martedì 13 dicembre 2011

Manovra - Compromesso - Madre

MANOVRA - Diceva Buffon che lo stile fa l'uomo. Certo, il bon ton da solo non basta a domare la crisi né a rimediare agli errori di chi c'era prima. Va per forza di cose blindato con provvedimenti tanto drastici quanto - ahinoi - impopolari. Però l'avere ridato il giusto valore a parole come sobrietà e decenza, così spesso oltraggiate dalle sguaiate esibizioni sulle false nipotine di Mubarak, ha rappresentato un grande passo avanti per recuperare credibilità. In fondo ne è passato appena uno, di mesi, dal cambio della guardia, eppure nel modo di comportarsi si avverte un'eloquenza che colpisce più di quanto il linguaggio non saprebbe fare. Ora si tratta di proseguire nello slancio e di ridare il suo giusto significato all'equità dei sacrifici in modo che comincino a pagare anche coloro che finora non hanno pagato mai ritenendolo una fastidiosa incombenza da lasciare ai soliti gonzi. Sarà una svolta cruciale per il Paese, una svolta in senso etico e non solo tecnico, senza la quale la manovra "lacrime e sangue" di Monti finirebbe con l'essere profondamente ingiusta.
 
COMPROMESSO. Alla fine del vertice più drammatico dell'UE, gli euroscettici inglesi, rinchiusi nel loro isolamento poco splendido e molto venale, hanno esultato pur avendo ben poco di cui andare fieri. Rimasta sola nel contrastare i vincoli di bilancio e la riforma del fondo salva-Stati, la Gran Bretagna a guida conservatrice si chiude ora nel suo ruolo di mina vagante che concorre a mantenere elevato il rischio di un'esplosione dell'euro. Non si riesce, infatti, nemmeno a immaginare quali sarebbero le conseguenze di un fallimento dell'eurozona. Sul piano degli ideali il Titanic della nave comunitaria sarebbe una sconfitta cocente per tutti, anche per i paesi che hanno mantenuto le loro valute. Potremmo assistere al ritorno delle barriere protezionistiche, alla rinascita dell'egoistico " ognuno per se" che era quanto i padri fondatori si proponevano appunto di evitare per non ricadere nella trappola dell'egoismo nazionalista. Nel solco della tradizione, l'Unione ha trovato il compromesso un minuto prima di mezzanotte, ma spaventata dalla rottura con Londra rimane in bilico sul ciglio del burrone senza avere la garanzia di riuscire a mettere la moneta unica al riparo dalla tempesta.

MADRE. Vent'anni fa, a conclusione del rocambolesco negoziato che cancellava l'Unione sovietica, i russi spinti sulle ali dell'entusiasmo per la libertà ritrovata, pensavano di andare incontro alla democrazia, la loro democrazia ancora giovane ma carica di promesse. Di certo non immaginavano di doversi accontentare della pallida imitazione che nell'era di Putin riecheggia a volte i vezzi, le angosce e le brutture del vecchio socialismo reale. Come se il Muro fosse ancora al suo posto, censure, intimidazioni e violenze hanno alimentato i dubbi sulla correttezza delle recenti elezioni. Gli amici italiani del leader di "Russia unita" che frequentavano assiduamente le sue feste e che senza considerare i criteri della scuola del KGB da cui proviene vedevano in lui l'uomo del rinnovamento , ora dovranno cominciare a ricredersi. A dispetto del malumore che cresce a vista d'occhio malgrado la dura repressione, l'attuale premier russo non ha nessuna intenzione di mettere la sordina alle sue ambizioni presidenziali. Seppur ridimensionato dal verdetto delle urne punta diritto alla riconquista del Cremlino che già fu suo e che farebbe di lui un novello zar dei tempi moderni. Riuscisse nell'intento, come appare probabile, resterebbe al potere più a lungo di Breznev, l'ultimo fossile stalinista ricordato per la brutalità con la quale represse la primavera di Praga. Se così tanti giovani russi sognano l'America, se l'emigrazione è un flusso costante, c'è qualcosa di sbagliato a casa della Grande Madre Russia.