martedì 27 giugno 2017

No, davvero non si può

di Renzo Balmelli

VALORI. Arriva sempre un giorno in cui la democrazia presenta il conto. Dalla Brexit a Trump qualcosa di simile sta già accadendo in quella parte del pianeta chiamato occidente che sembra avere smarrito la retta via. Chi vi governa è immerso nei guai fino al collo e non sa come uscirne. Sotto la minaccia implacabile del terrorismo, inchieste sulle trame oscure del potere, palazzi che bruciano come fuscelli, la società civile si scopre smarrita, indifesa di fronte a leadership incapaci di dare risposte rassicuranti. Nella selva delle contraddizioni, sta crescendo una nuova élite senza scrupoli che si muove tra le pieghe di una svolta insidiosa in grado di disgregare i valori di riferimento del nostro vivere comune. Siamo al cospetto di una sfida epocale che non si affronta attraverso la miope visione degli slogan di facile suggestione di cui avvalgono i novelli costruttori di muri. No, davvero non si può, perché quando la fattura verrà consegnata sarà bella salata.

NEMICO. Al di la della classica contrapposizione tra destra e sinistra, al giorno d'oggi la vera dicotomia è tra apertura e chiusura. In quest'ordine di idee le discussioni più accese ruotano attorno al concetto di populismo, mantra dei nostri tempi usato a volte anche a sproposito. Nel fuoco del dibattito sulle possibili definizioni, spesso a fare la differenza è l'atteggiamento verso il nuovo, il diverso, che spaventa ed è visto come un nemico. Per restare all'attualità, l'indegna gazzarra di stampo leghista che ha profanato l'austera aula del Senato a proposito dello ius soli, cioè dell'apertura, ne è una dimostrazione eloquente. E non si tratta di un fatto isolato. Benché la pronosticata marcia trionfale dell'estremismo populista non si sia avverata, la battuta d'arresto non giustifica il cessato allarme: la quiete dopo la tempesta potrebbe essere ingannevole.

PASSATO. Non è una cosa semplice né indolore il superamento del passato liberticida. A tale proposito in Germania la "Vergangenheits­bewaeltigung", concetto usato per descrivere la riflessione critica sul periodo nazista, anche a distanza di anni continua a fornire spunti ine­diti su un tema sempre imbarazzante. È il caso delle, recenti rivelazioni sull'operato di Albert Speer, il cinico e spregiudicato architetto di Hitler che fin quando era in vita ha saputo celare le sue enormi respon­sabilità nei crimini del regime con biografie a lui favorevoli e accettate. Le ricerche hanno però portato alla luce un cumulo di menzogne su tutte le falsificazioni della storia di cui Speer e gli altri complici dell'universo nazista si sono macchiati senza mostrare ne vergogna ne pentimento, fingendo di non sapere quanto stesse avvenendo negli infernali laboratori dell'Olocausto. Ora giustizia è fatta.

RISORSE. Passano i mesi, gli anni addirittura, ma il tragico scenario in cui si consuma l'esodo biblico e forzato dei profughi è rimasto immutato nel tempo. Semmai, per quanto possa sembrare impossibile di fronte agli episodi di inaudita sofferenza cui sono sottoposte le vittime della follia umana, il fenomeno si è fatto ancor più crudele. Respingimenti, filo spinato, traversate spesso letali e l'odioso sfruttamento ad opera di bande criminali formano la cornice della più grave tragedia umanitaria del secolo. In fuga da conflitti, violenze, persecuzioni i migranti sono anche esposti a frequenti manifestazioni di fastidio se non di aperta intolleranza che concorrono ad aggravare la loro situazione. La Giornata mondiale del rifugiato contribuisce a dissipare paure e ideologie distorte ed a gettare un ponte verso coloro che hanno avuto la disavventura di nascere nel cono d'ombra del benessere. Non si potrebbe fare torto più grande ai profughi che esporli all'assuefazione senza cogliere le risorse offerte dall'incontro personale con loro e che contribuiscono a farne un fattore di crescita per tutti noi.

EN MARCHE. Ora che la marcia della Repubblica può iniziare con tutti i crismi esecutivi e legislativi, la Francia che l'ha voluta e votata si augura che non sia così lunga e difficile come quella che nel nome evoca lontane reminiscenze cinesi. All' occhio critico dell'osservatore non sfuggono tuttavia le asperità che il titolare di quella monarchia repubblicana che è sempre stato l'Eliseo dovrà affrontare presto e bene. In effetti se il successo di Macron è incontestabile, resta comunque la consapevolezza che il verdetto delle urne è stato tra i meno partecipati del post-gollismo. Leggere quel' enorme tasso di astensione per individuarne le ragioni sarà tra i primi non facili compiti del nuovo Presidente. Con una tale eredità sulle spalle, gli toccherà recuperare la fiducia dei tanti che sono rimasti a casa e che pur non gettandosi nella braccia dell'estrema destra, come avevano fatto in precedenza con un moto di stizza, manifestano tuttavia il loro malcontento , se non addirittura la più totale indifferenza verso la politica, buttando la scheda nel cestino. Chi come Macron arriva giovane al potere ha il tempo di illudere, ma anche di deludere se i risultati tarderanno ad arrivare e le promesse faticheranno a mettersi in marcia e concretizzarsi secondo le attese.

martedì 20 giugno 2017

Derive di pessimo gusto

di Renzo Balmelli

“E ORA?” Già la malaugurata ipotesi che un giorno Salvini, reso euforico dalle comunali, possa dettare i modi e i tempi della politica italiana dovrebbe mettere sul chi vive l'intero schieramento progres­sista. In assenza di un Macron, sul quale però i pareri non sono univo­ci, e senza una sinistra unita e federata, al leader leghista potrebbe riuscire, non per merito suo, ciò che invece alla Le Pen e agli altri schieramenti populisti è clamorosamente mancato alla prima, seria prova. Per fortuna, aggiungiamo noi. Certamente il voto delle ammini­strative non va esagerato. Eppure nel clima di incertezza che prevale un po’ovunque, il responso di nove milioni di elettori, sebbene solo a “livello locale”, lancia segnali politici sulla temperatura del Paese che non possono essere liquidati con una scrollata di spalle per non trovarsi un giorno a chiedersi "E ora?" di fronte a derive di pessimo gusto.

TEST. Bello, indovinato e molto pirandelliano il titolo di Repubblica che parla del Pd in cerca d’autore in vista dei ballottaggi. Anziché gongolare per il tracollo dei grillini, prevedibile poiché iscritto nel dna dei movimenti analoghi che prima illudono e poi quasi subito deludono, è piuttosto sulla prestazione non proprio esaltante del partito di Renzi che andrebbero puntati i riflettori. Mentre inizia una nuova campagna elettorale proiettata a livello nazionale, non si può nascondere che la destra giocata sull'asse Lega/FI ha fatto meglio ed è uscita rafforzata dalle urne, addirittura in grado di vincere. Magari sarà vero che le amministrative non sono state un test determinante per i partiti. Intanto però la tornata elettorale ha messo in scena tra gli aspetti più visibili un ritorno al bipartitismo che riapre la partita delle alleanze. Quanto basta per fare sudare freddo tanti democratici per niente inclini a tirare un sospiro di sollievo pensando a quanto potrebbe accadere.

VERGOGNA. Pur non sottovalutando la situazione di emergenza legata al flusso ininterrotto di donne, uomini e bambini che affidano la loro sorte a natanti fatiscenti in balia del mare, c’è di che arrossire dalla vergogna nel leggere i commenti di scherno per la mancata rielezione della sindaca di Lampedusa. Sui blog e altri vettori, l'esultanza rozza e sgangherata e il disprezzo di certi giudizi pari soltanto all’ignoranza siderale di chi li ha formulati, offendono l’immagine che nel mondo si ha e dell’isola simbolo dell’accoglienza dei migranti e di Giusi Nicolini che più di ogni altro ha aperto le porte della solidarietà umana. Sono individui spregevoli che certamente non rappresentano la maggioranza dell'Italia e dei tanti volontari che si prodigano per salvare i profughi. Compongono tuttavia uno spaccato seppur minimo della società che plagiata dai cattivi maestri diffonde odio e livore grazie al vile anonimato di stampo fascista.

SUONATA. In politica ed a maggior ragione in democrazia sarebbe cosa buona e giusta se chi venne per suonare e rimase suonato, riponesse lo strumento nella custodia e si dedicasse ad altre attività. E suonata Theresa May lo è stata sotto ogni punto di vista forse per avere peccato di presunzione. È vero che a poker si può battere un full servito con una doppia coppia, ma bisogna essere di una abilità mostruosa. La premier palesemente non ha indovinato né le carte né lo spartito e ora che il piatto piange si trova in mano un Parlamento in bilico senza maggioranza con cui gestire uno dei peggiori pasticci elettorali dell’era Brexit. Da “morta che cammina” a “Mayexit”, ormai l’attuale titolare di Downing Street è seduta su un seggiolino catapultabile che il suo partito non vede l'ora di azionare. I conservatori non amano lo sconfitte e in passato ne fece le spese persino un mostro sacro come Winston Churchill. Quando ci si mette, la storia sa essere una matrigna inflessibile.

“IL VECCHIO”. A sentire i suoi detrattori tanto di destra che di sinistra non conta più di un ferro vecchio da rottamare. Troppo socialista (sic). Troppo novecentesco, dicono. Che poi vai a capire che cosa significa esattamente. Tanto più che se Jeremy Corbyn alla soglia dei settant’anni è riuscito, come l’arzillo senatore del Vermont Bernard Sanders, ad affascinare i giovani e a consegnare ai laburisti un successo insperato che non si vedeva da anni, qualcosa vorrà pur dire. O no? Forse può semplicemente significare che alle nuove generazioni, confrontate con il problema del lavoro e le incognite del futuro scritto sulla sabbia, la rapacità delle élite economiche risulta insopportabile e smisuratamente ingiusta. Nel suo programma Corbyn ha usato rivendicazioni ragionevoli disegnando il modello di una società equa per tutti e non solo per pochi a difesa dello stato sociale. Ha messo insomma nel suo discorso una sorsata di socialismo “rosso antico”, corroborante come un bicchiere di buon vino ben conservato. Il socialismo d'antan: una idea che non muore.

TRAPPOLE. Ha voluto la bicicletta, ora pedali. Pochi personaggi di spicco della Quinta Repubblica che al pari di Macron sono riusciti a rivoltare la Francia come un guanto e a sollevare una ondata di speranze in così pochi mesi. A meno di un terremoto, il ballottaggio di domenica prossima dovrebbe consegnare al Presidente, dopo la trionfale cavalcata per la conquista dell’Eliseo, tutti gli strumenti per governare senza incontrare ostacoli. Solo Mitterrand all'apice del successo era riuscito nell'impresa, che richiede doti non comuni. Macron, attorniato da uno stuolo di scalpitanti debuttanti della politica, deve ancora dimostrare di possederne in ugual misura. Avere messo un argine all'estrema destra gli consegna un atout importante da usare con oculatezza e perspicacia per non cadere nelle molte trappole che si porranno lungo il suo cammino. L’elettore attende ora fatti concreti senza i quali l'idillio con i presunti “rottamatori innovatori” della vecchia politica e dei vecchi partiti può incrinarsi in fretta. Roma docet!

martedì 13 giugno 2017

Quel che l'Isis teme è il dialogo delle civiltà

di Renzo Balmelli 

DIALOGO. Al di là dell'orrore provato di fronte al terrorismo barbaro e cinico di matrice jihadista, sarebbe un grave sbaglio se la società civile dimenticasse che la sua forza si basa sullo stato di diritto, sul rifiuto della cieca prevaricazione e sulla costante disponibilità al dialogo. Ovunque ha radici l'Islam si presenta assai variegato nelle sue manifestazioni e non è certo l'interpretazione che vuol darne l'Isis che potrà contribuire a rimuovere lo scoglio, in apparenza insormontabile, di una specie di guerra santa che esclude a priori qualsiasi possibilità di disinnescare la truce minaccia terroristica. La sola via per risparmiarci la visione terrificante di un'altra Manchester è la possibilità di dialogare, ovvero l'ipotesi che i “fighter” del presunto Califfato temono di più non disponendo del corredo dialettico e culturale per uscire dal cerchio infernale della violenza. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi fintanto che il mondo mussulmano proclamatosi moderato non si deciderà a tagliare di netto il cordone con certe escrescenze. Ma questo è uno spazio tutto da costruire.

LOGORIO. Obnubilati dalla ricerca di facili consensi elettorali, coloro i quali insistono con argomenti pretestuosi nel tentativo di indebolire e smantellare l'Europa forse nemmeno si rendono conto dei rischi insiti nel loro pervicace populismo. Oltre a fare perdere prestigio all'UE e alla sua capacità negoziale nel momento in cui una raffica micidiale di attentati pesa sui nostri destini, il costante logorio delle strutture comunitarie non fa che aggiungere insicurezza all' insicurezza, paura alla paura. Che è poi lo scopo dichiarato del terrorismo. Frutto dello strano cocktail in cui si mescolano le inquietudini della Brexit e le incognite delle elezioni anticipate, la Gran Bretagna, duramente provata dalle stragi, è in queste ore il riflesso degli interrogativi che si pongono in termini drammatici sul futuro del Vecchio Continente. Consola se non altro la risposta della musica giovane alla violenza, un inno alla vita per dire “no pasaran”.

TAMBURI. Se regge la teoria del terzo conflitto mondiale a pezzetti, quanto sta accadendo nei regimi sunniti del Golfo, dove all' improvviso sono risuonati i tamburi di guerra, anche se per ora soltanto a colpi di comunicati, dimostra che l'ipotesi attribuita a Papa Francesco è tutt'altro che infondata. Sauditi e alleati concordi nel rompere i rapporti con il Qatar, accusato di sostenere i terroristi, ridisegnano con questa loro mossa uno scenario strategico tutto politico e per nulla religioso, ma non meno insidioso in una regione dove anche in passato non sono mancati i motivi di una resa dei conti. Oltre all' appoggio di Doha alla Fratellanza mussulmana, sotto accusa sono pure le sue timide aperture nei confronti dell'Iran che l'Arabia Saudita considera un nemico mortale. Ma che Riad a sua volta acquisti dall'America di Trump armi per miliardi di dollari è un “dettaglio” che rammenta il motto secondo il quale il tintinnar delle spade è la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi.

PIRATI. A dispetto del prodigarsi di tanti, infaticabili volontari che giorno e notte non lesinano gli sforzi per salvare quante più vite possibili, non c'è pace nel Mediterraneo. Nel mare nostrum che sulle sue sponde ha celebrato l'incontro e il fiorire di civiltà e culture tra le più importanti nella storia dell'umanità, oggi si è formata una catena ininterrotta di tragedie da mettere sul conto dei nuovi pirati del mare e dei loschi burattinai che dietro le quinte tirano le fila di un turpe mercato di esseri umani. La lotta impari con i trafficanti di ogni risma è un segno tangibile della degenerazione che ci riporta all' epoca buia dello schiavismo e dei negrieri senza scrupoli. E non è finita in quanto si stima che quasi un milione di migranti in attesa sulla costa libica si accinga nei prossimi mesi a imbarcarsi su natanti che in realtà sono bare destinate a una fine orrenda, simbolo spietato della follia umana al servizio di politiche bacate.

martedì 6 giugno 2017

Ma vi pare possibile!?

di Renzo Balmelli 

REBUS. Rosatellum, Verdinellum, Cinquestellum. Con i primi caldi la politica, che sembra morsa dalla tarantola, prova a risolvere l'antico re­bus della riforma elettorale e toglie dall'armadio gli scheletri di vecchie e nuove terminologie. Ora è la volta del proporzionale alla tedesca con soglia di sbarramento al cinque per cento, riveduta, italianizzata e già al centro di sottili e machiavellici intrighi di palazzo per costruire o di­sfare alleanze che vengono, vanno e a volte ritornano. Un vero incubo per i “cespugli” che a cuore non hanno tanto il bene della società, bensì la rielezione, minacciata appunto dallo sbarramento, e le confortevoli poltrone parlamentari che garantiscono non pochi vantaggi.  L' impeto riformista potrebbe essere comunque salutare se fosse dettato solo dal­l'altruismo al servizio della comunità. Invece non ci vuole molto per in­tuire che il merito della riforma è secondario rispetto alla voglia di ele­zio­ni anticipate, esplosa come un temporale estivo, e che rappresenta il vero filo conduttore della questione. Con l'ipotesi affatto peregrina di rimettere in gioco Berlusconi. Ma vi pare possibile!

SPIRALE. Che l'osservanza delle regole e il rispetto della presunzione di innocenza siano il perno dello stato di diritto è un principio acquisito per non cadere nel giustizialismo forcaiolo. Già Pasternak sosteneva di nutrire scarsa considerazione per coloro che si accanivano contro chi era caduto, chi aveva sbagliato. Però, soprattutto a livello istituzionale, se il tasso di corruzione diventa un problema endemico che il Paese si trascina da troppi anni, le dotte citazioni per quanto rispettabili non migliorano le cose. Anche in questi giorni nella capitale è sotto inchiesta un personaggio eccellente che ha occupato cariche di grande prestigio. Come uscire dal giro vizioso è un quesito rimasto finora senza soluzione. Il contributo maggiore rientra comunque tra le priorità della classe politica che per rispetto verso gli elettori dovrebbe fare di tutto e di più per stare alla larga dalle tentazioni ed evitare di finire indagata. Sarebbe già un grande passo avanti per districarsi dalla molesta spirale che nuoce all'Italia.

SVOLTA. La sinistra non sta attraversando il suo miglior periodo e nemmeno io – direbbe Woody Allen – mi sento tanto bene. Non tutti i pazienti però versano nelle stesse condizioni. In Gran Bretagna, a meno di due settimane dalle elezioni anticipate volute ad ogni costo da Theresa May per consolidare la sua forza negoziale con l'UE , il partito laburista non sembra per niente rassegnato a svolgere un ruolo di figurante nella spinosa e snervante marcia di avvicinamento alla Brexit. Sotto la spinta di giovani e donne, la compagine di Jeremy Corbin, il leader che con la sua barbetta alla Lenin disturba il sonno dei moderati, ha recuperato consensi su consensi e ora è pronto al sorpasso sui conservatori al governo. Sarebbe una svolta clamorosa che ha incontrato il favore di ampie fette dell'elettorato, stufe di una leadership che non vince più elezioni e si accontenta di un'opposizione talmente blanda da sembrare inesistente. Forse dalle urne non uscirà un ribaltone a Downing Street, ma in casa laburista in futuro ci sarà parecchio da discutere e molte saranno le cose da cambiare.

AMICO. Se pensiamo di indebolire il ciclone Trump facendo della facile ironia sulla figlia Ivanka e le sue scarse conoscenze calcistiche, siamo sulla strada sbagliata. Che la pargoletta prediletta del Presidente in una trattoria romana abbia “canonizzato” l'ex laziale Chinaglia cre­den­dolo un santo, alla sua età e completamente a digiuno di italiche leggende sportive, è del tutto normale. Nell'era del gossip sfrenato e delle fake news non saranno certo queste banalità a scalfire le difese dello spigoloso inquilino della Casa Bianca. A dargli fastidio, caso mai, e a metterlo in crisi è l'ombra del suo predecessore che ovunque si presenta viene accolto da una folla festante che gli riconosce una ca­pa­cità di cui il tycoon è del tutto sprovvisto: la capacità di imma­gi­na­re e far sognare un mondo migliore. A Berlino, dove mai si è spenta l'eco dello storico discorso di Kennedy, Obama ha ricevuto un'ac­co­glien­za trionfale che ricordava per calore ed entusiasmo quella riser­va­ta al Pre­si­dente assassinato a Dallas e al quale lo uniscono alcune si­gni­ficative affinità. La Realpolitik però non fa sconti e, per quanto amato e rim­pian­to, Obama resta sì l'amico americano, ma disoccupato. L'inter­locutore sull'altra sponda dell'Atlantico è un altro. Almeno per ora

AURA. Un giorno quattro ragazzi di Liverpool mentre attraversavano Abbey Road, l ' immortalata strada del quartiere londinese di Camden dove sorgeva il loro studio, ebbero una ispirazione che avrebbe rivoluzionato i canoni della musica contemporanea. Erano i Beatles, i famosissimi Fab Four, che non accontentandosi di essere diventati un fenomeno di comunicazione di massa senza precedenti, decisero che era giunta l'ora di dare uno scossone alla loro già consolidata produzione. Sotto l'impulso creativo vide così la luce il mitico Sgt. Pepper che proprio in questi giorni compie cinquant'anni. Mezzo secolo di vita di un disco intramontabile diventato il simbolo di un'intera generazione, delle sue ambizioni, delle sue paure e dei suoi desideri. A che a dispetto dell'anagrafe continua ad esserlo anche ai nostri giorni. La nuova edizione rimasterizzata per festeggiare il compleanno sta andando a ruba, mentre chi possiede la copia in vinile risalente al 1967 la conserva gelosamente come un prezioso oggetto da collezione nel ricordo di John Lennon e George Harrison, non più tra noi, e Ringo Starr e Paul McCartney, che non smettono di lasciarci  a bocca aperta grazie all'aura che li circonda.

martedì 30 maggio 2017

Orrenda strage di innocenti

di Renzo Balmelli

FEROCIA. Di pari passo con lo sgomento e il dolore per l'orrenda strage di innocenti perpetrata a Manchester, torna sul tappeto la ne­ces­si­tà assoluta di studiare misure condivise per frenare la folle strategia messa in campo del terrorismo jihadista. Ad ogni attentato il sedicente califfato alza il livello della ferocia nel dichiarato proposito di gettarci nella disperazione e di trasformare la nostra esistenza in un inferno. Co­me nel celeberrimo film di Bergman, sulla scacchiera del mondo è in atto una partita che non è esagerato definire decisiva tra i cultori del­la morte che agiscono in nome dell'odio e di bacate ideologie per ucci­de­re il nostro futuro e coloro che sono chiamati a preservare dall'oscu­ran­tismo le più alte e nobili conquiste della società dei Lumi, del pro­gres­so e della tolleranza. Qualsiasi sbavatura, qualsiasi squarcio nel fronte della resistenza morale, spirituale e culturale non farà che offrire ai soldati del terrore un insperato brodo di coltura. E loro lo sanno.

RISCHIO. Tra i motivi che possono portare alla stupida e sterile di­sper­sione dei comuni valori europei tramandati dai padri fondatori, fi­gu­ra il tema delle migrazioni, oggi al centro di intollerabili specula­zio­ni, sia mafiose che politiche. Ciò che sta accadendo sulle spalle dei pro­fughi va oltre ogni immaginazione e diventa il facile pretesto per rac­cattare voti e per lasciare campo libero a qualsiasi infiltrazione an­che di stampo terroristico. Se non si sta più che attenti si corre il rischio di cedere alla subdola propaganda populista che finirà col fare odiare le persone che vengono oppresse e chiudere gli occhi su quelle che oppri­mo­no. Si tratta di una citazione estrapolata da una frase pronunciata da Malcolm X, il controverso attivista afroamericano che fra torti e ragio­ni su una cosa comunque aveva visto giusto quando poneva la tutela dei diritti umani in generale al di sopra di qualsiasi altra conside­razio­ne. Un messaggio più che mai attuale.

MICCIA. A dispetto delle apparenze e di una sapiente coreografia tesa ad abbellire un look piuttosto ammaccato, non si vedono ragioni valide per essere meno diffidenti nei confronti del ciclone Trump. Nel bel mez­zo del nuovo orrore da mettere sul conto del fanatismo, durante la sua missione nei paesi del Golfo, ossia in una delle regioni più calde del pianeta, l'inquilino della Casa Bianca si è mosso come un elefante nel classico negozio di porcellana. Scardinare per puro spirito di rivalsa il delicato impianto diplomatico di Obama mirante a rendere meno con­flittuali le relazioni con l'Iran, evidenzia scarsa lungimiranza nel trat­tare l'intricata questione mediorientale. Significa ignorare che la pa­ce in Siria e Iraq deve passare per forza da un accordo con Teheran. L'ab­braccio con il regime saudita grande sponsor dello Stato islamico farà felice l'industria bellica che potrà usufruire di contratti ultra miliar­da­ri, ma solo quella. Per il resto la santa alleanza guardata con sospetto anche da Israele, non fa che accorciare la miccia sotto una polveriera che può esplodere in qualsiasi momento. All' imminente G7 di Taor­mi­na seppur tra sorrisi, strette di mano e frasi di circostanza il clima po­treb­be essere piuttosto burrascoso.

ORFANA. Forse non avrà il peso de I mille giorni di John F. Kenne­dy, il poderoso volume che Arthur Schlesinger, maître a penser di quei tempi ha dedicato alla figura del primo e giovane Presidente cattolico degli Stati Uniti. Ma che, a cent'anni dalla nascita e oltre mezzo secolo dopo l'infame e mai chiarito delitto di Dallas, la vicenda politica e uma­na di Kennedy dia il via a una nuova, inedita collana di fumetti cu­rata dal Gruppo Mondadori e dedicata ai grandi personaggi della storia, è un segno dei tempi e la prova di quanto sia ancora viva la percezione di un uomo che rompendo gli schemi ingessati del potere seppe ali­men­tare attese e speranze inaudite seppur nel clima opprimente della guerra fredda. Oggi ancora ci si chiede se Kennedy, antesignano delle icone mediatiche capaci di infiammare il cuore di intere generazioni, sia stato un grande Presidente perché venne ucciso, oppure se venne ucciso perché era un grande Presidente che dava fastidio, disturbava chi era abituato ad agire dietro le quinte e non amava che un Mister Smith alla Frank Capra sovvertisse le regole della Washington capi­to­lina. La sua è stata una presidenza stroncata ad un attentato che come tutte le sconfitte è rimasta vergognosamente orfana.

MAMMA. “Son tutte belle le mamme del mondo quando un bambino si stringono al cuor”. Struggenti e strappalacrime erano le parole del motivo reso celebre da Claudio Villa all'epoca in cui ai festival quella tra amore e cuore era una rima obbligata. Ma nella canzone si evocava­no anche i sacrifici di milioni di donne che “ riposo non hanno” e sono chiamate a compiere uno dei lavori più faticosi e peggio retribuito: quel­lo della mamma che però non trova la giusta considerazione. Spes­so con la necessità di conciliare famiglia e lavoro per aumentare le en­trate, le donne svolgono attività dentro e fuori casa identiche a quelle di un professionista, ma non retribuite allo stesso modo per quello che fan­no. Uno studio recente ha provato a calcolare quanto guadagnereb­be­ro le madri se il loro impegno fosse stipendiato e sommando tutte le mansioni si arriva alla media di oltre tremila euro al mese. C'è tuttavia un aspetto di ben altra caratura che non è stato inserito nella ricerca, quello che non tiene conto del ruolo unico e insostituibile della mater­ni­tà e che si pone al di sopra di qualsiasi altra considerazione: è il grande stupore di fronte al miracolo della vita che rende impagabile il “mestiere” di mamma.

GENTILUOMO. My name is Bond. James Bond. E in sala scrosciavano gli applausi. Non era facile indossare i panni di 007 all'ombra di Sean Connery che dell'agente segreto uscito dalla penna di Ian Fleming è considerato lo storico precursore sul grande schermo. Senza nessun timore reverenziale, il suo successore Roger Moore, anzi, Sir Roger, scomparso a quasi novant'anni, ha raccolto la sfida rivelandosi altrettanto bravo nel dare vita alla perfetta incarnazione del gentiluomo inglese e alla figura dell'agente senza macchia e senza paura. Al servizio segreto di Sua Maestà per ben sette volte, Moore è stato l'erede ideale del suo predecessore in pellicole dove il lato umano e romantico del personaggio come l'aveva immaginato Fleming, a sua volta vero agente segreto britannico, riusciva a prevalere sugli effetti speciali. Proprio per questo sia lui che Connery sono rimasti nel cuore degli appassionati del genere insieme all'immagine intramontabile di Ursula Andress, l'eroina coraggiosa che sorgeva dalle acque come una bionda Venere per sfidare il mostro concepito dal cattivo di turno, smanioso di impadronirsi del mondo.