lunedì 15 febbraio 2010

Vigilia elettorale

Alla vigilia delle regionali arriva puntuale e beffardo un attacco concentrico al servizio pubblico, alla par condicio e ai programmi di approfondimento  ( e i partiti minori vengono esclusi dalla tv nella prima fase della campagna elettorale ).  

 
di Renzo Balmelli 

BEFFA
Siamo alla vigilia delle regionali, ma l’ipotesi di un ribaltone che ridimensioni lo strapotere della destra appare altamente improbabile. Con un’opposizione esangue semplicemente mancano le risorse per risparmiare al paese la mortificazione delle “ghedinate” e delle “alfanate” che condizionano pesantemente la vita degli italiani. Ma soprattutto manca lo spirito giusto- e qui la cosa si fa doppiamente preoccupante - per impedire il rozzo assalto alla libertà di informazione che si è concretizzato nell’attacco concentrico della maggioranza al servizio pubblico della RAI, alla par condicio ed ai programmi di approfondimento che Berlusconi, col disprezzo tipico dei regimi, ha sbrigativamente liquidato come trasmissioni-pollaio. Attraverso la sopressione di “ Anno Zero”, “ Ballaro’” e “ Porta a Porta” nel mese che precede la consultazione, si serve ai telespettatori una polpetta avvelenata che piace ovviamente alla destra, ma che avvalendosi del silenziatore di fatto mette il bavaglio all’esercizio del libero giornalismo e rivela una visione punitiva dell’informazione. A tutti gli effetti, la decisione della commissione parlamentare di vigilanza RAI, avvalorata e benedetta dal governo che vi esercita un'ampia facoltà di controllo, col pretesto di ampliare l’area di opinini, diventa cosi' una colossale ipocrisia di stampo orwelliano che calpesta il diritto di scelta degli utenti di rivolgersi alle fonti che meglio gradiscono. Si vanifica cosi', a favore dell'editore politico che conosce soltanto il suo linguaggio, una conquista fondamentale che costituisce il pilastro attorno al quale fa perno la regola aurea del pluralismo. Nel contrasto dei partiti e non nella tentazione di zittire si celebra la festa autentica della democrazia. Il plauso della maggioranza trasforma invece il delirio formalistico dei programmi in una cerimonia funebre che vede riaffacciarsi il fantasma del conflitto di interessi. A meno che al posto dei fatti e dei commenti di interesse nazionale non si voglia privilegiare quale modello di par condicio l’inaugurazione dell’ennesima magione principesca, l’ultima di un parco-ville sterminato di proprietà del premier il cui significato politico-mediatico è sempre piu’ o meno lo stesso: l’ostentazione di uno sfarzo e dunque di un potere che per la stragrande maggioranza della popolazione alle prese con la crisi ha il sapore di una beffa. A tale proposito abbiamo ricevuto e volentieri qui sotto pubblichiamo le cosiderazioni di un cittadino che riassumono in maniera esemplare e un tocco di rassegnata ironia i sentimenti di amarezza e frustrazione della gente.

TEA PARTY
Anche in America, piu’ o meno come in Europa, appena comincia a soffiare il vento delle riforme in senso liberal, la destra corre a togliere dall’armadio le bandiere del vecchio e stantio populismo. Qualsiasi tentativo di attuare una linea bipartisan viene vanificato dalla radicalizzazione della politica come ha dimostrato la Convention del Tea Party a Nashville. In questa specie di Lega a stelle e strisce che fa capo a Sarah Paulin, ex candidata repubblicana alla presidenza, il “meglio” del qualunquismo reazionario trova il terreno adatto per coltivare i sentimenti piu’ riposti. E il tè , che evoca pasticcini, salotti eleganti e vecchi merletti, non c’entra per nulla. Il nome, pur rifacendosi al “Boston Tea Party” del 1773 che pose le basi della rivoluzione americana, è l’acronimo di “Taxed, Enough, Already”- basta tasse - lo slogan cui si ispira la rivolta antistatalista, antiimmigrati, anti abortista e contro la riforma sanitaria preconizzata dall’agenda progressista dei democratici. Di rivoluzionario ovviamente non v’è neppure l’ombra , ma il Tea party , che per ora non è ancora strutturato come un partito, viene monitorato attentamente dai democratici e dai repubblicani moderati non potendo prevedere in quale direzione evolverà e quanti consensi trasversali riuscirà a convogliare.

ANNUS HORRIBILIS
Corsi e ricorsi. Per la casa comune europea, il secondo decennio del secolo non inizia sotto i migliori auspici. Alcuni osservatori di casa nei corridoi di Palazzo Charlemagne, centro nevralgico del potere europeo, indicano addirittura il 2010 quale possibile annus horribilis dell’UE. A dare corda ai profeti di sventura ha contribuito anche il voltafaccia di Obama. Il presidente americano piu’ amato dall’Europa, mostra scarsa propensione ad attraversare l’Atlantico. Al vertice UE in programma per maggio a Madrid la poltrona riservata al presidente americano, a meno di un ripensamento dell'ultima ora, rischia di restare desolatamente vuota. Secondo la Casa Bianca l’Europa senza una voce sola e in debito di autorevolezza non è un interlocutore affidabile per concertare le soluzioni che servono al mondo. Dietro questa scelta si cela pero’ un netto cambio di strategia planetaria. Il nuovo ordine mondiale appare sempre più saldamente in mano al G2, Cina e Stati Uniti, mentre l’assemblea dei 27 sembra avviata a un bivio: l’integrazione secondo i criteri sanciti dal Trattato di Lisbona o l’irrilevanza delle sue ambizioni sia sul piano economico che da un punto di vista politico. Nonostante tutto, pero’, giova ricordare che in passato l’Europa unita ha saputo mostrarsi piu’ forte delle avversità. Aveva pero’ padri fondatori e alfieri di altro calibro e non come adesso una tavolata con troppi convitati di basso profilo, ma sempre dotati di un vorace “ appetito per i vertici”.    

lunedì 8 febbraio 2010

Aspettando le anatre del Central Park 

di Renzo Balmelli 

SILENZIO.
Gli autori muoiono, immortali restano i loro personaggi. Seguiamoli dunque nel loro percorso, corriamo a Central Park ad aspettare che tornino le anatre assieme a Holden Caulfield, intramontabile, attualissimo anti-eroe della letteratura americana. A volare liberi da costrizioni. Dissacratore e anticonformista, per niente incline alle mode letterarie, lo scrittore JD Salinger, cui dobbiamo la figura del giovane ribelle per antonomasia, se n’è andato a 91 anni, nello stile che aveva scelto, nel silenzio volontario, rigoroso, ma non meno assordante e significativo in cui s' era da anni rifugiato, esiliandosi da un paese che diventava via via più volgare e chiassoso. “Il giovane Holden”, il romanzo di formazione per eccellenza del secondo novecento, continuerà ad affascinare i giovani per la sua carica “sovversiva” , per le sue parole che regalano pensieri e stordimenti. Nella struttura quasi minimalista del suo capolavoro, Salinger ha saputo collocare all’interno della letteratura lo sguardo adolescenziale di uomini e donne in divenire che puntano i piedi e dicono no . Personaggi che nella tonificante sovversione della morale corrente e benpensante non si adattano a diventare le macchine da lavoro o da guerra o da carriera che la società richiede. In riva a un laghetto gelato nel cuore di Manhattan, il giovane Holden andrà avanti a osservare con implacabile severità un sistema ai cui modelli non si piegherà mai.

DEGRADO.
“Vattene a casa sporco negro”. Non bastano i cori fascitoidi nelle cattedrali del calcio, non basta l’orrendo “ Bianco Natale” leghista, non basta il tiro a segno contro i “ clandestini”. Da troppo tempo ormai, da quando spadroneggia una certa destra , si assiste a una deriva inarrestabile dei principi di fratellanza e solidarietà che iniziata con gli infamanti respingimenti in mare, trova ora altri sfoghi all’accanimento razziale nei campetti di periferia dove di rado arrivano i riflettori dell’attualità. Dove è piu’ facile e vile colpire i deboli, i " diversi", contando sulla complicità che garantisce l’impunità. Senza lo sdegno del loro presidente, che ha denunciato l’accaduto, la triste vicenda di Emeka e Narciso Egwu, due fratelli italiani di origini nigeriane, calciatori nelle leghe minori, non sarebbe mai venuta a galla.In assenza di quell'atto di coraggio, l ’esplosione di intolleranza sarebbe rimasta sepolta sotto l’omertà delle vergogne inconfessabili. Per il colore della pelle i “Balotelli d’Umbria” durante una partita sono stati offesi piu’ volte con ingiurie di inaudita gravità che evidenziano diffusi fenomeni di inciviltà contro i quali pare non vi siano rimedi. Nei giorni della Memoria, vengono i brividi di fronte all’odio cieco scatenato dagli istinti piui’ riposti. E raggela il sangue il pensiero che persino l’arbitro, rinnegando la sua funzione, rinnegando se stesso, si sia unito al coro degli insulti in un clima di degrado sempre piu’ inquietante, sempre piu’ carico di minacce. A quali altre infamie dovremo assistere per capire quanto sia pericoloso per la società alimentare il livore xenofobo anziché vigilare in modo che ciascuno assimili la cultura della convivenza? Rispondere che la madre degli imbecilli è sempre incinta è una scappatoia che ormai non ha piu' senso; sarebbe come lavarsene le mani. Perché il vero problema sta altrove, sta nei tanti, troppi cattivi maestri che su queste bassezze ci speculano senza ombra di pudore per raccattare consensi. Altro che il partito dell’amore!

DECLINO.
Dopo l’ inchiesta sulle responsabilità di Londra nel disastro irakeno a restare impresso non è tanto il giudizio politico sull’operato di Tony Blair. Rilevante è invece l’aspetto etico e morale di quel “pasticciaccio brutto” delle armi di distruzione di massa mai esistite , di fatto una spudorata manipolazione imbastita con l’America di Bush per nascondere la verità sulle ragioni dell’intervento armato. Intervento che tra l’altro non ebbe mai il sostegno della comunità internazionale. In quel buco nero sono crollate tante speranze, è fallito il sogno della democrazia condivisa, si sono frantumate le illusioni del “new labour”, la terza via, ormai figurina sbiadita nel cassetto delle immagini. Si eleggono i leader nell’attesa di essere governati da uomini che sanno dedicarsi alla buona amministrazione, poi si resta paralizzati dallo sconcerto nello scoprire quello che c’è sotto il vestito. Individuate le due “B”, manca il terzo player, manca l’altro signor B., colui che allineo’ l’Italia sulle posizioni interventiste della Casa Bianca nella presunzione di sedere al tavolo dei “vincitori”. Ma lui la storia se la fa scrivere ad personam.

RE SOLE.
Neanche fosse Luigi XIV, il Cavaliere annuncia di essere in viaggio per portare il sole ai “ sudditi” e avviare cosi’ il paese sulla strada di un radioso futuro. Mancava che aggiungesse “ après moi le déluge” e l’illusione di trovarsi in una Versailles di cartapesta, lussureggiante, luccicante, esagerata, falsa, sarebbe stata perfetta. ll disagio con la maggioranza è proprio questo , dover assistere impotenti ad una mistificazione continua della realtà. Ma a dispetto delle apparenze, il novello Re Sole non pare del tutto tranquillo come vuol far credere. A destra ancora non hanno metabolizzato le due batoste di Prodi al Cavaliere ed é bastato che circolassero alcune voci sul rientro in scena del Professore per riaprire le cataratte della sofferente ironia pidiellina. E’ un dinosauro - chiosano i giornali di famiglia. Già, come se il premier fosse un pivello con in tasca il sol dell’avvenire. Insomma, gira e rigira, il fantasma delle duplice sconfitta agita ancora i sonni del Capo.

POTERE.
Sono da brivido, in sintonia con la stagione, i dati sulla disoccupazione in Italia. Nulla a che vedere con l’ Eldorado spacciato dall’informazione a panino delle testate amiche di Silvio. L’economia ha ancora la crisi addosso nonostante gli ottimismi venduti a buon mercato. E neanche il forum di Davos, rimasto molto al di sotto delle aspettative, ha incoraggiato le speranze di guarigione. Mentre l’alta finanza sembra in procinto di ricadere negli antichi vizi , a Roma una classe dirigente inetta ,ottusa, sta portando il paese alle condizioni piu' temute: immobile, privo di idee e progetti. Chi governa appare interessato solo al proprio esclusivo tornaconto, senza rendersi conto che l'intero sistema si sta progressivamente sfaldando. Insomma le cose non vanno affatto bene.        

martedì 2 febbraio 2010

Un filo conduttore ben visibile

di Renzo Balmelli 

OLOCAUSTO.
Un filo conduttore ben visibile ha legato gli eventi organizzati in occasione della Giornata della memoria. Da ogni intervento è trapelato l’impegno di operare con tutte le forze affinchè l’orrore dell’Olocausto non accada mai piu’. Tuttavia, possiamo dirci sicuri al cento per cento che la minaccia sia stata bandita dalla storia presente e futura dell’umanità? Sinceramente ne dubitiamo. Certo, nulla al mondo potrà mai uguagliare il delirio malefico e distruttivo con cui la Germania organizzo’ e attuo’ lo sterminio del popolo ebraico. Lo spaventoso rigore contabile col quale venne progettata la Shoah è l’espressione piu’ sconvolgente del male assoluto trasformato dai nazisti in quotidiana normalità. Appunto, la banalità del male di cui parla Hannah Arendt ; banalità che è tornata a manifestarsi ad Auschwitz dal quale luridi individui trafugarono per farne oggetto di ignobile mercimonio il simbolo posto sul cancello con la scritta “ Arbeit macht frei”. Non dovrebbe piu’ succedere,siamo intesi, ma in pari tempo come si fa a non avere paura dato quello che accade sotto i nostri occhi? Ai tempi della soluzione finale e delle leggi razziali tanti preferirono voltare la testa dall’altra parte per non vedere cosa accadeva al vicino di casa trascinato nel mortale corteo delle deportazioni. Nel terzo millennio si compiono ogni giorno stragi umanitarie, pulizie etniche, crudeli respingimenti, ma l’unico modo escogitato per non prenderne atto è di ignorarle. Allora non c’è che un solo modo per onorare le vittime della barbarie: tenere sempre alta la guardia al fine di sconfiggere sul nascere la prevaricazione dell’uomo sull’uomo.

EGEMONIA.
Al grande Wells ( La guerra dei mondi) venne l’idea di un banale raffreddore per stendere i marziani. Il virus esorcizzava le paure dell’ignoto e definiva i confini entro cui stare al riparo dagli invasori . Oggi ad attraversare le distanze siderali non sono gli omini verdi, ma segnali che ridefiniscono i limiti geopolitici della libertà d’informazione. Nell’umanità globalizzata la sfida tra gli imperi si combatte per il controllo del cyberspazio. E come si è visto col precipitare del braccio di ferro tra Cina e USA su Google che ha colto tutti di sorpresa , il confronto solleva non poche incognite dalle conseguenze ancora imprevedibili. Nel G2 in gioco c'è il concetto di sovranità nazionale ai tempi di Internet , un fenomeno che muove interessi enormi e risveglia fantasmi da guerra fredda. La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libertà online è ricca di precedenti, dall'Iran alla Birmania. Poche altre tecnologie - la stampa di Gutenberg, il telefono, la radio e la televisione - hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il modo di produrre informazione, selezionarla, e consumarla. Sarebbe un problema non da poco se lo scontro sconfinasse nel conflitto ideologico vecchia maniera. Il rischio esiste: da una parte si parla di "architettura aperta", altri capiscono "egemonia americana". Se l’obbiettivo è cambiare il mondo, la sola via praticabile è un nuovo umanesimo che superi le grandi muraglie senza tuttavia travolgere l’esperienza di culture millenarie.

BAR SPORT.
Un bel tacer non fu mai detto. Dalla serie “ facciamoci conoscere”, il governo Berlusconi è riuscito, attraverso le parole del sottosegretario alla Protezione civile, nell’impresa invero piu’ unica che rara di creare un pasticcio diplomatico anche sulle rovine di Haiti. La gaffe planetaria oscura tutto quanto si era visto in precedenza, il cucu’, le corna,le pacche sulle spalle, gli scherzi goliardici del premier. È evidente che Guido Bertolaso non si sia reso conto che quello non era il momento di calare sermoni e impartire lezioni da generale a quattro stelle , bocciando come "patetici" i soccorsi americani. Rimane tuttavia la sensazione che il bravo funzionario, complimentato da Obama per come aveva saputo gestire il dopo-terremoto dell’Aquila, abbia recitato un copione non suo dopo essere finito in un ingranaggio propagandistico piu’ grande di lui. Presentarsi come “ coordinatore del mondo” per rimediare alla disorganizzazione USA, che pure esiste, è stato un atteggiamento da fiera delle vanità del tutto fuori posto nelle condizioni in cui si trova l’isola, ridotta come Dresda o Hiroshima alla fine della guerra. La gelida stoccata della Clinton ( roba da bar sport) inquadra molto bene la portata dell’incidente che ha costretto la Farnesina e Palazzo Chigi a chiedere scusa per non mettere il Cavaliere nell’imbarazzante situazione dello scolaretto bachettato dalla maestra. Col tempo lo strappo con Washington è di quelli si lasciano ricucire, ma i cerotti saranno vistosi.

RICAMBIO.
Il gioco di parole è scontato, al limite dell’ovvio. Boccia bocciato boccia il Pd. Allora proviamo a metterla cosi’. Nessuno si offenda, ma viste le partite che riesce a perdere in maniera dilettantesca, diciamo che alla squadra di Bersani farebbe comodo uno come Mourinho che i derby li vince prima di andare in campo. La metafora sportiva in questo momento si presta molto bene per descrivere il clima dello spogliatoio, dove circolano poche idee e anche quelle poche piuttosto confuse. Senza calcare la mano, bisogna pur convenire che offrire agli avversari Puglia e Bologna su un’unico piatto d’argento è da cartellino rosso. Santo cielo, ma cosa deve ancora succedere prima che la sinistra , alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali, si decida a liberarsi dalle pastoie della sua infausta litigiosità ? Non basta ancora che a Roma governi una compagnia di personaggi cechoviani interpretati da attori mediocri? Personaggi che si credono - per dirla con il maestro russo - protagonisti di chissà quali miracolose innovazioni mentre sono solo meschini. Ogni giorno che passa con questa maggioranza è un colpo ai fianchi del paese. Altrove la tragica vicenda del premier-imputato , che trascorre piu’ tempo a litigare con la giustizia anziché governare , sarebbe considerata un’anomalia da dimissioni immediate. Non in Italia, invece, dove il Pdl , anche adesso che si aprono nuovi, imbarazzanti dossier su Mediaset, non rinuncia a subordinare il diritto al potere . Ed è questo il vero punto su cui i cittadini devono riflettere . Piu’ che mai serve il ricambio del buon governo che riporti la questione morale al centro del dibattito. Malauguratamente con le faide baresi e il “papi” della Garisenda non non si va lontano.

MELASSA.
Fascisti e sultani? E’ la società che li lascia fare. Avviandosi ai novantanni, Giorgio Bocca , mai domo, sempre indignato, sa dove andare a colpire per fustigare i mali che angustiano il paese. Li elenca nel suo ultimo saggio, “Annus Horribilis” in uscita da Feltrinelli. A suo dire la radice di certe escrescenze passate a presenti che il vecchio leone di Cuneo imparo’ a conoscere quando militava nel Guf ( peccato di gioventu’ riscattato nella Resistenza) , affondano nella rilassatezza , l’indulgenza e la mollezza dei costumi. Inutile prendersela con Berlusconi ( o soltanto con lui), che sta sul trono circondato da stuoli di favoriti, osannato ,riverito e rivotato. Per districarsi dalla melassa dopotutto sarebbe sufficiente mandarlo in pensione con il sistema piu’ democratico che ci sia: le elezioni. Invece succede il contrario, vai a capire il perché. Con il conflitto di interessi, il Lodo Alfano e quant’altro, “la formazione in atto del nuovo regime” si consuma nell’indifferenza di un sistema sempre piu’ fragile e conseziente. Non è tornato il fascismo del ventennio, avverte l'instancabile scrittore-saggista, ma quello di sempre, frutto della bolsa retorica patriottarda, ipocrita e bigotta. In quest’ottica l’autore prova a ragionare con i lettori , a farsi coscienza civile per contrastare il conformismo del pensiero unico e , in primis, per vincere la paura “ che ha sostituito le ideologie e le utopie”. Quindi non stupisce neanche un po’ che Bocca sia il giornalista piu’ detestato dalla destra.      

lunedì 25 gennaio 2010

Un anno di Obama

Se l’intento è arare il terreno per far crescere il seme della democrazia, la dottrina di Obama della mano tesa , del dialogo e della diplomazia è la piu’ indicata. Ma allora, per favore, senza troppi generali d'attorno...

di Renzo Balmelli 

SPERANZA. - Da piu’ parti cui si interroga sulla massiccia presenza americana ad Haiti. Col realismo teorizzato da Bismarck, la Casa Bianca invia truppe, pianta bandiere a strisce e stelle, controlla il territorio e proclama la sua leadership nella gestione dell’emergenza. Nell’infinità apocalittica della tragedia Obama mette in campo , oltre alla generosità, il suo prestigio e quello degli Stati Uniti per vincere la sfida umanitaria. Ma c’è appunto quel seguito di militari , quel vistoso spiegamento di marines in armi che invero sembra fuori posto in un paese che non è in guerra. Le immagini degli elicotteri targati USAF che atterravano nel giardino per blindare il palazzo presidenziale in effetti hanno creato qualche perplessità anche all’ONU. Ovviamente in un paese in queste condizioni è inevitabile che vi siano problemi pazzeschi nel garantire un minimo di governabilità. Da questo punto di vista tuttavia l ’onestà morale e intellettuale del presidente è fuori discussione. Anche per le sue origini Obama intende marcare la differenza dalla precedente amministrazione che non ha mai ascoltato le invocazioni d’aiuto provenienti dall’isola. E questo è il punto: bisogna ridare coraggio e speranze a un popolo che non aveva nulla e nel terremoto ha perso anche il futuro. Per non alimentare sospetti andrà subito chiarito, pero’, che i marines sono sul posto soltanto per oliare la macchina dei soccorsi e non per mansioni di caserma che risulterebbero del tutto incongrue. Se l’intento è arare il terreno per far crescere il seme della democrazia in un luogo che ha conosciuto soltanto soprusi, la dottrina di Obama della mano tesa , del dialogo e della diplomazia è la piu’ indicata. Ma appunto, senza generali.

SCHIAFFO. -  Negli USA la destra repubblicana non sta piu’ nella pelle. Da tempo meditava di farla pagare a quel giovanotto di colore che aveva avuto l’audacia di vincere le elezioni mettendo a nudo le inadempienze del suo predecessore.L’occasione si è presentata inaspettatamente nel Massachussets dove l’elezione per il seggio senatoriale lasciato vacante da Ted Kennedy ha consegnato ai rivali del Grand Old Party una vittoria tanto sorprendente, quanto clamorosa. Nella culla della tradizione kennedyana Obama oltre al seggio ha perso d’un sol colpo uno storico bastione democratico, la maggioranza qualificata alla camera alta e non poche speranze di portare in porto la riforma sanitaria che la gente non capisce e non considera prioritaria. Infine, e qui lo schiaffo fa veramente male, ha perso anche il primo , vero referendum su se stesso. Molto, troppo. A un solo anno dal suo ingresso alla Casa Bianca, Obama si trova quindi nella condizione di doversi reinventare per non arrivare col fiato corto alle elezioni di novembre, le cosidette “ mid term” che costuiscono un temibile banco di prova per qualsiasi presidente. Nessuno immaginava che la necessità di cambiare marcia fosse tanto urgente, ma è esattamente cio’ che il carismatico trascinatore del “ yes we can” dovrà fare per recuperare il feeling con gli elettori che ha perso molto dell’entusiasmo iniziale. Sulle ragioni della caduta dei consensi si sono versati fiumi di inchiostro. I giudizi variano, ma almeno uno emerge con chiarezza. Nei dodici mesi trascorsi dal suo insedianmento il presidente puo’ sostenere di avere governato con equilibrio e competenze, senza tuttavia essere riuscito , fors’anche a causa della crisi economica, a esorcizzare le paura e l’impazienza degli elettori. In quest’ordine di idee il secondo anno di Obama si preannuncia ancora piu’ difficile del primo, gravato com’è, oltre che dai rovesci interni, da un dossier di politica estera che dalla gestione virtuosa del terremoto al terrorismo afghano, capace di portare la sfida nel cuore di Kabul, è una lista infinita di scelte irte di difficoltà. Ricostruita con un capolavoro diplomatico l’immagine degli USA nel mondo, ora a Obama serve nuova determinazione per affrontare i mali dell’America, demoralizzata dalla disoccupazione, e poi per replicare all'opposizione conservatrice , che ha cominciato ad assediare la Casa Bianca, non piu' con soluzioni ecumeniche, ma alzando il profilo delle sue azioni, quelle che aveva promesso durante la scintillante campagna elettorale.L'audacia di scalare la Casa Bianca deve fare il paio con l'audacia di governare.
SPETTRO. - Washington ha smesso di considerare l’America latina come lo zerbino di casa. Cio’ nonostante, l’esito delle elezioni che riconsegnano il Cile alla destra non mancherà di evocare sgradevoli ricordi. Sebbene il buio dell’era Pinochet sia ormai lontano, lo spettro del dittatore che fu spalleggiato dagli Stati Uniti resta una presenza inquietante. Sul futuro del paese si staglia in filigrana il pinochettismo dal volto pulito, cioé in doppiopetto e quindi ancor piu’ infido, che il neo presidente Sebastian Pinera, un magnate in preda a un berlusconiano conflitto di interessi, vorrebbe sdognare e riportare al governo. Se la Concertacion di sinistra, che in ventanni ha reso il Cile una nazione prospera e moderna, paga con la sconfitta lo scotto della litigiosità, sull’altre versante il successo della destra con le sue nostalgiche promiscuità non lascia tranquilli. Le prossime mosse aiuteranno a capire se il paese andino ha vissuto una normale transizione democratica oppure un traumatico passaggio di consegne .
CAMOMILLA. - A Maurizio Sacconi farebbe bene un ripasso di Welfare di cui è ministro. Gli tornerebbe utile per presentare il quadro della disoccupazione cosi’ com’é e non con le stime alla camomilla del governo. Secondo Bankitalia la congiuntura sul mercato del lavoro non solo è negativa, ma è resa ancor piu’ pesante dall’alto numero di cassintegrati. Stranamente pero’ l’incaricato del “ benessere” non li considera disoccupati, ma lavoratori in ferie prolungate. Cio’ rientra nel copione del reality show di Palazzo da cui è bandita qualsiasi allusione alla crisi quotidiana che coinvolge le persone e le famiglie. Nel verbo berlusconiano chi osa turbare la scena mediatica in cui fatti e contesti critici hanno sempre meno spazio è disfattista. Per certi versi la tesi di Sacconi fa venire in mente la storiella della fanciulla che confessava di essere incinta, “ ma solo un pochino”. A loro volta i cassintegrati d’ora in poi potranno dire di essere disoccupati, ma, appunto, solo un pochino!


RICAMBIO. - Sarà vera gloria? Lo smarcamento di Fini da Berlusconi ha incuriosito la stampa internazionale che ora aspetta la prossima mossa. Finora pero’ la tregua armata tra i due tenori del Pdl ha prodotto soltanto precauzionali smentite. Come suggerisce la prassi andreottiana il potere logora soltanto chi non ce l’ha. E chi ce l’ha se lo tiene stretto. Comunque sia, lavorare non PER, ma CON Silvio , come pare abbia detto il presidente della Camera, non è soltanto un distinguo tra due preposizioni semplici, ma una scelta di campo che rimette in discussione i rapporti di forza nella coalizione di governo. Allo stato attuale l’Italia è ferma al palo anche a causa del populismo che infetta la democrazia. La sospensione dei dibattimenti, il legittimo impedimento, il nuovo lodo Alfano sono tutti temi critici condannati a essere leggi ad personam, cioé senza nessuno beneficio per la popolazione. In queste condizioni, con o senza il fattore F, l’urgenza del ricambio morale alla guida del paese si fa sempre piu’ impellente.


TU, LEI, VOI. - “ Lei non sa chi sono io”. Ben presto ogni tribuna politica si trascinerà dietro la memorabile battuta dell’ ’onorevole Toto-Votantonio che ci fece sbellicare dalle risate. Nella nuova stretegia comunicativa escogitata dal premier, il “ Lei” prenderà infatti il posto del piu’ confidenziale “ tu” durante i dibattiti. Con questa trovata ( ma non hanno altro a cui pensare?) il Pdl intende marcare le distanze anche grammaticali con gli avversari dell’opposizione in vista della campagna per le Regionali di primavera. Sandro Bondi, sempre attento a intuire le mosse del Capo, ha fatto da apripista intimando a Franceschini di dargli del Lei. Al che l’ex segretario dei Democratici ha replicato con un beffardo.” Si, eccellenza...”. Insomma, chi l’ha detto che questo governo manca di iniziativa. Anzi, a quando il ritorno al “Voi” ?       

lunedì 18 gennaio 2010

Un grido di dolore

di Renzo Balmelli 

HAITI.
Come nella voce spezzata dei primi soccorritori, è difficile trovare le parole che aiutino a superare l’orrore per l’apocalisse di dimensioni bibliche che si è abbattuto su Haiti. L’accanimento della natura supera ogni immaginazione e l'enormità del terremoto ci rimanda l’immagine di una nazione distrutta e di una città, Port au Prince, con due milioni di abitanti, che di fatto non esiste piu’. La capitale è solo una distesa di rovine difficile da raggiungere. Nell’annunciare l’invio degli aiuti, il presidente Obama ha parlato di una tragedia incomprensibile e feroce. I cultori del vodoo, pratica mistica che affonda le sue radici in questo lembo di terra nel mar dei Caraibi, avranno ora una ragione in piu' per convincersi che una sorte maligna tiene in pugno la popolazione. Certo, la fatalità ha il suo peso. Ma è soprattutto l'incuria, la colpevole, delittuosa incuria del potere, a moltiplicare all'ennesima potenza la forza devastante e incontrollabile degli elementi. I rituali semipagani hanno poco o niente a che vedere
con quanto è accaduto. In realtà nulla è imcomprensibile in un paese che ha subito tutti i drammi del colonialismo e della prevaricazione. Haiti ha pagato e paga tutti i peccati del mondo, il mondo bianco, ma anche le follie di chi se ne assunto il governo con tale insolenza da portarla alla rovina. Non c'è nemmeno l'ombra dei rutilanti e goderecci paradisi caraibici, forzieri prediletti degli evasori milionari, nel paese piu’ povero del continente americano, agli ultimi posti al mondo per il reddito annuo pro capite che è appena di 1300 dollari. Qui si respira soltanto miseria, miseria nera. Nonostante le cospicue esportazioni di zucchero, caffè, banane e mango, l’antica Hispaniola , dove Cristoforo Colombo attracco’ al termine del suo primo viaggio, nel 1492, la popolazione vive ancora oggi in condizioni di arretratezza spaventose. La furia omicida del sisma ha messo a nudo la fragilità di un paese che è sempre è stato in balia di crudeli dittatori, predoni della libertà, dei commerci e del progresso. Con conseguenze terribili. La mancanza di strutture adeguate ha contribuito a ingigantire ulteriormente l’impeto del terremoto e a dilatare in modo spaventoso il bilancio dei morti e dei danni. Pur trovandosi in una regione a forte attività sismica il paese è privo persino delle piu' rudimentali reti di protezione per l'incolumità della popolazione. Quella di Haiti è una lunga storia di ordinari soprusi che durano fin da quando, oltre 200 anni fa, questo fu il primo stato dell’America latina a rendersi indipendente dalla Francia, diventando la prima Repubblica fondata da schiavi. Fu pero’ un’illusione di breve durata. Con la perfida ambiguità di cui erano capaci, le grandi potenze mai hanno permesso ad Haiti di essere realmente indipendente, aprendo cosi’ una ferita che non si é mai rimarginata. Dal regime sanguinario dei Duvalier, che a quanto di dice fece eliminare oltre trentamila oppositori, ai successori del despota, non meno efferati, questa è stata una terra di conquiste e di soprusi in cui la barbarie ha cancellato i piu’ elementari diritti umani. In tempi piu’ recenti, il colpo di stato col quale nel 2004 venne abbattuto Jean Bertrand Aristide, democraticamente eletto ma giudicato inaffidabile dagli Stati Uniti di Bush, ebbe effetti sconvolgenti che avviarono una serie interminabile di violenze e massacri. L’accanimento delle maggiori potenze mondiali contro un Paese piccolo e povero non ha ne spiegazioni ne giustificazioni se non quelle dettate dai piu’ riposti egoismi di bottega. Ora, al cospetto del grido di dolore che si alza dalle macerie, si abbia almeno la decenza di ammettere che oltre alla natura anche altre ragioni inconfessabili hanno contribuito a gettare il paese nel lutto e nel dolore, lasciandolo in una condizione di estrema povertà che lo rende indifeso e vulnerabile.

VERGOGNA.
Altro che partito dell’amore. Cio’ che arriva da Rosarno è la fotografia agghiacciante di un’ Italia che vorremmo cancellare dalla vista. La dolente cronistoria di un dramma umanitario in cui si rispecchia l’inesorabile consunzione della legalità, della fratellanza, della solidarietà. Pensavamo che con il famigerato White Christmas fosse stato toccato il fondo dell’iniquità, invece ci sbagliavamo. Abbiamo rivisto esplosioni di odio razziale imbastito sul colore della pelle che ci riportano ai tempi bui dell'America piu' ferocemente segregazionista. La rivolta dei disperati si è consumata in un grumo di violenza, soprusi e xenofobia che lascia atterriti. Bisognerà aggiornare l’accorato appello di Max Frisch che esortava i suoi connazionali a non farsi traviare dai cattivi maestri. Non piu’ “ Volevamo braccia, sono arrivati uomini”, bensi’ “ Volevamo braccia, sono arrivati schiavi”. Schiavi del terzo millennio. Ecco chi sono quei ragazzi che raccolgono arance al freddo, vivono in tuguri che sembrano porcilai,vagano come animali da una terra all’altra, sono chiamati da tutti “negri” , lasciati senza nulla. Ad aggiungere vergogna alla vergogna provvede la latitanza del governo, troppo a lungo assente da un territorio in cui la criminalità , temuta, riverita, corteggiata, detta indisturbata le regole sociali. La classe politica avebbe dovuto gestire il complesso processo dei flussi migratori, conseguenza delle tensioni e della povertà in sempre piu’ ampie sacche del mondo, applicando le ragioni del cuore e non la vulgata repressiva. Invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato facili consensi. Le conseguenze sono spaventose. Si indaghi adesso sulla trave dei torbidi intrallazzi mafiosi e non sulla pagliuzza dell’immigrazione clandestina che poi tanto clandestina non è. Sono oltre ventanni che a ogni stagione il popolo degli ultimi, complice il silenzio delle istituzioni, si spacca la schiena per pochi spiccioli all’interno di un sistema abbietto che corrompe, avvelena e inquina tutto cio’ che ricade sotto il suo raggio d’azione.


ABUSO.
L’anno nuovo sembra già vecchio. Le feste sono finite da un pezzo, lo spettacolo ricomincia. Una contraddizione in termini, ma non per la politica italiana che ci ha abituato alle cose piu’ incredibili. Tanto che la maggioranza continua a scannarsi a mezzo stampa di famiglia, in una sarabanda di fratelli-coltelli che non aiuta certo il buon governo. Dopo un 2009 horribilis che ha duramente colpito il mondo del lavoro, l’inerzia dell’esecutivo consegna al paese il diario di una dolorosa sconfitta sociale . In questo clima di sconforto fatichiamo a farci persuasi che il 2010 porterà una copiosa messe di riforme , a meno che come al solito non siano soltanto uno strumento-ponte fino al prossimo lodo Alfano. Su questo punto d'altronde la road-map del premier non lascia dubbi. Si intuisce al volo che prima di ogni altra riforma viene la giustizia, l’ossessione quotidiana del Cavaliere. Come diceva Remarque “ all’ovest nulla di nuovo”. E il dialogo? Risponde Anna Finocchiaro: " le decisioni prese al vertice con il premier e non in Parlamento sono come un dito nell’occhio". By-passare le Camere significa aprire la strada all’inciucio che è cosa non buona e ingiusta. In realtà a Berlusconi non interessa il bene della collettività, ma soltanto la sua impunità . Parla di leggi “ ad libertatem”, ma pensa a uno scudo “ ad personam” che lo ponga al riparo dai processi. A questo punto il centro dello scontro sarà sullo smantellamento della Costituzione. Sul passaggio dallo Stato di diritto allo Stato autoritario. Insomma siamo alle solite. Sullo sfondo di una stagione che si preannuncia carica di incognite torna a riccheggiare il monito di Marco Tullio Cicerone: per quanto tempo ancora Catilina abuserai della nostra pazienza!

BUGIE.
Era un tale istrione da riuscire con il trucco e con gli inganni a farsi osannare dalle folle oceaniche mentre portava l’Italia alla rovina. Sembra, detto con un filo di malizia, un personaggio contemporaneo, invece è il Mussolini privato della Petacci, l’amante gelosa e fedele fino alla morte. Nei diari di Claretta, di cui è stata pubblicata la prima parte, ci sono scarsi riferimenti alla politica, ma parecchie considerazioni umane sul Duce, il suo entourage e i cortigiani del fascismo. Ne viene fuori il ritratto di un dittatore che a buon diritto puo’ essere considerato il precursore del gossip tanto è abile a usarlo quale strumento demagogico per accrescere il consenso popolare. Non aveva la televisione, ma i reality dell’epoca, i famosi telefoni bianchi e i film di guerra che accreditavano l’immagine virile cara al regime , contribuivano a fare di Mussolini un irresistibile Don Giovanni, invidiato e ammirato dagli italici maschi in orbace. Pare insomma un “ papi” ante-litteram , un incantatore di serpenti che con una strizzatina d’occhio e un sorso di olio di ricino per i recalcitranti preferisce far vincere , anziché la verità, l’arte della retorica. Sappiamo purtroppo come ando’ a finire quel castello di bugie.