condannata a vincere e consolidarsi muovendosi senza indugi nel solco dei sogni genuinamente europeisti dei Padri fondatori. Per farlo avrà a disposizione cinque anni di tempo durante i quali dovrà dare fondo a tutte le sue risorse etiche, morali, culturali ed economiche al fine di dimostrare quanto sia insensato e anti storico lo splendido isolamento britannico, ma soprattutto quanto sia insopportabile la macchia nera che, molto peggio di quanto è accaduto oltre Manica, deturpa l'immagine della Francia, culla dei lumi e della fratellanza. Quel voto sconvolgente, che scatena l'avidità del Front National deciso a scalare l'Eliseo e ad imporre un sistema retrogrado, infatti non segna soltanto la rivolta rabbiosa degli euroscettici, ma indica qualcosa di molto più inquietante. Nella sua virulenza sciovinista il verdetto di una larga maggioranza di francesi riesuma le pagine più tristi e vergognose nella storia recente di questa grande Nazione che in un momento di crisi e di sconforto pare abbia dimenticato la sua dolce Marianne preferendogli la meno allegorica Marine.

DEMOCRAZIA. Adesso l'essenziale è che l'UE non faccia la stessa fine delle "anime morte" di Gogol, ma che la sua anima, andata persa in quella che non sempre a torto è stata percepita come la soffocante burocrazia di Bruxelles, la ritrovi in fretta per proseguire il suo cammino senza cadere in preda al disincanto. Se fossero gli scettici a dettare l'agenda politica, per le generazioni future si aprirebbe una voragine piena di incognite. Occorre dunque fermare la deriva populista prima che diventi uno tsunami e sfoci in una situazione estrema che fa gridare all'orrore già al solo pensiero che tre neonazisti, eredi di una ideologia bacata, andranno a occupare i banchi del Parlamento di Strasburgo. Lo sforzo maggiore sarà di riportare la democrazia dentro l'Europa, ma avendo l'accortezza di non trascinare nelle istituzioni votate al bene comune dei 27 le beghe, le meschinità, gli intrallazzi e le insulse ripicche delle parrocchie nazionaliste che spesso hanno frenato l'attuazione di programmi a largo respiro e condivisi per il rilancio della crescita e dell'occupazione, più necessario che mai. Sono in gioco, non dimentichiamolo, settant'anni di pace e molti altri a venire.

PROMESSA. Verrebbe quasi da dire: incredibile, ma vero. A bocce ferme il riformismo italiano, più volte paralizzato dall'infausto ventennio berlusconiano, potrebbe diventare un punto di riferimento e un laboratorio per l'Europa turbata dagli estremismi e in cerca di una nuova identità. Non fa ombra di dubbio, in effetti, che il trionfo del Pd, in pratica quasi un monocolore rinforzato dai dati delle regionali in Abruzzo e Piemonte, rappresenti un segnale in controtendenza di cui si dovrà tenere conto quale stimolante risposta agli euroscettici mentre l'Italia si accinge ad assumere la presidenza di turno dell'UE nel delicato clima post-elettorale. Ad ogni buon conto, comunque lo si valuti, nell'ora del giudizio il Bel Paese dopo gli sbandamenti del passato, riscopre la politica, non tradisce, da prova di equilibrio e saggezza, e sconfessa gli avventurieri del potere. Se nell'elenco dei trombati figurano un ex ormai definitivo e uno che dopo tanto vociare sta per diventarlo, uno che con uno slogan ormai privo di senso sostituisce il "vinceremo noi" con il "vinceremo poi", vuol dire che la lezione al termine del lungo viaggio nel deserto del qualunquismo è stata recepita. A chi ha il pallino in mano dopo avere superato la prima investitura popolare, corre ora l'obbligo di non vanificarla, questa lezione, affinché il voto non sia soltanto il prodotto dell'imprevedibilità, non diventi la classica occasione sprecata, ma si trasformi in una vera promessa più forte della paura nel solco della sinistra moderna, scevra dall'inciucio alla Nazareno.

CACAO. Quella del cioccolato è una storia appassionante che risale al 600 dopo Cristo, quando la civiltà dei Maya era all'apice. Sconosciuto in Europa fino alla scoperta dell'America, con i semi trasportati da Colombo divenne ben presto un nettare celebrato dal Casanova ed elevato dagli intraprendenti pasticcieri svizzeri a una forma d'arte della golosità. Con meno voli pindarici, ma tanto pragmatismo, la tavoletta dai mille gusti è stata la carta vincente che ha consentito a Petro Poroshenko, noto nel suo Paese come re del coccolato, di accedere alla presidenza dell'Ucraina dopo avere sbaragliato tutti gli avversari nonostante la presenza ingombrante dello zar Putin e la minaccia del feroce separatismo filo russo. A dispetto delle difficoltà, l'Ucraina a vocazione europea è riuscita almeno per ora, grazie alle elezioni strappate coi denti, a frenare lo smembramento dei suoi assetti scandito dal neo colonialismo di Mosca, anche se l'esito delle presidenziali non basterà per riportare la Crimea sotto la sua bandiera. Ad ogni buon conto, quando verrà invitato al Cremlino, Poroshenko, inventore della diplomazia al cacao, ci andrà di sicuro con una scatola di cioccolatini che non guastano mai per distendere l'atmosfera e smaltire le tensioni.

SEGRETO. In una sua canzoncina che conobbe un momento di popolarità, Renato Rascel si chiedeva dove andavano a finire i palloncini quando sfuggono di mano ai bambini. Al giorni nostri, invece, sono gli evasori provenienti da tutto il mondo a chiedersi dove andranno a finire i loro milioni sottratti al fisco, dal momento che la combinazione per proteggere i compiacenti forzieri svizzeri, reputati un tempo un fortino inaccessibile agli sguardi indiscreti, sta diventando sempre meno sicura. Col lento, ma inarrestabile declino del segreto bancario, il mitico segreto bancario, si stanno infatti aprendo maglie sempre più grandi nel tessuto di una istituzione che risale addirittura al 1934 e che niente e nessuno, né guerre né rivoluzioni, sembrava in grado di scalfire. Ma a quanto pare nemmeno ai piani alti della grande finanza elvetica nulla è eterno e l'accordo richiesto dall'Ocse a Berna per lo scambio automatico di informazioni sui conti cifrati rientra nel quadro delle concessioni reciproche che tolgono la Confederazione dalla scomoda lista nera dei paradisi fiscali, ma lascia gli evasori senza nessuna voglia di cantare e pieni di dubbi sulla sorte dei loro capitali in cerca di nascondigli.

ENERGIE. Dopo La grande bellezza, anche Le Meraviglie. L'Italia torna in prima pagina non soltanto per il voto europeo che la distingue dagli altri, ma anche perché dà segni di risveglio nel campo della creatività che è stata un suo fiore all'occhiello prima di essere anestetizzata dalla stiracchiata indolenza culturale del sultanato di Arcore. Nel cinema, al quale diede capolavori assoluti, la scuola italiana ha ottenuto in poche settimane due riconoscimenti prestigiosi: l'Oscar per il miglior film straniero a Paolo Sorrentino, e il Grand prix du Jury ad Alice Rohrwacher, giovane regista che con le sue Meraviglie, tra api, reumatismi e incantevoli quanto profonde riflessioni su una famiglia di agricoltori divenuta specchio e metafora della società, ha emozionato la sala e la giuria, sfiorando la Palma d'oro al festival di Cannes. Che la giovane regista, prima italiana a vincere sulla Croisette, sia stata accompagnata alla premiazione da una non meno commossa Sofia Loren sotto lo sguardo di Marcello Mastroianni, raffigurato sul manifesto della Croisette, ha avuto un duplice, ed evidente significato: da un lato l'omaggio ai mostri sacri di Cinecittà, dall'altro la conferma che in questo Bel Paese tradito dai cattivi maestri ci sono ancora tante energie da liberare.

 

lunedì 26 maggio 2014

Populismo "perbene"?!

Marine Le Pen ha provato a sdoganare il populismo "perbene", ma il suo compare italiano, il leghista Salvini, vuole dare il Daspo agli immigrati perché "portatori di scabbia e tubercolosi". E Grillo si colloca “oltre Hitler”.

di Renzo Balmelli

SLOGAN. Fra una settimana, quando uscirà il prossimo numero dell'AdL, capiremo quale indirizzo avrà preso l'Europa al termine di una tornata elettorale che di rado in passato ha tanto surriscaldato gli animi come stavolta. Vedremo se l'Unione si sarà fatta ammaliare, come gli ingenui marinai della Lorelei, dalle sirene di una certa destra ringhiosa e rognosa, determinata a liquidare l'importante eredità de padri fondatori, oppure se dal grande fiume ricaverà nuova linfa per creare un'entità, solida e capace d'imporsi. Con la furbizia che la distingue, Marine Le Pen ha provato a sdoganare il populismo "perbene", ma se pensiamo a certi suoi compari italiani (il leghista Salvini che vuole dare il Daspo agli immigrati perché "portatori di scabbia e tubercolosi", o Grillo che si colloca oltre Hitler), la diagnosi è presto fatta: il populismo "perbene" non sarà mai altro che uno slogan di basso conio.

CARENZA. Abbiamo bisogno di più Europa, di una comunità che sia il contrario di quella disgregata e disfatta di cui parla Primo Levi nel suo magistrale La Tregua, viaggio nel cuore di una umanità dispersa e rassegnata all'idea che "guerra è sempre", come dice un protagonista del romanzo. Qualcuno che di sicuro milita nel campo degli euroscettici ha scritto che da tempo l'UE è più all'origine di problemi che non di soluzioni. In simili affermazioni è palese una preoccupante carenza di idee alla quale il "Corriere della Sera" si impegna a porre rimedio, alla vigilia dell'eurovoto, riproponendo il libro dello scrittore torinese nell'ambito dell'iniziativa "Romanzi d'Europa". Attraverso la lettura di quelle pagine, che posano uno "sguardo lucido sul Vecchio Continente oltraggiato", la necessità di "una Europa dal valori condivisi" appare più che mai attuale.

SONDAGGI. Dalla virulenza della campagna elettorale per le europee risulta chiaro che in Italia il verdetto delle urne sarà considerato in primis un banco di prova sul piano interno per misurare i rapporti di forza tra i vari schieramenti. A diradare le incognite sul voto ha provveduto il portale Ticino online venuto a conoscenza di sondaggi che per legge gli elettori italiani non possono conoscere. In base a questi dati, finiti in rete, il Pd resta con ampio distacco il primo partito, con le carte in regola per uscire vincitore dalla consultazione, nonostante la disgregante ricaduta di EXPO 2015. Al Sud e nelle isole lo insidia il Movimento 5 Stelle, ma non in misura tale – osserva il portale – da ribaltare il quadro politico e quindi trasformare lo scrutinio delle europee in un referendum sul governo. Renzi insomma non dovrebbe fare le valige, potendo contare sulla compattezza degli elettori che lo voteranno, in parte magari piangendo, ma comunque lo voteranno. Quanto a Forza Italia, per ora naviga al terzo posto di una corsa sulla quale domina tuttavia la pesante ipoteca del reale interesse per queste elezioni che potrebbe dilatare il fenomeno dell'astensionismo.

VIOLENZA. Ha avuto vita più effimera di "Tripoli bel suol d'amor", la canzone con Gea della Garisenda avvolta nel tricolore sabaudo che glorificò le imprese coloniali italiane, la speranza che dopo Gheddafi la Libia potesse poco alla volta prepararsi a vivere un domani migliore. Le attese sollevate della rivoluzione del 2011 sull'onda della primavera araba se ne sono andate come le fragili promesse scritte sulla sabbia del deserto, mentre il desidero di rinnovamento politico non ha avuto seguito se non nei ricorrenti focolai di guerra civile. Scomparsa ormai da parecchio dalle prime pagine, la Libia vi è ritornata in questi giorni in seguito all'ennesima esplosione di violenza, settarismo e terrore che evidenzia la drammatica e dolorosa inconsistenza delle istituzioni nazionali e internazionali chiamate a governare la transizione. Tripoli è tutto fuorché un suol d'amore.

NAZIONALISMO. Anche l'India non sfugge al richiamo del nazionalismo che ormai è presente nel continente asiatico secondo modalità che è impossibile tratteggiare in modo univoco. Di quali colori si tingerà quello hindu in salsa agro-dolce che ha soppiantato la gestione storica della dinastia Gandhi-Nehru è un interrogativo non privo di incognite. In questa parte del globo i nazionalismi sono tanti quante le nazioni che la compongono e quindi ancor più insidiosi. Con la stessa lentezza che ha contrassegnato la lunga maratona elettorale indiana, durata più di un mese, bisognerà dunque dare prova di infinita pazienza per capire in quale direzione di muoverà il nuovo governo di Narendra Modi dopo la dirompente vittoria del Bharatiya janat, il suo partito forte di un consenso che non si vedeva da 30 anni e che per la sua ampiezza avrà di sicuro un peso maggiore pure sugli assetti internazionali.

DIVERSITA'. Non c'è soltanto l'Italia che litiga per gli aerei da combattimento. Anche la Svizzera ha le sue gatte da pelare quando si tratta di stanziare fior di miliardi per rinnovare la flotta dei caccia. Il progetto che prevedeva l'acquisto di una ventina di Gripen, un modello di aviogetto svedese ancora tutto da costruire, è apparso però troppo fumoso anche a una nazione che va fiera del suo esercito. La bocciatura era quindi inevitabile anche se finirà col sollevare strascichi polemici di lunga lena. Sui miliardi negati alla Difesa già si è avuto uno scambio di battute al calor bianco su chi è più patriota tra i germanofoni, in maggioranza favorevoli al credito, e i cantoni francofoni contrari. "La Svizzera non esiste", disse un artista elvetico in vena di provocazione. Si sbagliava. In effetti ne esistono più di una, ma divise da diversità e visioni culturali molto distanti quando sono in ballo le questioni di fondo.

 

giovedì 8 maggio 2014

Scandaloso! In Italia il reddito dei dieci “Paperoni” più ricchi d’Italia vale quello di 500 mila famiglie operaie.

di Renzo Balmelli

RIVOLUZIONE. Per chi ne ha pochi, anche un euro conta. Se poi sono ottanta, come quelli promessi dal governo, quei soldi inaspettati saranno sempre meglio di niente. A sentire Pina Picierno del Pd, con quella somma si fa addirittura la spesa per due settimane. Ci si può credere o no, forse vale la pena provare. Ciò non toglie, tuttavia, che malgrado la buona volontà, la strada da percorrere se non proprio per annullare, perlomeno per smussare le peggiori disuguaglianze, sia più lunga della circumnavigazione del globo. Quegli euro faticosamente racimolati rappresentano, infatti, la classica, piccola, infinitesimale goccia nel mare al cospetto delle vistose storture, certificate dal Censis, in base alle quali in Italia il reddito di 10 Paperon de Paperoni vale quello di 500 mila famiglie operaie. Scandaloso! Qui per rimuovere le ingiustizie ci vuole altro, serve una vera "rivoluzione culturale".

TRISTE GERUNDIO. Neanche fosse Kiev, c'è una parte dell'Italia, quella meno bella, l'Italia del tifo esasperato e dei pessimi maestri, che si scontra nelle strade di Roma sparando, bastonando, ferendo e offrendo al mondo un'immagine indegna di un paese civile. Quattro gerundi tristi, spietata autobiografia di un Paese che non ce la fa, un Paese che per una partita di pallone confonde la passione con la frustrazione. E, nel contempo, anche radiografia di un sistema che sull'arco di un nefasto ventennio, oltre a dare il cattivo esempio, ha trasgredito impunemente le regole elementari del buon governo e ormai sfiora il collasso. Collasso che gli "ex" di turno non hanno nemmeno la decenza di riconoscere e che nonostante il fallimento addirittura persistono nella folle idea di passare alla storia come "padri della patria".

DETTAGLIO. Nella ricerca di una maggiore equità l'Italia non è sola a fronteggiare una situazione dominata dalla precarietà. Anche nelle nazioni che guidano la graduatoria del benessere, sempre più gente si trova a fare i salti mortali. Un po' ovunque, dagli Stati Uniti alla Svizzera, crescono le richieste di introdurre il salario minimo (10 dollari l'ora in America, 4'000 franchi mensili nella Confederazione elvetica) che consentirebbe alle categorie più esposte di respirare meglio. Manco a dirlo le più che lecite rivendicazioni sono ferocemente osteggiate tanto dai repubblicani americani quanto dagli imprenditori elvetici, "sciuri padroni dalle braghe bianche" che con mille cavilli non si sognano di scucire le palanche. E ai loro occhi conta poco l'assurdità esistenziale, invero avvilente, che un comune cittadino debba lavorare 140 anni per guadagnare quanto un mega direttore in un anno. Da brivido.

MENTALITA'. Dopo le sue sciagurate affermazioni sui campi di sterminio, l'Europa rottama Berlusconi e lo isola in un finale di partita doloroso per l'Italia, che davvero non merita di essere associata alle frasi sconclusionate di un gaffeur planetario. Dal disastro spunta la malafede del leader di uno schieramento irrecuperabile che all'appuntamento col voto europeo si presenta senza politica e senza risultati, ma con l'accompagnamento di una grancassa mediatica concepita per stordire chi vuol farsi stordire. La propaganda fracassona è indice di una pigrizia dura a morire che vede in chi si comporta senza attenersi alle regole del decoro la via più comoda per entrare nel fatuo regno della ricchezza facile. A questo punto un salto di mentalità sarebbe una riforma che non costa niente, e cambierebbe tutto. Basta volerlo.

POMPIERE. Con l'autoironia che distingue il vero statista, Obama ha imitato Vittorio Emanuele II quando sosteneva che un sigaro e una croce di Cavaliere non si negano a nessuno. Saputo che Putin era tra i candidati al Nobel per la pace, il capo della Casa Bianca ha ironizzato con il leader russo, divenuto il nuovo beniamino di tutti gli arci-conservatori per la sua aggressiva determinazione neo imperialista. "Ormai – ha esclamato Obama – quel premio lo danno al primo che capita", riconoscendo di averlo ricevuto anche lui senza grossi meriti. Ma con una differenza sostanziale: l'inquilino del Cremlino tra il visibilio della destra, anche quella made in Italy, in Ucraina scherza col fuoco, mentre con la presunta irrisolutezza che viene contestata a Obama dai suoi acerrimi nemici, il leader USA prova a fare il pompiere per domare le fiamme che rischiano di incendiare il mondo. Non è poco.